AFGHANISTAN

Gennaio-Settembre 2017

Download PDF

Situazione politica e stato di sicurezza – Diritto e prassi – Diritti umani e libertà fondamentali – Situazione umanitaria

Situazione politica e stato di sicurezza

2 gennaio: almeno un ufficiale di polizia e rimasto ucciso e 5 sono stati feriti in un distretto della provincia di Logar- est del Paese – a causa dell’impatto del veicolo sui cui viaggiavano con una bomba posta lungo la strada. Fonti riportano che tra i feriti ci sono anche 3 ingegneri stradali. Il governatore del distretto di Mohammad Agha (c.a 35 km da Kabul), dove si e verificato l’attentato e che rappresenta una delle aree più pericolose della provincia, ha confermato l’accaduto. Non ci sono state rivendicazioni dell’attentato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

6 gennaio: almeno 7 minatori di carbone sono rimasti uccisi e 3 feriti nel nord-est dell’Afghanistan a seguito dell’attacco da parte di uomini armati non identificati nel distretto di Tala Wa Barfak, provincia di Baghlan. I minatori assaliti erano tutti membri della minoranza etnico/religiosa degli Sciiti Hazara. Nessun gruppo ha rivendicato l’attentato ma il governatore di distretto ha fatto ricadere i sospetti sui militanti del gruppo terroristico Stato Islamico (ISIS) (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

7 gennaio: la marina statunitense ha dichiarato che impiegherà 300 uomini nel sud dell’Afghanistan a partire dalla primavera del 2017 nel quadro della missione NATO di addestramento delle forze afghane, la Reslolute Support Mission (RSM), operativa ormai dal 2015. Lo schieramento avverrà nella pericolosa provincia meridionale di Helmand, dove negli ultimi mesi sono avvenuti diversi scontri tra le forze afghane e i gruppi insorti. La maggior parte della provincia (produttrice di oppio) risulta sotto il controllo dei militanti, fatta eccezione per la capitale provinciale (Laskhar Gah). Al momento e in seguito al ritiro della maggior parte delle forze militari NATO dal Paese nel 2014, rimangono in Afghanistan all’incirca ancora 10.000 soldati (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

10 gennaio: due esplosioni coordinate avvenute vicino al parlamento di Kabul hanno provocato la morte di almeno 30 persone e il ferimento di oltre 70. L’attentato e stato rivendicato dai Talebani e sarebbe stato diretto contro un autobus che trasportava personale governativo. Fra le 38 persone rimaste uccise ci sono anche un cameraman dell’emittente della tv parlamentare e una donna impiegate per la stessa emittente tv. Repoters Sans Frontiere (RSF) rileva

che i due sono i primi giornalisti ad essere registrati come vittime nel 2017 e ricorda che l’Afghanistan si colloca 120° nell’annuale classifica della liberta di stampa nel mondo (RSF’s 2016 World Freedom Press Index) (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, The Guardian, RSF e UNOG – per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

 

10 gennaio: 5 ufficiali appartenenti all’UAE (Emirati Arabi Uniti) sono rimasti uccisi in un attacco bomba a Kandahar nel sud dell’Afghanistan. L’esplosione e avvenuta nella casa per gli ospiti del governatore di Kandahar, dove sono morti anche il vice governatore e due ufficiali afghani; altre 18 persone sono rimaste ferite. I Talebani hanno negato il loro coinvolgimento in questo attentato, sostenendo che possa essere determinato da rivalità locali interne (fonte BBC news, Radio Free Europe/Radio Liberty e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

11 gennaio: i talebani afghani rilasciano ai media un video in cui compaiono due uomini, un cittadino australiano e uno statunitense, rapiti ad agosto nei pressi dell’università americana di Kabul, dove lavoravano come insegnanti. Il video sarebbe stato girato il 1° gennaio. Secondo quanto dichiarato nel video da uno dei due prigionieri, l’intento dei rapitori e quello di ottenere uno scambio con i prigionieri detenuti nella base aerea di Bagram, a nord di Kabul e nella prigione di Pol e-Charkhi nei pressi della capitale afghana e se lo scambio non avverrà I Talebani minacciano di ucciderli (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi

qui).

 

12 gennaio: l’esercito statunitense ha riconosciuto di aver provocato la morte di 33 civili afghani e il ferimento di altre 27 persone, durante uno scontro a fuoco con i Talebani lo scorso novembre, sostenendo che l’incidente ha avuto luogo in quanto i militanti utilizzavano case private come postazioni di combattimento (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Al Jazeera e The Washington Post – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

13 gennaio: Il Danish Institute for International Studies (DIIS) pubblica un articolo di aggiornamento sullo stato del conflitto in Afghanistan. Secondo la relazione, il livello generale del conflitto e degli incidenti violenti nel Paese tra il 2015 e il 2016 e aumentato. Le cause principali di questo dato sono ricondotte dal DIIS a diversi fattori: in primo luogo, il ritiro massiccio delle forze internazionali (NATO e Stati Uniti) dall’Afghanistan avvenuto alla fine del 2014, si e tradotto in un avanzamento dei gruppi di insurrezione e in un aumento delle loro azioni aggressive nei confronti delle forze di sicurezza afgane (ANSF); in secondo luogo, contemporaneamente all’espansione della presenza dei Talebani anche in zone del Paese prima non sotto il controllo degli insorti, si e assistito ad un aumento degli attori in gioco, con l’ingresso di nuovi gruppi terroristici (tra i quali ISIS e Al Qaeda), nonché ad un’ ulteriore frammentazione del gruppo dei Talebani in più sottogruppi talvolta in contrasto tra loro. Inoltre, I segni di progresso sul percorso di pace tra il governo afghano e il principale gruppo di opposizione, ossia i Talebani, appaiono deboli e, d’altro lato, il livello di fedeltà da parte delle forze di sicurezza nonché il grado di fiducia popolare nei confronti del governo, rimane, ad avviso di DIIS, da considerarsi basso, anche a causa di un elevato livello di corruzione endemica che permea tutto l’apparato statale afghano (fonte Danish Institute for International Studies – per l’informazione vedi qui).

 

15 gennaio: almeno 7 civili, tra cui tre bambini e una donna, sono rimasti uccisi a causa dell’impatto con una bomba posta sul ciglio della strada, nell’est del Paese. L’esplosione e avvenuta lungo il tragitto tra il distretto di Pacheer Agam e un villaggio vicino nella provincia di Nangarhar. L’attentato non e stato rivendicato, ma il Ministro degli interni ha accusato “i nemici della pace e della stabilità” (“enemies of peace and stability”), termine con cui le autorità afghane si riferiscono di solito ai Talebani che vantano una presenza forte nella provincia (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

16 gennaio: almeno 13 insegnanti di una scuola religiosa (madrasa) sono stati rapiti nella provincia di Nangarhar, est del Paese. Il rapimento e stato messo in atto dai militanti dell’ISIS nel distretto di Haska Mina. Secondo la fonte consultata non sono stati forniti ulteriori dettagli e un portavoce del governatorato di Nangarhar ha dichiarato che il governo si e attivato per la liberazione degli ostaggi (fonte Radio Free Europe/Radio liberty – per l’informazione vedi qui).

 

20 gennaio: almeno 3 persone sono morte e 4 sono rimaste ferite a seguito di un’esplosione nel distretto di Khulm, provincia di Balkh – nord dell’Afghanistan. L’attentato è stato realizzato con l’utilizzo di un dispositivo esplosivo improvvisato e secondo fonti locali sarebbe stato diretto contro il leader di una milizia anti talebana, che è rimasto ucciso insieme alla sua guardia del corpo. L’attentato non è stato rivendicato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

26 gennaio: ufficiali locali riportano che un attentatore suicida è rimasto ucciso a causa dell’esplosione del suo detonatore, mentre ancora doveva raggiungere l’avamposto della polizia obiettivo dell’attacco, nella provincia orientale di Ghazni. Due civili sarebbero rimasti feriti nell’esplosione (fonte Tolo news – per l’informazione vedi qui).

 

3 febbraio: 8 membri delle forze di sicurezza afghane sono stati drogati e uccisi nella provincia nord orientale di Faryab, nottetempo mentre assistevano la polizia ad un checkpoint nel distretto di Almar. Tutti i poliziotti facevano parte della stessa famiglia. Le modalità dell’attentato non sono state chiarite, ma fonti locali menzionano la partecipazione nell’aggressione di un collega che avrebbe lavorato segretamente con i talebani oppure di un combattente talebano ritiratosi dal movimento (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e BBC news –per l’informazione vedi qui e qui).

 

7 febbraio: almeno 20 persone sono rimaste uccise in un attacco bomba presso la Corte Suprema afghana di Kabul. Tutte le vittime, tra cui oltre 42 feriti di cui 10 in modo grave, sono civili. L’attentato è avvenuto nel parcheggio adiacente alla sede della Corte mentre i dipendenti uscivano da lavoro e la CNN riporta che sarebbe stato rivendicato dall’ISIS su Twitter (fonte BBC news, Radio Free Europe/Radio liberty e CNN –per l’Informazione vedi  qui, qui e qui).

10 febbraio: Jamestown Foundation (JF) pubblica un articolo di approfondimento sul cambiamento degli equilibri tra i diversi gruppi terroristici presenti in Afghanistan, con particolare riferimento all’impatto delle divisioni interne al movimento talebano sull’emersione e il consolidamento della presenza del gruppo terroristico ISIS. L’articolo sottolinea che laddove l’ISIS rimane una minaccia inferiore rispetto ai talebani sul territorio afghano, nondimeno ha potuto trarre vantaggio dal crescente disaccordo interno alla leadership talebana in merito all’avanzamento delle operazioni, dovuto soprattutto al passaggio di potere al nuovo leader Mullah Haibatullah Akhundzada. In proposito risulta che la presenza dell’ISIS nel corso dell’ultimo anno si sia espansa dalla provincia di Nangarhar dove la sua concentrazione era più elevata, anche a Jowzjan, nel nord del Paese e che le sue attività siano aumentate stabilmente (fonte Jamestown Foundation – per l’informazione vedi qui).

9-11 febbraio: l’UNAMA rinnova la sua preoccupazione in merito al deterioramento della situazione di sicurezza nella provincia di Helmand, dove negli ultimi giorni si sono verificati diversi episodi di violenza con la morte di almeno 25 vittime civili e molti feriti. Gli attacchi sono stati messi in atto sia da parte delle Forze Militari Internazionali (IMF) che hanno bombardato il Distretto di Sangin allo scopo di colpire elementi antigovernativi (con un bilancio di almeno 18 civili morti), sia dei Talebani, che hanno condotto un attacco contro l’Afghan National Army a Lashkar Gah, capitale della provincia di Helmand, uccidendo 7 civili e ferendo molte altre persone (fonte UNAMA – per l’informazione vedi qui).

13 febbraio: il Consiglio dell’Unione Europea dichiara in un comunicato stampa di aver deciso di dare avvio ad un accordo di cooperazione sul partenariato e lo sviluppo tra l’Unione Europea e l’Afghanistan. L’accordo, che avrà natura mista (ossia dovrà essere ratificato anche dai singoli Stati membri) entrerà intanto in vigore in via provvisoria e prevede di instaurare un nuovo quadro di rapporti tra le due parti, dando seguito all’impegno per lo sviluppo dell’Afghanistan sancito per il c.d. “decennio di trasformazione” (2014-2024). Tra i punti essenziali dell’accordo: l’instaurazione di un dialogo politico regolare tra i due attori con riguardo anche alla questione dei diritti umani; una cooperazione sul tema della  migrazione; la cooperazione in materia di sfide globali quali sicurezza nucleare, non proliferazione e cambiamenti climatici (fonte Unione Europea – per l’informazione vedi qui).

15 febbraio: è morto l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Afghanistan, Juma Mohammed Abdullah al-Kaabi,  a causa delle ferite riportate il mese scorso quando una bomba era esplosa nella guesthouse dove si trovava, a Kandahar, uccidendo 11 dei presenti. I Talebani hanno negato il loro coinvolgimento nell’accaduto attribuendolo a “rivalità locali interne (“internal local rivalries“) (fonte BBC news e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

8-18 febbraio: sei afghani, membri dello staff del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) che stavano trasportando provviste in zone colpite da violente nevicate nella provincia di Jowzjan, nord dell’Afghanistan, sono stati attaccati e uccisi; altri due membri del CICR risultano dispersi. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa lancia un appello per il loro rilascio, annunciando la sospensione di tutte le sue attività nel paese. Secondo il governatore della provincia, Lotfullah Azizi, le vittime sarebbero state attaccate da un gruppo affiliato all’ISIS (fonti Al Jazeera, Amnesty International, BBC e CICR per l’informazione vedi qui, qui , qui e qui).

 

27 febbraio: fonti governative e gli stessi talebani riportano che il comandante talebano Mullah Abdul Salam Akhund è stato ucciso insieme ad altri 9 militanti talebani, nella provincia settentrionale di Kunduz. Il ministro degli interni ha confermato l’accaduto affermando che l’uccisione è avvenuta nell’ambito di un’ “operazione speciale”. Akhund, comandante delle forze talebane per la provincia settentrionale di Kunduz, è già stato dichiarato morto varie volte in passato, per poi fare la sua ricomparsa (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty –per l’informazione vedi qui).

 

28 febbraio: 12 poliziotti sono rimasti uccisi in un attentato presso un avamposto della polizia a Laskhar Gah, capitale della provincia meridionale di Helmand. Alcune fonti locali riportano che l’attentato sarebbe stato realizzato grazie alla presenza di un infiltrato talebano, poi fuggito insieme agli stessi (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

1 marzo: la polizia afghana dichiara che due attentatori suicidi hanno realizzato alcuni attentati, rivendicati dai Talebani in parti diverse di Kabul, uccidendo almeno 16 persone e ferendone dozzine; il primo attacco è avvenuto contro un distretto di polizia nella parte occidentale della capitale. Il secondo attentatore suicida avrebbe invece agito contro un ufficio dell’agenzia di intelligence afghana, nella parte orientale della città, provocando almeno 2 feriti (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Al-Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

 

3 marzo: il segretario generale delle Nazioni Unite pubblica un report dal titolo “The situation in Afghanistan and its implications for international peace and security” in cui fornisce un quadro aggiornato in merito alle attività delle Nazioni Unite in Afghanistan, agli sviluppi politici e relativi alla sicurezza del paese e agli avvenimenti più importanti sul piano nazionale e internazionale. Nelle osservazioni finali del documento si legge che il governo afghano continua ad affrontare un quadro di sfide complesse, derivanti dall’acuirsi del conflitto con il conseguente aumento nel numero di vittime e di sfollati interni e quindi dal peggiorare della situazione di crisi umanitaria del Paese. Si registrano nondimeno alcuni avanzamenti sul piano della lotta contro la corruzione, nelle riforme elettorali e nella gestione finanziaria. Il report sottolinea comunque l’urgenza di trovare una soluzione politica al conflitto, in un contesto in cui non si registrano progressi tangibili nella direzione di un dialogo diretto tra il governo e i Talebani (fonte Nazioni Unite – per l’informazione vedi qui).

 

7-8 marzo: dopo una chiusura prolungata per oltre 2 settimane dei passi di Torkham e Chaman lungo il confine tra l’Afghanistan e il Pakistan, il governo pakistano ne dispone la riapertura temporanea per 48 ore tra il 7 e l’8 di marzo. Secondo la polizia di frontiera pakistana questa riapertura ha comportato il passaggio di oltre 20.000 Afghani e Pakistani. Il confine era stato chiuso per motivi di sicurezza dopo che il Pakistan è stato colpito da una serie di attacchi suicidi, attribuiti dalle autorità pakistane a terroristi provenienti dall’Afghanistan. La riapertura temporanea sarebbe stata disposta per consentire il rientro nel Paese di quanti, viaggiando per motivi di lavoro, affari o salute, erano rimasti bloccati in Pakistan a seguito della chiusura del confine (fonte Radio Free Europe, Voanews, New York Times, Aljazeera – per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

 

8 marzo: almeno 30 persone sono morte e 50 sono rimaste ferite in un attentato diretto contro un ospedale militare a Kabul e realizzato da attentatori che indossavano le uniformi di operatori sanitari. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo terroristico ISIS ed ha provocato vittime tra pazienti, dottori e visitatori presenti nella struttura (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Al-Jazeera e CNN – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

17 marzo: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite estende il mandato della Missione di assistenza in Afghanistan (UNAMA) di un altro anno fino al 17 marzo 2018, in considerazione del deteriorarsi della situazione del conflitto e del potenziale sviluppo del gruppo terroristico ISIS nel Paese. La risoluzione di proroga (Risoluzione 2344) è stata adottata unanimemente e prevede tra i suoi obiettivi di continuare il lavoro svolto per la protezione dei minori coinvolti nel conflitto armato ed accelerare l’istituzione di un sistema giuridico equo e trasparente. Infine, è stato riaffermato il supporto al governo afghano e alle forze governative (ANDSF) nella lotta contro il terrorismo (fonte Nazioni Unite – per l’informazione vedi qui).

 

17 marzo: Afghanistan Analyst Network pubblica un case study sul coinvolgimento nel movimento talebano di soggetti di etnia non pashtun, con particolare riferimento agli uzbeki presenti nelle province settentrionali del Paese – Faryab e Sar-E Paul. La presenza di affiliati di etnia tajika ed uzbeka nel movimento talebano risale alla nascita stessa del movimento negli anni ’90 quando, tuttavia, a membri di tale provenienza non venivano attribuite posizioni di spicco al suo interno. La sconfitta dell’emirato talebano nel 2001 ha portato invece il movimento ad avere la necessità di espandere i suoi ranghi anche ai non pashtun, determinandone un’estensione verso il nord del Paese, necessaria a consolidare la presenza dei talebani ai fini della jihad. Secondo lo studio svolto da AAN, una delle province su cui si è concentrata maggiormente l’opera di reclutamento è stata la provincia a maggioranza uzbeka di Faryab, dove il ruolo degli uzbeki è divenuto via via più importante e a Sar-e Paul che è diventata una roccaforte talebana a partire dal 2012 (fonte Afghanistan Analyst Network – per l’informazione vedi qui).

 

23 marzo: le forze afghane si ritirano dalla città di Sangin nella provincia di Helmand, in quella che le autorità governative hanno definito come una mossa strategica, di fatto cedendo territorio ai talebani dopo un anno di battaglia. La CNN dichiara che non è chiaro quanta parte del territorio distrettuale di Sangin sia attualmente nelle mani dei Talebani, i quali affermano di detenere il controllo dell’intero distretto. La città di Sangin è situata in una regione strategica per la produzione di oppio e ne rappresenta una delle principali vie di comunicazione per il commercio ad opera dei talebani (fonte BBC e CNN – per l’informazione vedi qui e qui).

 

10 aprile: International Crisis Group (ICG) pubblica un articolo intitolato “Afghanistan: the future of the National Unity Government”, in cui si sottolineano le incertezze sul futuro e sulla stabilità politica del governo di unità nazionale afghano (NUG), causate dai disaccordi e dalle discordanze interne e dal riemergere dell’offensiva talebana e di altri gruppi militanti. Tale governo era stato creato nel 2014 con lo scopo di prevenire l’insorgere di disordini nel Paese, a seguito delle contestate elezioni che hanno portato in carica l’attuale Presidente Ashraf Ghani, istituendo il ruolo di “Chief Executive Officer” per il rivale Abdullah Abdullah. Secondo ICG, il contrasto tra le due figure origina dalla vaghezza di un accordo per la divisione dei poteri che era stato promosso dagli Stati Uniti e risiede in gran parte su fattori di tipo etnico: il supporto del Presidente Ghani ai Pashtun e la benevolenza di Abdullah verso i Tajiki creerebbero forti elementi di discriminazione. Nonostante alcuni progressi raggiunti, ritiene ICG, restano per il governo afghano attuale fondamentali problemi di faziosità e di disputa tra i diversi poteri e le opposizioni, oltre a sfide di tipo economico ed umanitario (fonte ICG per l’informazione vedi qui).

 

11 Aprile: almeno 5 persone sono rimaste uccise e molte altre ferite, in un attacco suicida a Kabul. L’esplosione è avvenuta vicino al Ministero della difesa e ad altre istituzioni, in un orario di punta. Vittime dell’attentato, rivendicato dall’ISIS attraverso Amaq, canale di informazione legato al gruppo terroristico, sarebbero sia civili che membri delle forze di sicurezza afghane (fonte Radio Free Europe/radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

13-16 aprile: gli Stati Uniti lanciano nella provincia di Nangarhar, est del Paese e al confine con il Pakistan, la più potente bomba di tipo non nucleare (la c.d. mother of all bombs) di cui gli USA siano in possesso e utilizzata per la prima volta in combattimento. Secondo il Pentagono la bomba sarebbe stata lanciata su una serie di tunnel utilizzati da membri dell’ISIS, distruggendo il complesso di passaggi sotterranei e provocando la morte di almeno 94 militanti. A tre giorni dal lancio della c.d. Super bomba, il Consigliere americano per la sicurezza nazionale, Mc Master, si è recato in visita a Kabul, per discutere con i leader afghani della revisione delle politiche americane nel Paese sotto l’amministrazione Trump. In Afghanistan restano al momento 8.400 soldati statunitensi, ma si prevede il ricorso ad una strategia più ampia e l’impiego di alcune migliaia di militari in più (fonte Al Jazeera, CNN, New York Times,ANSA e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui, qui, qui, qui e qui).

 

20 aprile: alcuni combattenti armati talebani hanno assaltato una base militare a Mazar-i Sharif nel nord dell’Afghanistan – provincia di Balkh – provocando la morte di più di 100 soldati e il ferimento di dozzine di altri militari. Si tratta dell’attacco più sanguinoso che ha colpito il paese dopo l’attentato dell’ISIS che nel luglio 2016 ha ucciso 80 manifestanti di etnia Hazara (fonte Guardian, CNN, NY Times – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

25 aprile: la Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) pubblica il report “Afghanistan’s Other Battlefield: The Fight Against Corruption”. Secondo il report, le autorità afghane hanno fatto progressi nella lotta alla corruzione, ma restano ancora sfide importanti, laddove la corruzione permea tutti gli aspetti della vita nel Paese, minando la fiducia pubblica e nelle istituzioni di governo. Il report segnala che, nonostante gli sforzi del governo afghano e l’impatto che le sue iniziative stanno avendo sulla vita dei cittadini, la corruzione continua a rappresentare un ostacolo sostanziale al processo di pace del paese (fonte UNAMA – per l’informazione vedi qui).

 

3 maggio: almeno 8 persone sono rimaste uccise e circa 25 ferite in un attentato rivolto contro un convoglio militare NATO. Il gruppo jihadista Stato Islamico (IS) ha rivendicato l’attacco tramite Amaq, la sua agenzia di  informazione (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, BBC news e Reuters – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

19 maggio: una bomba posta sul ciglio della strada ha ucciso almeno 11 civili, in maggioranza donne e bambini, nel distretto di Mohammad Agha, provincia orientale di Logar. Non ci sono state immediate rivendicazioni dell’attentato (fonte VOA – per l’informazione vedi qui).

 

19 maggio: una bomba posta sul ciglio della strada ha ucciso almeno 11 civili, in maggioranza donne e bambini, nel distretto di Mohammad Agha, provincia orientale di Logar. Non ci sono state immediate rivendicazioni dell’attentato (fonte VOA – per l’informazione vedi qui).

 

19 maggio: Jamestown Foundation (JF) pubblica un articolo di approfondimento sulla sua rivista Terrorism Monitor intitolato “The Taliban’s Spring Offensive: Afghanistan Faces a Crucial Year”. L’articolo prende in considerazione la strategia usata dai talebani dopo l’annuncio dell’avvio dell'”offensiva di primavera” (c.d “spring offensive”) per l’aprile di quest’anno, che prevede di combinare l‘invasione delle campagne con un’azione terroristica senza sosta contro le città, con l’obiettivo finale di rovesciare il governo afghano filo occidentale e sostituirlo con l’Emirato Islamico Talebano. Secondo l’autore gli insorti non appaiono affatto propensi a raggiungere accordi di pace e il governo si sta muovendo nella direzione di contrastare i talebani attraverso un piano di rafforzamento delle forze militari, la conduzione di operazioni antiterroristiche e un irrigidimento della retorica anti talebana. Kabul conta inoltre sulla nuova strategia per l’Afghanistan del governo americano di Trump, che ha recentemente previsto un ampliamento della presenza militare statunitense nel Paese (fonte JF – per l’informazione vedi qui).

 

27 maggio: una macchina bomba ha colpito un convoglio delle forze governative afghane nella città di Khost, est del Paese, uccidendo almeno 18 persone e ferendone 6. Obiettivo dell’attentato era una unità speciale delle forze afghane impiegata per la sicurezza delle truppe statunitensi. I talebani hanno rivendicato l’attentato (fonte VOA e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

 

31 maggio: l’esplosione di una bomba in piazza Zanbaq, area diplomatica altamente fortificata di Kabul, ha provocato la morte di oltre 90 persone e il ferimento di 400. I talebani hanno negato il loro coinvolgimento nell’attentato (fonte RSF e BBC – per l’informazione vedi qui e qui).

 

2-3 giugno: almeno 5 persone sono rimaste uccise a Kabul dopo che la polizia ha aperto il fuoco durante una marcia di protesta volta a chiedere l’intervento del governo a seguito dell’ennesimo attacco bomba avvenuto alla fine dello scorso mese. Il giorno successivo, in occasione del funerale del figlio di un senatore morto negli scontri del 2 giugno, tre esplosioni hanno provocato la morte di diverse persone e il ferimento di un centinaio. Al funerale era presente  anche il Primo ministro Abdullah Abdullah, che è rimasto illeso (fonte BBC news, Radio Free Europe, BBC, Al Jazeera – per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

 

4 giugno: in un articolo sui rischi che corrono gli Afghani rimpatriati dall’Europa, Amnesty International (AI) denuncia che la situazione in Afghanistan resta molto precaria, in un contesto in cui il fragile governo alla guida del Paese stenta ad affrontare i talebani, che hanno riacquisito maggior potere rispetto ad ogni altro momento dopo la caduta del regime nel 2001; altri gruppi armati, tra cui anche lo “Stato Islamico” hanno preso il controllo di alcune parti del Paese; continuano scontri ed incidenti violenti ai danni della popolazione civile e secondo le stime dell’ONU il 2016 è stato l’anno in cui si sono registrate il maggior numero di vittime tra i civili. AI denuncia che, laddove le autorità inglesi e americane chiedono ai propri cittadini di evitare viaggi nel Paese a causa dei rischi di rapimento, combattimenti, mine antiuomo e attacchi terroristici, molti governi occidentali considerano l’Afghanistan un Paese di ritorno sufficientemente sicuro per il trasferimento dei richiedenti asilo afghani (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

6 giugno: 7 persone sono rimaste uccise e 12 ferite a seguito di un’esplosione nella città occidentale di Herat. Per l’incidente, accaduto vicino alla Grande moschea, in concomitanza con la riunione di 20 Paesi per una conferenza sulla pace e sulla stabilità, non c’è stata alcuna rivendicazione (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

6 giugno: la BBC pubblica un articolo di approfondimento in cui l’autore analizza le conseguenze derivanti dai diversi attacchi suicidi che hanno colpito la capitale Kabul la scorsa settimana, provocando una profonda crisi di fiducia nel governo e nelle sue politiche. Secondo l’autore, l’Afghanistan si sta velocemente trasformando in uno stato fallito, in cui il problema più pressante è rappresentato dalla crisi politica a Kabul, che evidenzia la perdita di legittimazione interna del Presidente Ashraf Ghani, accusato di incompetenza, arroganza e incapacità di creare una coalizione di governo unita. A ciò si aggiunge l’incertezza dell’impegno della comunità internazionale nel supportare l’attuale governo afghano e della nuova amministrazione americana di Trump nell’intervenire ulteriormente nel Paese (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

10 giugno: 3 soldati americani sono stati uccisi da un soldato dell’esercito afghano nell’est del Paese. L’attacco è avvenuto nel distretto di Achin, nella provincia di Nangarhar. I talebani hanno rivendicato l’attacco, affermando che l’aggressore era un militante infiltratosi nell’esercito Afghano (fonte Radio Free Europe – per l’informazione vedi qui).

 

12 giugno: 3 civili afghani sono stati uccisi dalle forze statunitensi, dopo che il veicolo su cui viaggiavano i soldati USA è stato colpito da una bomba posta sul ciglio della strada, nella provincia di Nangarhar – est del Paese. I talebani hanno rivendicato l’esplosione del veicolo americano. Il rappresentante della missione NATO in Afghanistan ha dichiarato che il convoglio ha aperto il fuoco per ragioni di “difesa” (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

 

14-21 giugno: il gruppo islamista Stato Islamico avrebbe catturato Tora Bora, un’area montuosa dell’est del Paese, che fu nascondiglio di Osama Bin Laden dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La conquista sarebbe avvenuta dopo astiosi scontri con i talebani. La settimana successiva  le forze di sicurezza afghane hanno riconquistato il complesso di cave e tunnel di Tora Bora  e starebbero avanzando anche verso i villaggi di Alif Khel e di Meerkhany, per spingere ulteriormente indietro il gruppo Stato Islamico (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

17 giugno: le forze di sicurezza statunitensi annunciano di aver ucciso il direttore dei media del gruppo estremista Stato Islamico nella provincia nord orientale di Nangarhar, attraverso il bombardamento di un importante centro dei militanti nel distretto di Achin. Tale operazione avrebbe permesso di tagliare le comunicazioni e le connessioni con la fazione del gruppo in Siria (ISIS) (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

19 giugno: 8 guardie di sicurezza afghane della base militare di Bagram sono state uccise e 2 ferite da uomini armati nella provincia settentrionale di Parwan. I talebani hanno reclamato le uccisioni. L’incidente è avvenuto vicino al villaggio Shah Kah, circa ad 1 km di distanza da Bagram, che è la più grande base militare statunitense del Paese ed è regolarmente oggetto di attentati (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

22 giugno: almeno 34 persone sono rimaste uccise e 58 ferite nell’esplosione di una macchina fuori dalla banca “New Kabul” di Lashkar Gah, nella provincia meridionale di Helmand. I talebani affermano di aver messo l’esplosivo (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

25 giugno: 10 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi e 5 poliziotti feriti in seguito ad un attacco dei militanti talebani rivolto contro una postazione di controllo della diga di Salma – ovest del Paese. Il progetto di diga idroelettrica è già stato obiettivo di attacchi dei talebani in passato ed è fortemente sorvegliato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

29 giugno:  Afghanistan Analyst Network (AAN) pubblica un report intitolato “Ideology in the Afghan Taliban” che ripercorre la storia dell’ideologia talebana dalle sue radici prima dell’invasione russa del 1979, fino al progetto di jihad anti americano. Nata in gran parte nelle hujras afghane oltre che nelle madrase pakistane, l’ideologia talebana si sviluppa con una forte influenza sufista e negli ultimi due decenni subisce cambiamenti sostanziali, abbandonando l’originaria visione legata alle tradizioni rurali pashtun per assumere un’epistemologia più moderna a modello dell’Islam dei Fratelli musulmani e di Al Qaeda (fonte Afghanistan Analyst Network – per l’informazione vedi qui).

 

29 giugno: 3 soldati delle forze di sicurezza speciali statunitensi sono stati uccisi da un collega afghano durante un’operazione ad Achin – est dell’Afghanistan. Un portavoce dei talebani ha rivendicato l’attentato (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

30 giugno: 6 ufficiali di polizia afghani sono rimasti uccisi quando dei militanti talebani hanno invaso il loro posto di sicurezza nella provincia occidentale di Farah, distretto di Sheb Koh. L’attacco è stato bloccato dopo che le forze governative hanno mandato rinforzi. Nello scontro seguito all’attentato sono rimasti uccisi anche 9 combattenti talebani; altri 5 i militanti morti e 9 i feriti in un secondo scontro avvenuto nel distretto Poshte Koh (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

2 luglio: 13 combattenti filo governativi, membri di una milizia locale istituita sotto l’autorità del ministero dell’interno afghano per difendere l’area dai ribelli, sono rimasti uccisi in un’imboscata nel distretto Khemtal della provincia settentrionale di Balkh. I talebani hanno rivendicato l’attacco (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

3 luglio: l’esplosione di una bomba sul ciglio della strada nella provincia orientale di Kandahar ha provocato la morte di almeno 4 civili afghani. Non c’è stata una rivendicazione immediata dell’attentato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

4 luglio: 6 civili sono morti e altri 6 sono rimasti feriti dopo l’impatto del veicolo su cui viaggiavano con una bomba, nella provincia di Farah. Nell’arco dell’ultima settimana almeno 17 persone sono morte, a causa della presenza di mine sulle strade, nelle esplosioni avvenute a  Kandahar e a Nangarhar (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty –  per l’informazione vedi qui).

 

7 luglio: 6 civili afghani sarebbero rimasti feriti in uno scontro tra fazioni di gruppi militanti rivali locali nella provincia settentrionale di Kunduz. Sono molti i gruppi paramilitari presenti in Afghanistan; nessuno di quelli coinvolti in questo attacco è ritenuto avere legami con i talebani (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty  – per l’informazione vedi qui).

 

9 luglio: Afghanistan Analyst Network (AAN) pubblica il report “New Taleban Attacks in Kunduz: Less coordinated, still well-placed to threaten the city”, in cui sottolinea che nonostante l’annuncio da parte dei talebani dell’avvio di un’offensiva di primavera e la realizzazione di diversi attentati simultanei contro le forze di sicurezza afghane nella provincia di Kunduz, gli attacchi dei talebani si sono dimostrati meno coordinati e sostenuti che in passato, consentendo ogni volta di respingere gli insorti. Il report sottolinea tuttavia che la capacità della forze di sicurezza afghane (ANSF) di intervenire nelle aree vulnerabili della provincia di Kunduz e di proteggere le strade di collegamento, resta limitata e dipendente dal supporto aereo statunitense (fonte AAN – per l’informazione vedi qui).

 

14 luglio: il Pentagono dichiara che le forze statunitensi hanno ucciso Abu Sayed, leader della fazione afghana del gruppo Stato Islamico (ISIS Khorasan) con un bombardamento sferrato contro i quartieri generali del gruppo nella Provincia di Kunar. Nel corso del raid aereo sarebbero rimasti uccisi anche altri membri di ISIS-K. Sayed è il terzo leader del gruppo islamista ad essere ucciso da luglio dello scorso anno (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Al Jazeera e NY Times – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

15 luglio: grazie ad un’operazione su larga scala effettuata da soldati afghani con il supporto aereo delle forze internazionali, il governo ha recuperato il controllo del distretto meridionale di Nawa, Provincia di Helmand, che era caduto nelle mani dei talebani nove mesi fa. Nel corso dell’operazione 12 militanti talebani sarebbero rimasti uccisi e 2 poliziotti afghani feriti (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

18 luglio: al vice presidente afghano, Abdul Rashid Dostum, è stato negato l’atterraggio nella città settentrionale di Mazar e-Sharif, al ritorno in Afghanistan dalla Turchia, dove si trovava da quando nel maggio era stato accusato di aver ordinato il rapimento e il compimento di atti di violenza sessuale e fisica ai danni di un rivale politico. Non è chiaro chi abbia impedito l’atterraggio, ma fonti governative dichiarano che il ritorno del vice presidente non era stato concordato con le autorità. Secondo le fonti consultate questo avvenimento potrebbe ulteriormente infiammare la crisi politica del paese (fonte BBC news e Radio Free Europe, per l’informazione vedi qui e qui).

 

19 luglio:  il dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblica lo studio annuale sul terrorismo (Country Report on Terrorism 2016 – Afghanistan). Nella pubblicazione è riportato che il conflitto tra le forze di difesa e di sicurezza afghane (ANDSF) e i talebani si è risolto nel controllo delle aree più popolate da parte delle forze governative e nell’acquisizione o nel mantenimento del controllo delle aree rurali o meno densamente popolate da parte dei talebani, sviluppando una situazione di persistente insicurezza. Nel corso dell’anno sono aumentati gli attacchi terroristici di rilievo contro ufficiali di governo afghano ed contro membri della comunità internazionale, da parte dei talebani e del gruppo affiliato Haqqani Network (HQN). Inoltre si rileva la presenza nel Paese del gruppo Stato Islamico Khorasan (ISIS-K) limitatamente alle province di Nangarhar e Kunar, che è stato coinvolto in attentati terroristici di rilievo durante la s econda metà dell’anno e anche in scontri per il controllo sulle risorse e sul territorio con i militanti talebani (fonte US Department of State – per l’informazione vedi qui).

 

22 luglio: dozzine di abitanti della provincia di Kandahar sono stati rapiti nel corso della settimana da sospetti militanti talebani. Almeno 7 di loro sono stati uccisi, 30 persone sono state rilasciate, mentre altre 30 risultano ancora disperse. Secondo una delle fonti consultate, i talebani avrebbero negato ogni coinvolgimento nei rapimenti (fonte BBC, Dawn e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

22 luglio: un attacco aereo statunitense ha causato la morte di 16 soldati afghani nella provincia meridionale di Helmand. L’offensiva è avvenuta mentre l’esercito afghano era impegnato in operazioni di “pulizia” dalla presenza dei militanti talebani in un villaggio del distretto di Gereshk. La NATO ha ammesso l’incidente ed ha assicurato l’apertura di un’inchiesta (fonte BBC news e  the Nation – per l’informazione vedi qui e qui).

 

24 luglio: lo United States Institute of Peace (USIP) pubblica il report “Illegal Mining in Afghanistan: A Driver of Conflict”. In breve, il report afferma che l’attività estrattiva in Afghanistan ha il potenziale per contribuire all’economia del Paese, ma il fatto che l’estrazione minerale avvenga in maniera prevalentemente illegale o non regolata e che in molti casi queste attività servano al finanziamento di gruppi terroristici, come i talebani, o di gruppi di stampo criminale, rappresenta un possibile elemento di conflitto. Le attività di estrazione illegale e non regolata, infatti, diventano elemento di contestazione per l’accesso ai lucrativi profitti di questa attività e spingono le comunità locali, in alcuni casi, a dare supporto ai talebani o a gruppi di stampo mafioso per evitare forme di tassazione illegale da parte di ufficiali governativi corrotti (fonte United States Institute of Peace – per l’informazione vedi qui).

 

29 luglio: Afghanistan Analyst Network (AAN) pubblica un report intitolato “The Non-Pashtun Taleban of the North: The Takhar case study” che analizza le difficoltà del gruppo terrorista dei talebani nell’affermare la propria presenza nella provincia nord orientale di Takhar. Il principale ostacolo sarebbe rappresentato dalle tensioni di potere tra i talebani uzbeki e quelli pashtun e dalle difficoltà nella politica di reclutamento dei talebani non pashtun. Secondo il rapporto, i talebani non sono riusciti a stabilire una presenza stabile a Takhar, nonostante continuino gli attacchi rivolti contro i distretti e le aree strategiche della provincia, creando un gap geografico in un’area che rappresenterebbe un importante punto di collegamento per i talebani con i fronti più consolidati di cui sono già in possesso nelle province settentrionali adiacenti (Kunduz, Baghlan e Badaghshan)  (fonte AAN – per l’informazione vedi qui).

 

31 luglio: 2 persone sono morte e 3 sono rimaste ferite in un conflitto a fuoco presso l’ambasciata dell’Iraq a Kabul. Lo scontro tra le forze di sicurezza e gli uomini armati è seguito ad un attentato suicida avvenuto davanti l’ingresso dell’ambasciata e rivendicato dal gruppo militante ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) (fonte Al-Jazeera, NY Times e BBC news – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

1 agosto: il gruppo terrorista Stato Islamico (IS) ha rivendicato, tramite la sua agenzia di stampa affiliata (Amaq), l’esplosione di una bomba avvenuta nei pressi di una moschea sciita, il quinto attacco dello stesso tipo portato a termine quest’anno, nella città di Herat. Oltre 33 persone sono morte e altre 66 sarebbero rimaste uccise nell’attentato (fonte BBC news e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

 

2 agosto: 4 soldati americani sono rimasti feriti e due sono morti in un attentato rivolto contro un convoglio militare NATO, vicino alla città di Kandahar. I talebani hanno rivendicato l’attentato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e The Guardian – per l’informazione vedi qui e qui).

 

3 agosto: un attentatore suicida ha attaccato un convoglio militare nella provincia di Kabul, uccidendo un soldato georgiano, impiegato nella Missione “Resolute Support” della NATO. Nell’attentato, rivendicato dai talebani, sono morti anche 2 civili, mentre 5 soldati e un interprete sono rimasti feriti (fonte BBC news, Reuters e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

5 agosto: un agente di polizia afghano è stato ucciso vicino al campo aereo di Kanadahar, da soldati della Missione “Resolute Support” della NATO in Afghanistan, in risposta ad un tentativo di attacco interno da parte dello stesso ufficiale (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

 

5 agosto: almeno 62 persone sono rimaste uccise a seguito di un attentato rivolto contro un checkpoint gestito dalla polizia locale nell’area di Mirzawalang, provincia di Sar-e Pul – nord dell’Afghanistan. L’attentato sarebbe stato realizzato da militanti talebani alleati con combattenti fedeli al gruppo islamista Stato Islamico. Tra i morti, sia civili – principalmente musulmani sciiti, inclusi donne e bambini – sia 7 membri delle forze di sicurezza afghane e alcuni degli assalitori. I talebani hanno negato di aver ucciso civili, affermando invece che l’attentato ha provocato la morte di 28 membri della milizia filo governativa dell’area. Il gruppo Stato Islamico non ha commentato il fatto accaduto (fonte BBC e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui e qui).

 

6 agosto: le autorità afghane a Kabul hanno inasprito i controlli nelle aree della città dove si trovano gli uffici governativi e le ambasciate straniere, in seguito ad una serie di attacchi che ha colpito la capitale negli ultimi giorni. Le nuove misure di sicurezza includono 27 checkpoints permanenti, disseminati tra le 42 strade che percorrono l’area diplomatica della capitale. Tutte le misure dovrebbero diventare operative nell’arco di 6 mesi (fonte Reuters e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui e qui).

 

10 agosto: gli Stati Uniti dichiarano che Abdul Rahman, identificato come leader locale del gruppo islamista Stato Islamico (ISIS Khorasan) nella provincia di Kunar, e altri 3 membri del gruppo sono stati uccisi nel corso di un attacco aereo (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

 

11 agosto: una bomba da mortaio caduta su una casa nella provincia di Faryab – nord dell’Afghanistan – ha ucciso almeno 13 civili, tra cui dieci bambini e due donne. Non ci sono state dichiarazioni immediate da parte dei talebani sull’incidente e non è chiaro se il mortaio sia stato lanciato dai talebani o delle forze di sicurezza governative (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

20 agosto: secondo quanto emerso nel corso di un dibattito organizzato dal Insitute for War and Peace Reporting (IWPR) nella provincia di Badghis, il conflitto in corso in Afghanistan rappresenta uno dei principali fattori trainanti dell’alto livello di disoccupazione nel Paese. Le stime delle autorità locali riportano che tale livello si assesta intorno al 60%, cui si aggiunge una consistente percentuale di lavoratori soltanto temporanei. I partecipanti al dibattito hanno sottolineato che corruzione e problemi di sicurezza sono altri due fattori determinanti alla base dell’alto livello di disoccupazione cronica in Afghanistan (fonte IWPR – per l’informazione vedi

qui).

 

23 agosto: EASO pubblica un nuovo Conutry Of Origin Information Report – Afghansitan: Key socio-economic indicators, state protection, and mobility in Kabul City, Mazar-e Sharif, and Herat City”. Il report fornisce una descrizione generale della situazione socio-economica nelle tre principali città afghane di Kabul, Herat e Mazar-e Sharif, in relazione ai dati che riguardano crescita economica, occupazione, povertà, sicurezza alimentare, accesso all’istruzione, salute e casa. EASO analizza anche l’attuale situazione degli attori coinvolti nel mantenimento della sicurezza nel Paese, con un focus sulle Forze di Sicurezza Nazionale Afghane (Afghan National Security Forces) e sul sistema giudiziario formale. Particolare attenzione è data nel report alla situazione di donne, minori e sfollati interni (fonte EASO – per l’informazione vedi qui).

 

25 agosto: sarebbero almeno 40 le persone morte e oltre 100 quelle ferite, secondo gli ultimi aggiornamenti, a seguito di un attacco suicida diretto contro una moschea sciita a Kabul. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo islamista Stato Islamico (fonte Reuters, BBC news e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

27 agosto: circa 13 persone sono morte, tra cui sia soldati sia civili afghani, e altre 18 sono rimaste ferite in un attacco bomba diretto contro un convoglio militare nella provincia meridionale di Helmand. I talebani, che al momento controllano buona parte della provincia, ad eccezione della capitale provinciale Lashkhar Gah, avrebbero rivendicato l’attentato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, BBC e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

29 agosto: un attentatore suicida si è fatto saltare in aria presso la “Kabul Bank” nel centro della capitale e a circa 500 metri dal complesso dell’ambasciata statunitense, provocando la morte di almeno 5 persone e il ferimento di altre 8. I talebani hanno rivendicato l’attentato affermando che era diretto contro gli impiegati che stavano ritirando il loro salario (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Al Jazeera e Reuters – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

5 settembre: due membri afghani della Croce Rossa internazionale (ICRC) che erano stati rapiti da un gruppo armato nella provincia settentrionale di Jowzjan a febbraio, sono stati rilasciati. La ICRC non ha fornito informazioni in merito ai rapitori, ai motivi del rapimento o alle circostanze del rilascio (fonte Radio Free Europe/Radio liberty e ICRC – per l’informazione vedi qui e qui).

 

10 agosto: il Segretario Generale delle Nazioni Unite pubblica un report speciale sui cambiamenti  previsti per il futuro della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), intitolato “Special report on the strategic review of the United Nations Assistance Mission in Afghanistan”. Dal report emerge che la necessità di una revisione strategica dell’UNAMA è dovuta principalmente al nuovo periodo di insicurezza e fragilità in cui è caduto il Paese. I risultati della revisione, che sarà guidata dal Rappresentante Speciale del Segretario Generale in Iraq, sono finalizzate a far proseguire l’impegno della missione fino al 2020, prevedendo come priorità la prevenzione del conflitto e il sostegno alla pace (fonte UNAMA  – per l’informazione vedi qui).

 

11 settembre: una fisioterapista spagnola impiegata presso un ospedale della Croce Rossa a Mazar-e-Sharif – nord dell’Afghanistan – è stata uccisa da un paziente. Due persone sono state arrestate e un’investigazione è stata aperta sui motivi dell’attacco, che restano ignoti (fonte Reuters, BBC news e ICRC – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

11 settembre: una volontaria finlandese, impiegata per il gruppo “Operation Mercy” sequestrata a maggio, è stata rilasciata. Rimane ignota l’identità degli uomini armati che hanno messo in atto il rapimento, durante il quale un collega tedesco e una guardia afghana erano rimasti uccisi (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

11 settembre: un convoglio NATO è stato attaccato da un attentatore suicida lasciando feriti almeno 5 soldati della Missione Resolute Support e alcuni civili, vicino alla base aerea di Bagram. Le fonti consultate riportano dettagli discordanti in merito all’accaduto. Secondo l’agenzia Reuters, una dichiarazione dei militanti talebani ha affermato che 13 Americani sono stati uccisi, 11 feriti e 3  mezzi blindati distrutti (fonte Radio Free Europe/Radio liberty, Reuters, The Guardian e CNN – per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

 

13 settembre: almeno 3 persone sono morte e 7 sono rimaste ferite in un attentato suicida sferrato nei pressi dello stadio internazionale di cricket a Kabul. Nessun gruppo ha espressamente rivendicato l’attentato, ma un riferimento in lingua bosniaca ad un attacco contro le forze di sicurezza afghane a Kabul, è stato pubblicato sul sito di notizie Amaq, affiliato del gruppo Stato Islamico (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

 

15 settembre: il presidente afghano Ashraf Ghani ha ricevuto una proposta dall’esercito americano volta alla creazione di una milizia di difesa composta anche di personale a contratto, da impiegare insieme ai soldati regolari su modello dell’esercito territoriale indiano. La missione Resolute Support della NATO supporterebbe questa forza di sicurezza locale. Se l’idea sarà approvata, dal 20 settembre partirà un progetto pilota. HRW denuncia che il governo afghano sta considerando anche la possibilità di creare una nuova forte milizia tribale composta di 15.000 uomini da inserire sotto il Ministero degli Affari Tribali e dei Confini
(fonte HRW e NY Times – per l’informazione vedi qui e qui).

 

6-15 settembre: gli Stati Uniti invieranno circa 3.500 soldati in più in Afghanistan, a supporto dell’esercito afghano, portando il numero attuale di soldati impiegati nel Paese a 14.500 (fonte Reuters e VOA news – per l’informazione vedi qui e qui).

 

15 settembre: un soldato rumeno della missione NATO in Afghanistan è rimasto ucciso e altri due soldati sono stati feriti quando il convoglio su cui viaggiavano nella provincia di Kandahar ha impattato con una mina (fonte Reuters – per l’informazione vedi qui).

 

15 settembre: il Segretario Generale delle Nazioni Unite pubblica il report trimestrale di aggiornamento sulle attività condotte dalle Nazioni Unite in Afghanistan e sulla situazione nel Paese con particolare riferimento allo stato dei diritti umani, alla situazione umanitaria, alla situazione politica e allo stato della sicurezza. Riguardo tali due ultimi profili nel report si sottolinea che il governo di unità nazionale di Asfhraf Ghani è sottoposto a pressioni e critiche in maniera crescente, soprattutto in seguito all’annuncio di una possibile tornata elettorale per il 2018; sul piano della sicurezza dal report emerge che la situazione rimane altamente instabile (“highly volatile”), a causa dei continui confronti armati tra il governo e i talebani nel controllo di diversi distretti, senza che si ravvisino segni concreti di avanzamento nel processo di pace tra le due parti (fonte UNSG – per l’informazione vedi qui).

 

17 settembre: almeno 4 civili sono morti e 14 sono rimasti feriti nell’esplosione di una bomba nella provincia orientale di Khost. Nessun gruppo avrebbe rivendicato l’attentato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

18 settembre: almeno 6 civili sono morti nella provincia meridionale di Kandahar, a causa dell’esplosione di una bomba posta lungo la strada. La bomba sarebbe stata piantata dai talebani per colpire le forze di sicurezza afghane (fonte Reuters – per l’informazione vedi qui).

 

24 settembre: almeno 3 civili sono rimasti feriti in seguito ad un attacco condotto dai militanti talebani contro un convoglio militare danese della missione NATO a Kabul. I talebani hanno rivendicato l’attentato sostenendo di aver ucciso o ferito fino a 16 soldati statunitensi, mentre un portavoce dell’esercito danese ha affermato che nessun soldato sarebbe rimasto ferito (fonte Radio Free Europe/Radio liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

 

24 settembre: il capo di polizia del distretto Nad Ali, nella provincia meridionale di Helmand e 3  guardie del corpo, sono stati uccisi dai talebani, durante un assalto al veicolo su cui viaggiavano. I talebani hanno rivendicato l’imboscata in cui un altro poliziotto sarebbe rimasto ferito (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e VOA – per l’informazione vedi qui e qui).

 

27 settembre: l’aeroporto di Kabul è stato attaccato durante una visita del Segretario alla difesa statunitense Jim Mattis, volta a mostrare il supporto degli Stati Uniti al governo afghano. L’attentato sarebbe stato rivendicato sia da militanti talebani che del gruppo Stato Islamico. In risposta a quanto accaduto, le forze aeree statunitensi hanno sferrato un attacco aereo causando alcune vittime (fonte Reuters e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

 

29 settembre: un’ esplosione avvenuta fuori da una moschea sciita a Kabul ha ucciso almeno 5 persone e ne ha ferite oltre 20. I talebani hanno negato il loro coinvolgimento nell’attentato, rivendicato in seguito dal gruppo terrorista Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) (fonte VOA, Reuters e Al-Jazeera – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

Diritto e prassi

16 gennaio: attivisti per i diritti umani richiamano il governo afghano a rispettare le promesse fatte per il cambiamento di quelle norme del codice penale che possono essere usate per legittimare forme di violenza contro le donne. Si tratta in particolare dell’articolo 398 del Codice penale, ai sensi del quale nell’ipotesi dei c.d. “delitti d’onore” (ad es. omicidio messo in atto in caso di adulterio) è possibile per un uomo invocare circostanze attenuanti, ossia non vedere applicate le fattispecie dell’omicidio e dell’aggressione, ma ricevere una condanna alla detenzione non superiore ai 2 anni. Secondo l’analisi di IWPR, inoltre, una simile previsione mette chiaramente in luce forme di discriminazione di genere, laddove una donna può già essere condannata alla detenzione sulla base di un’accusa di “crimine morale” (i.e fuggire da casa, uscire in pubblico non accompagnata da un uomo) e in caso di accusa di adulterio può essere condannata alla detenzione fino a 5 anni. Gruppi promotori dei diritti umani in Afghanistan e nel mondo hanno chiesto più volte al governo di allineare il codice penale afghano con gli standard internazionali (fonte Institute for War and peace Reporting per l’informazione vedi qui).

 

22 gennaio: l’organizzazione non profit Afghanistan Analyst Network pubblica un articolo di analisi della nuova legge elettorale afghana entrata in vigore lo scorso novembre, con l’inaugurazione di una nuova Commissione Elettorale Indipendente e di una nuova Commissione per i reclami elettorali. Nell’analisi si sottolineano i cambiamenti maggiormente controversi, tra i quali in particolare aver deciso ai sensi dell’art. 35 di ridurre la dimensione delle commissioni elettorali “determine the Wolesi Jirga and provincial council electoral constituencies and to divide them into smaller constituencies” (fonte Afghanistan Analysts Network – per l’informazione vedi qui).

22 marzo: l’organizzazione no profit Asia Foundation pubblica un report dal titolo “What factors drive child marriage in Afghanistan?” sulla situazione della donna in Afghanistan e sui fattori che trainano il fenomeno del matrimonio precoce. Il report afferma che la condizione della donna in Afghanistan è particolarmente pericolosa a causa di una serie di diverse forme di violenza di genere, basso livello di educazione, difficoltà di accesso alle cure sanitarie, nonché ricorso frequente al fenomeno del matrimonio forzato delle bambine, benché si tratti di una pratica illegale; tutti fattori che minano la partecipazione della donna alla forza lavoro o la sua possibilità di frequentare gli studi. Secondo i dati raccolti dalla ONG, una bambina su 8 si sposa prima di avere compiuto i 16 anni e una su 3 prima dei 18; sono inoltre diversi i fattori in grado di incidere sulla pratica del matrimonio precoce, tra cui il reddito, la collocazione geografica, l’etnia, il livello di educazione (fonte Asia Foundation – per l’informazione vedi qui).

 

16 maggio: il Ministro dell’interno afghano, Gen Taj Mohammad Jahid, tiene una conferenza nazionale con il supporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e il coinvolgimento di rappresentanti di tutte le 34 provincie del Paese, per proporre una riforma delle leggi che regolano il corpo di polizia afghano. Lavorando allo scopo di  professionalizzare il corpo di polizia e garantire servizi di sicurezza effettivi ed efficienti per i cittadini, i partecipanti hanno redatto una lista finale di 23 raccomandazioni ed emendamenti da introdurre nella normativa (fonte UNDP – per l’informazione vedi qui).

 

20 giugno: la polizia afghana ha aperto il fuoco contro alcuni manifestanti che protestavano in opposizione al governo di Kabul, nel tentativo di demolire uno dei tendoni piantati in segno di protesta, uccidendo almeno 1 persona e ferendone svariate. Le contestazioni contro l’incapacità del governo di garantire la sicurezza durano ormai da 3 settimane (fonte BBC news e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui e qui).

 

9 luglio: nel corso di un’operazione di sicurezza nella provincia di Ghazni, al confine con il Pakistan, la polizia afghana ha arrestato 4 membri di un gruppo criminale dedito al traffico di esseri umani, accusati di aver rapito 25 bambini con lo scopo di inviarli in Pakistan, dove sarebbero stati addestrati come attentatori suicidi per i talebani afghani. L’attività di reclutamento e l’utilizzo di bambini come combattenti da parte dei talebani ha origine negli anni ’90 e negli ultimi tempi sembra in ampliamento, secondo quanto affermato da Human Rights Watch (HRW) in un report dello scorso anno. La destinazione finale prevista per il viaggio sarebbe stata la città di Quetta, dove si ritiene che attualmente abbia la sua base il gruppo dei talebani (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

21 settembre: l’Unione Europea (UE) ha approvato un finanziamento da 100 milioni di euro in supporto alla realizzazione di un pacchetto di riforme in Afghanistan per politiche allo sviluppo, mantenimento della stabilità macroeconomica, gestione dei finanziamenti pubblici e rafforzamento della trasparenza del bilancio dello Stato. Il finanziamento fa parte dello State Building Contract (SBC) firmato a Bruxelles con il governo afghano nell’ottobre 2016 (fonte UE – per l’informazione vedi qui).

Diritti umani e libertà fondamentali

15 gennaio: la Croce Rossa Internazionale (CRI) dichiara che un membro del suo staff rapito il 19 dicembre 2016 nella provincia di Kunduz, è stato rilasciato. Nessun commento è stato fatto in merito all’identità dei rapitori ne ai motivi. La CRI è presente in Afghanistan da oltre 30 anni e offre assistenza medica e servizi sanitari, agendo come intermediario neutrale per garantire l’assistenza umanitaria (fonte International Committee of the Red Cross – per l’informazione vedi qui).

 

16 gennaio: il Ministro degli Interni del Regno Unito pubblica un nuovo documento “Country Policy and Information Note” sull’Afghanistan intitolato “Afghanistan: Sexual orientation and gender identity”. Il report si sofferma su un’analisi della condizione delle persone appartenenti al gruppo LGBT. Il documento afferma che, pur non esistendo nella legge penale afghana una norma specificamente rivolta a criminalizzare gli atti omosessuali consensuali compiuti tra persone dello stesso sesso, il codice penale afghano punisce la pederastia e tutti gli atti sessuali compiuti al di fuori del matrimonio. Inoltre, in assenza di altre disposizioni, la Costituzione prevede il ricorso alla legge islamica (sharia) o alla consuetudine che prescrivono in entrambi casi la pena di morte per la fattispecie dell’omosessualità (nessuna sentenza di morte per omosessualità risulta essere stata eseguita dal crollo del regime talebano nel 2001). A livello sociale l’omosessualità rimane oggetto di un fortissimo taboo e i rischi in cui incorrono le persone omosessuali sono: assalti sessuali da parte della polizia, rifiuto da parte della famiglia, “delitto d’onore”. Obiettivo di questo documento è quello di fornire dati precisi e aggiornati sul Paese di origine dei richiedenti di nazionalità afghana al fine di supportare le autorità competenti del Regno Unito a decidere sull’attribuzione dell’asilo, della protezione umanitaria ovvero di altra forma di permesso (fonte UK Home Office – per l’informazione vedi qui).

 

25 gennaio: Reporters Without Borders (RSF) chiede l’immediato rilascio di Paul Overby, uno scrittore americano indipendente scomparso dalla provincia di Khost nel maggio del 2014. Al momento della scomparsa Overby stava effettuando ricerche per un nuovo libro sui Talebani e sulla guerra in Afghanistan ed era in viaggio verso il Nord Waziristan (Pakistan), dove avrebbe dovuto incontrare e intervistare Sirajuddin Haqqani, leader del movimento armato Haqqani Network (fonte Reporters without borders – per l’informazione qui).

 

7 febbraio: il Ministro degli interni del Regno Unito pubblica un nuovo documento “Country Policy and Information Note” intitolato “Afghanistan: Hindus and Sikhs” relativo alla situazione delle minoranze religiose Indù e Sikhs nel Paese. Dal report risulta che gli individui appartenenti a queste minoranze rappresentano ad oggi all’incirca una comunità di 2.000 personea fronte di oltre 200.000 cittadini afghani Indù e Sikhs negli anni ’80 del secolo scorso un numero in diminuzione vertiginosa a causa dell’alto livello di emigrazione, dovuto a decenni di conflitto e di discriminazione ufficiale e sociale. Indù e Sikhs in Afghanistan vivono in piccole comunità nelle province di Kabul, Nangarhar e Ghazni. Non esistono leggi sullo status personale specifiche per queste due minoranze. Benché la costituzione protegga espressamente la libertà di religione per i non musulmani, nella pratica queste libertà sono spesso soggette a limitazioni e ai danni delle comunità Sikh e Indù sono documentate anche situazioni di intolleranza, discriminazione, occupazione illegale ed espropriazione di terreni. Infatti, il report rileva che anche laddove ci sia la volontà a livello governativo di garantire protezione nei loro confronti in caso di serio danno o di minaccia in grado di rappresentare una persecuzione, a livello locale la polizia non risulta sempre disposta a fornire tale protezione, anche laddove possibile. Obiettivo di questo documento è quello di fornire dati precisi e aggiornati sul Paese di origine dei richiedenti di nazionalità afghana al fine di supportare le autorità competenti del Regno Unito per decidere sull’attribuzione dell’asilo, della protezione umanitaria ovvero di altra forma di permesso (fonte UK Home Office– per l’informazione vedi qui).

 

20 febbraio: Amnesty International (AI) pubblica il rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan per il 2016. Nel documento si esprime preoccupazione per l’intensificarsi del conflitto che ha causato violazioni dei diritti umani e abusi generalizzati per mano sia dei gruppi ribelli che delle forze governative. Migliaia di civili sono stati uccisi, feriti o risultano sfollati a causa delle violenze e la situazione corrente di insicurezza limita l’accesso ad educazione, salute e altri servizi. Gli sfollati interni sono 1,4 milioni (più del doppio rispetto al 2013) e si contano circa 2,6 milioni di rifugiati afghani. Il report sottolinea inoltre che persistono nel Paese violenze contro le donne, il reclutamento di bambini nel conflitto e minacce contro i difensori di diritti umani e i giornalisti; gruppi armati, tra cui i Talebani, continuano a mettere in atto omicidi, torture e altri abusi come punizione per azioni considerate come crimini o offese; nel corso dell’anno sono stati documentati almeno 100 casi di applicazione della pena di morte, eseguita spesso a termine di processi non equi. Il report sottolinea inoltre che nell’incontro tenutosi a gennaio 2016 a Doha i Talebani hanno ribadito che nessun processo di pace potrà avere inizio fino a quando le truppe straniere resteranno sul territorio. Un accordo di pace è stato invece firmato a settembre con il gruppo insurrezionale Hezb-I-islami (fonte Amnesty International –per l’informazione vedi qui).

 

6 marzo: Irin news pubblica un report dal titolo “Every clinic is now on the frontline: the impact on children of attacks on health care in Afghanistan” in cui si denunciano le gravi conseguenze che colpiscono i bambini a causa degli attacchi rivolti contro gli ospedali. Dal report risulta che il conflitto in corso ha significativamente limitato la possibilità di accesso alle strutture sanitarie presenti sul territorio (circa 2.200), a causa di strade bloccate, consegna irregolare del materiale medico, carenza di personale, oltre che a causa degli attacchi mirati diretti ai danni di strutture sanitarie. Questo tipo di attacchi sono stati messi in atto sia da parte di gruppi armati di opposizione, tra cui talebani e Isis, che da membri dell’ANSF o delle forze militari internazionali. Secondo i dati raccolti la situazione concernente i bambini è una delle peggiori al mondo, con la morte di 1 bambino su 10 entro i primi cinque anni di età e 1 milione di bambini che soffrono di malnutrizione (fonte Irin news – per l’informazione vedi qui).

 

7 marzo: Reporters Without Borders (RSF) annuncia l’apertura del primo centro per la protezione delle giornaliste afghane a Kabul. Il centro si chiamerà “Center for the Protection of Afghan Women Journalists” (CPAWJ) e viene creato allo scopo di assistere e proteggere le donne che esercitano il mestiere di giornalista in Afghanistan, combattendo le varie forme di pressione sociale di cui sono vittime, soprattutto le giornaliste che operano in zone remote del Paese (fonte RSF – per l’informazione vedi qui).

 

23 marzo: Save the Children denuncia che oltre 400.000 bambini, ossia più di 1.100 bambini ogni giorno in Afghanistan, potrebbero abbandonare la scuola nel corso del 2017, a causa della situazione di instabilità presente nel Paese, esacerbata dal picco di ritorni forzati dal Pakistan che stanno avvenendo in questi mesi. Secondo quanto riportato da Save the Children all’incirca la metà dei bambini rimpatriati non è attualmente in grado di frequentare la scuola, così come quasi un terzo dei bambini in tutto il Paese non sembra in grado di attendere il primo giorno dell’anno scolastico, aumentando il rischio di lavoro minorile, reclutamento da parte di gruppi armati, matrimonio precoce ed altre forme di sfruttamento (fonte Save the Children – per l’informazione vedi qui).

 

24 aprile: l’UNAMA pubblica un report intitolato “Treatment  of  Conflict  Related  Detainees:  Implementation  of  Afghanistan’s  National  Plan  on  the Elimination of Torture”. Il report documenta casi continui e consistenti di tortura e di altre forme di trattamenti inumani o degradanti in Afghanistan, ai danni di detenuti legati al conflitto, soprattutto nel corso degli interrogatori e in fase di detenzione. Nonostante il sistema legislativo afghano preveda un’esplicita criminalizzazione di simili fattispecie, sia a livello normativo sia a livello consuetudinario, la relazione mette in luce una mancanza di responsabilità per la commissione di tali atti. UNAMA rileva che a due anni dall’assunzione da parte del governo afghano del “National Plan on the Elimination of Torture” sono stati fatti progressi stabili soprattutto in campo legislativo, tuttavia molti impegni essenziali presenti nel piano nazionale sono stati implementati solo parzialmente(fonte UNAMA –per l’informazione vedi qui).

 

2 giugno: L’Austrian Centre for Country of Origin and Asylum Research and Documentation pubblica una ricerca COI intitolata “Rights of single mothers (widows and divorced women): Legilsation and Practices”, in cui analizza lo stato dei diritti delle donne sole (vedove e divorziate) in Afghanistan. Dalla ricerca emerge che le donne sole, per aver fuggito coniugi violenti, che abbiano perso il marito in combattimento o in attacchi terroristici o anche coloro che hanno avuto figli fuori del matrimonio, perciò accusate di “crimini morali”, sono una delle categorie più vulnerabili del paese. Tra queste, le vedove in particolare (stimate circa in 500.000 casi) sarebbero percepite come donne sospette o come simbolo di cattiva sorte. Lo studio riporta la posizione dell’UNHCR, secondo cui le donne che vivono senza il supporto e la protezione di una figura maschile sono particolarmente a rischio, in quanto mancano di mezzi di sopravvivenza, a causa delle norme sociali esistenti che impongono loro restrizioni, incluse limitazioni alla libertà di movimento e alla possibilità di guadagnare un reddito (fonte ACCORD – per l’informazione vedi qui).

 

7 giugno: con un comunicato Reporters Sans Frontiers (RSF) richiama l’attenzione sull’aumento di minacce e violenze contro il personale impiegato nel settore dei media, in riferimento agli incidenti che nelle ultime settimane hanno visto l’uccisione di 6 lavoratori e il ferimento di 10 giornalisti, oltre ai casi di minaccia da parte dei talebani messi in atto in numerose province del Paese. Secondo RSF la condizione dei giornalisti è particolarmente critica nella provincia orientale di Nangarhar, ma minacce ai giornalisti sono testimoniate anche nelle altre province del Paese (fonte Reporters Sans Frontiers – per l’informazione vedi qui).

 

12 giugno: Human Rights Watch (HRW) testimonia in un comunicato che anni di conflitto armato in Afghanistan hanno fomentato povertà e lavoro minorile e stima che un quarto dei bambini afghani tra i 5 e i 14 anni lavorano per supportare la propria famiglia, spesso per molte ore e senza una paga (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

 

25 luglio: le fonti consultate riportano che, secondo i dati raccolti dal watchdog indipendente Afghan Journalists’ Safety Committee (AJSC), nei primi mesi del 2017 c’è stato un incremento delle violenze e delle minacce contro i giornalisti da parte di estremisti talebani e del gruppo armato Stato Islamico (IS), soprattutto nell’est del Paese, dove lo IS ha una presenza più forte. Dall’inizio dell’anno gli attacchi di IS e talebani hanno provocato la morte di 10 giornalisti e il ferimento di 13, oltre alla perpetrazione di altri tipi di violenze, quali pestaggi, umiliazioni e intimidazioni. Secondo i dati del AJSC il 2016 è stato l’anno più letale per i giornalisti in Afghanistan (fonte VOA news e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui e

qui).

 

2 agosto: nel corso di un dibattito sullo stato dei diritti umani in Afghanistan organizzato dal Insitute for War and Peace Reporting (IWPR) alla fine del mese di luglio nella città di Faizabad, le autorità della provincia di Badakshan hanno evidenziato che le vittime civili sono in continuo aumento nel nord est del paese. L’approfondimento riporta che secondo l’Afghanistan Independent Human Rights Commission (AIHRC), anche nelle aree sotto il controllo governativo le violenze sono diffuse, con seri problemi di governance e di rispetto dello stato di diritto e casi in cui, a causa di corruzione e debolezza del governo locale, non vengono portate avanti inchieste sulle violazioni dei diritti umani (fonte Institute for War and Peace Reporting – per l’informazione vedi qui).

 

27 agosto: il Dipartimento di stato americano pubblica il report annuale sulla libertà religiosa “2016 International Religious Freedom Reports: Afghanistan”. Secondo il report, nel Paese la Costituzione stabilisce che l’islam è la religione di stato, ma garantisce a coloro che professano altre religioni, il diritto all’esercizio della loro fede nei limiti della legge. La conversione dall’Islam a un’altra religione è considerata apostasia e come tale è punibile con la morte, l’imprigionamento o la confisca dei beni. Nonostante negli ultimi due anni non siano state registrate accuse di apostasia o blasfemia, sussistono timori di punizioni da parte delle autorità e ritorsioni da parte della famiglia e della società, per coloro che scelgano di abbandonare l’islam per convertirsi ad un’altra religione. Le minoranze religiose, in particolare Sciiti ed Hazara, continuano ad essere il target di attacchi da parte di gruppi estremisti, quali i talebani e lo Stato Islamico. Anche i Sikh, gli Indù, i Cristiani e altre minoranze non musulmane denunciano maltrattamenti e violenze occasionali (fonte US Department of State – per l’informazione vedi qui).

 

30 settembre: si è tenuto a Kabul l’ultimo di una serie di incontri organizzati dall’ufficio regionale di UNAMA, in collaborazione con una stazione radio locale. In occasione di questo incontro donne provenienti da quattro distretti della provincia di Kabul, hanno potuto incontrare le istituzioni per instaurare un dialogo sul tema della maggiore partecipazione delle donne afghane ai processi decisionali pubblici. Il governo afghano ha promesso di incrementare la presenza femminile nelle istituzioni del 30% entro il 2020 (fonte UNAMA – per l’informazione vedi qui).

Situazione umanitaria 

9 gennaio: l’OCHA pubblica un report sullo status dei bisogni umanitari in Afghanistan in cui rileva che 9,3 milioni di persone nel Paese hanno bisogno di assistenza umanitaria, con un incremento del 13% rispetto l’anno precedente, causato anche dall’allargamento geografico del conflitto. Secondo il report, l’Afghanistan rimane uno dei paesi più pericolosi e violenti del mondo. Gli scontri hanno provocato la morte di oltre 8.000 civili nei primi 9 mesi del 2016 e causato mezzo milione di sfollati fino a novembre, di cui oltre la meta sono minori, a rischio anche di abuso e sfruttamento, oltre che di interruzione del ciclo scolastico e di forme di lavoro pericoloso. Inoltre, più di un quarto delle province afghane e afflitto da percentuali di malnutrizione che vanno oltre il 15%. La situazione e resa ancora più difficile da una diminuzione dei raccolti e anche dalla presenza di problemi climatici che vanno ad aggiungersi al conflitto e al fenomeno del ritorno in massa di rifugiati dal Pakistan (fonte OCHA – per l’informazione vedi qui).

 

24 gennaio: Human Rights Watch (HRW) prende posizione in un comunicato intitolato “Why the European Union Shouldn’t Deport Afghans” contro un’ondata di deportazioni di richiedenti asilo afghani la cui domanda è stata rigettata dalla Germania. HRW riporta che questa settimana altre 26 persone sono state ricondotte dalla Germania a Kabul, una città che assiste quotidianamente ad attacchi suicidi causa di vittime civili e che si trova in forte difficoltà nell’assorbire le migliaia di sfollati che stanno tornando dal Pakistan. Secondo HRW, la Germania sta consapevolmente “chiudendo un occhio” sui pericoli che gli afghani corrono se deportati a Kabul (fonte Human Rights Watch – per l’informazione vedi qui).

 

25-28 gennaio: secondo il “Situation report” dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) nel solo periodo tra il 22 e il 28 gennaio 2017, un totale di 1.100 Afghani senza documenti sono rientrati spontaneamente o sono stati deportati dal Pakistan in Afghanistan, attraverso le province di Nangarhar (passo di Torkham) e di Kandahar (confine di Spin Boldak). Secondo le stime dell’OIM nel corso dell’ultimo anno si e registrato un sostanziale incremento dei rimpatri di rifugiati afghani sia dal Pakistan che dall’Iran, con un totale di 728.000 persone che risultano rientrate senza documenti dal gennaio 2016, a causa di diversi fattori, tra cui il deterioramento delle condizioni di protezione in Pakistan. Oltre 1 milioni di rifugiati afghani rimangono ancora in territorio pakistano. L’UNICEF aggiunge che 1,9 milioni di persone in Afghanistan necessitano di aiuti d’emergenza. Il paese sta anche attraversando una forte crisi relativa alla mancanza di cibo, con circa 236.000 bambini in disperato bisogno di trattamenti per acuta malnutrizione (fonte OIM e UNICEF – per l’informazione vedi qui e qui).

 

5 febbraio: la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) pubblica il report annuale “Afghanistan: Protection of civilians in armed conflict”. In breve il report documenta che il livello delle violenze legate al conflitto in Afghanistan ha raggiunto un tasso molto elevato nel 2016, a fronte di una situazione di generale deterioramento nella protezione dei civili e con il raggiungimento del più alto numero di vittime totali registrato dal 2009. Nel 2016, sono stati 11.418 i civili coinvolti nel conflitto (3.498 vittime e 7.920 feriti), con un aumento totale del 3% rispetto al 2015. Il report denuncia inoltre dati allarmanti per l’impatto del conflitto sui bambini con un bilancio di 3.512 bambini vittime (di cui 923 morti e almeno 2.589 feriti) – il più alto numero di bambini vittime finora registrato in un solo anno (fonte UNAMA, Save the Children – per l’informazione vedi qui e qui).

 

13 febbraio: Human Rights Watch (HRW) pubblica un report sui rimpatri forzati di Afghani dal Pakistan, dal titolo “Pakistan coercion, UN complicity. The mass forced return of Afghan Refugees”. HRW afferma che le autorità pakistane stanno conducendo da luglio 2016 una campagna di abusi e minacce allo scopo di allontanare dal Pakistan fino a 600.000 rifugiati afghani. Il report denuncia inoltre il ruolo ricoperto dall’UNHCR nel promuovere questo esodo, che sempre secondo HRW è divenuta complice di questa massiccia migrazione, attraverso il rilancio dei programmi di rimpatrio volontario. Dalle interviste condotte da HRW è emerso che in seguito al deterioramento delle relazioni tra Pakistan e Afghanistan, sono intervenuti diversi fattori coercitivi volti a costringere gli Afghani a lasciare il Paese, tra cui la crescente insicurezza dello status legale dei rifugiati in Pakistan, gli annunci da parte del governo pakistano che intimano agli Afghani di lasciare il Paese e le conseguenti minacce di deportazione, estorsioni e intimidazioni ai danni dei rifugiati da parte delle forze di polizia, detenzioni arbitrarie ed esclusione dei bambini afghani dalle scuole (fonte Human Rights Watch –per l’informazione vedi qui).

 

7 aprile: L’Assessment Capacities Project (ACAPS) pubblica i dati relativi al rimpatrio di rifugiati afghani da Pakistan e Iran. Il report rileva che attualmente il numero di rifugiati rimpatriati dall’Iran è di 54.000 persone,  con una concentrazione nelle zone limitrofe ai passi Islam Qala e Milak nell’ovest del Paese; 10.000 i rimpatri dal Pakistan, attraverso il passo di Torkham nella provincia di Nangarhar e il passo di Spin Boldak, nella provincia di Kandahar. Per il 2017 sono attesi tra 600.000 e 1 milione di rimpatri. Le condizioni di vita dei rimpatriati sono in peggioramento e molte province del paese, in particolare quelle orientali come Nangarhar, impreparate al largo flusso di rimpatri dell’anno scorso, potrebbero non essere più capaci di accogliere sfollati. I maggiori problemi riguardano l’insicurezza dei luoghi di insediamento. l’alloggio e la disponibilità di terre, oltre che problemi di sussistenza alimentare per il 30% dei rimpatriati (fonte Assessment Capacities Project –per l’informazione vedi qui).

 

16 aprile: secondo i dati pubblicati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (OCHA), dal 1 gennaio al 6 aprile, sono 58.700 gli individui che hanno lasciato le proprie case a causa del conflitto in Afghanistan. Lo sfollamento ha interessato 26 delle 34 province del Paese. Le famiglie sfollate vivono spesso in condizioni precarie, a causa di inadeguatezza degli alloggi, scarsità alimentare, mancanza di accesso alle strutture sanitarie e di protezione (fonte OCHA –per l’informazione vedi qui).

 

17 aprile: l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID) pubblica un scheda informativa (“fact sheet“) intitolata “Afghanistan: complex emergency”. Nel report si afferma che il protrarsi del conflitto armato e i ricorrenti disastri naturali hanno generato un forte bisogno di assistenza umanitaria attraverso tutto il Paese. A questa situazione si aggiunge l’alto numero di rimpatri di rifugiati afghani dal Pakistan e l’aumento del numero di sfollati interni; peril 2017 le Nazioni Unite stimano la presenza di circa 1 milione di sfollati interni in Afghanistan, di cui 300-400.000 a causa del conflitto e 600.000 rimpatriati. La situazione nel Paese si è dimostrata pericolosa anche per gli operatori umanitari, coinvolti nei primi tre mesi del 2017 in 92 episodi legati alla sicurezza, con la morte di 7 volontari e il ferimento di 4 (fonte USAID – per l’informazione vedi qui).

 

20 aprile: con un ingente aumento rispetto ai primi giorni dell’anno, nelle prime due settimane del mese di aprile circa 1000 rifugiati afghani senza documenti sono rientrati in Afghanistan dal Pakistan. Il Norwegian Refugee Council denuncia che a queste persone, il cui stato di rifugiato non era formalmente riconosciuto in Pakistan, non è garantito accesso allo stesso tipo di supporto offerto ai rifugiati registrati. Molti di coloro che stanno rientrando senza documenti avevano domandato asilo in Pakistan negli anni ’80durante il periodo della dominazione sovietica e denunciano la sussistenza di problemi endemici nel Paese che hanno impedito la loro formale registrazione come rifugiati (fonte Norwegian Refugee Council –per l’informazione vedi qui).

 

27 aprile: secondo un report dell’Institute of War and Peace Reporting (IWPR), intitolato “Child Malnutrition Mounts in Afghan Province” un numero crescente di bambini nella provincia meridionale di Kandahar soffre di malnutrizione. Secondo le stime riportate sono oltre 36.000 i bambini che hanno necessità di cure, con un netto aumento rispetto agli anni precedenti. La malnutrizione rappresenta un problema diffuso in tutto il Paese e quella infantile in particolare può produrre conseguenze serie, sia a breve che a lungo termine, anche a causa del fatto che i trattamenti curativi riescono a raggiungere solo un numero limitato di bambini (fonte IWPR – per l’informazione vedi qui).

 

27 aprile: Amnesty International (AI) dichiara che la situazione in Afghanistan continua ad essere pericolosa per i rifugiati che vi fanno ritorno, come dimostrano gli attacchi contro civili realizzati nei primi mesi dell’anno e l’incapacità del governo afghano di assicurare una reale protezione. La situazione di sicurezza si è infatti progressivamente deteriorata in seguito al ritiro della maggioranza delle forze internazionali nel 2014, con un aumento delle vittime civili e l’intensificarsi della crisi dovuta ai casi di sfollamento interno al Paese. I talebani controllano attualmente più territorio rispetto ad ogni altro momento dal 2001. Agli sfollati interni si aggiungono inoltre i rifugiati rimpatriati da Pakistan, Iran e dai Paesi dell’Unione Europea (UE). Proprio con alcuni stati UE il governo afghano ha firmato lo scorso anno una serie di accordi che prevedono il rimpatrio dei rifugiati la cui domanda di protezione internazionale è stata rifiutata (fonte Amnesty International –per l’informazione vedi qui).

 

12 maggio: l’Afghanistan Analyst Network (AAN) pubblica un articolo in cui analizza le conseguenze del ritorno in massa di rifugiati afghani provenienti dal Pakistan. Secondo AAN la maggior parte dei circa 600.000 rifugiati afghani che si stima siano rimpatriati lo scorso anno, si è insediata nella provincia di Nangarhar, al confine con il Pakistan, comportando un peso notevole sui servizi sanitari e scolastici della regione; a ciò si è unito un forte aumento dei prezzi delle proprietà, che ha esacerbato la pratica dell’accaparramento di terre (c.d. land grabbing), già una delle maggiori fonti di conflitto nell’area (fonte Afghanistan Analyst Network, per l’informazione vedi qui).

 

15 maggio: la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) denuncia il continuo aumento nel numero di bambini vittime del conflitto in Afghanistan. Secondo le stime dell’UNAMA, i primi quattro mesi del 2017 hanno registrato 987 vittime tra i bambini civili, di cui 283 morti e 704 feriti, con un incremento del 21% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La causa di questo aumento sarebbe da attribuirsi all’uso persistente di armi esplosive in aree popolate e al ricorso illegale e indiscriminato ai dispositivi esplosivi improvvisati (c.d. IED’s) attivati dalle stesse vittime. UNAMA afferma che molti dei circa 700 bambini feriti hanno riportato lesioni gravissime tra cui la perdita di arti e traumi durevoli (fonte UNAMA –per l’informazione vedi qui).

 

20 maggio: l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) riapre il suo Centro di Transito di Torkham per i rimpatriati afghani senza documenti che rientrano dal Pakistan nell’est del Paese, vicino al passo di Kyber, maggiore arteria di collegamento tra Afghanistan e Pakistan. Il centro ha subito un ampliamento che consente attualmente alla struttura di ospitare 30 famiglie o fino a 210 persone in una sola volta. Tra il 1° gennaio e il 18 maggio di quest’anno, l’OIM stima che siano rientrati dal Pakistan oltre 55.000 rifugiati afghani senza documenti, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e prevede il ritorno di 600.000 rifugiati afghani senza documenti entro la fine del 2017 (fonte OIM –per l’informazione vedi qui).

 

21-27 maggio: secondo l’ultimo monitoraggio settimanale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) tra  il 21 e il 27 maggio 2017, il rimpatrio dei rifugiati afghani registrati è diminuito del 13% rispetto alla settimana precedente, mentre il ritorno di Afghani senza documenti è aumentato dell’11%. L’esercito pakistano ha dichiarato che il 27 maggio è stata riaperta la frontiera di Chaman “per motivi umanitari” (“humanitarian grounds”), dopo una chiusura di 22 giorni durante i quali tutti i rimpatri sono stati effettuati attraversando il passo di Torkham (fonte OCHA e Reuters, per l’informazione vedi qui e qui).

 

14 luglio: le famiglie afghane che stanno fuggendo dall’est dell’Afghanistan e, in particolare, dalla provincia di Nangarhar dove gli Stati Uniti e le forze di sicurezza afghane stanno combattendo contro i militanti del gruppo Stato Islamico (IS), lamentano mancanza di assistenza da parte del governo provinciale. Molte di queste famiglie, tra cui oltre 2.000 provenienti dal distretto di Achin, dove in aprile l’esercito statunitense ha lanciato la super bomba MOAB (Massive Ordinance Air Blast e c.d. “Mother Of All Bombs”) contro una roccaforte dello Stato Islamico, vivono in accampamenti di fortuna privi dei servizi essenziali (fonte VOA news – per l’informazione vedi qui).

 

17 luglio: la Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) pubblica il report semestrale

2017 “Afghanistan: Protection of Civilians in Armed Conflict”. In breve, dal report emerge che il livello delle vittime provocate dal conflitto in Afghanistan nell’arco dei primi sei mesi del 2017 continua ad assestarsi ai livelli elevati dello scorso anno. Il numero delle vittime nel periodo compreso tra l”1 gennaio e il 30 giugno è stato registrato in 1.662 morti e 3.581 feriti. Il 40% di tutte le vittime civili (morti o feriti) è stata vittima delle forze anti-governative e il numero dei bambini e delle donne vittime del conflitto è aumentato, con un’ inversione di tendenza rispetto al 2016. Il report rileva anche che il livello delle vittime civili è aumentato in 15 delle 34 province afghane, con particolare riferimento a Kabul, Helmand, Kandahar, Nangarhar, Uruzgan, Faryab, Herat, Laghman, Kunduz e Farah (fonte UNAMA – per l’informazione vedi qui).

 

21 luglio: l’UNHCR accoglie con favore il programma pilota lanciato dal Pakistan che prevede la registrazione dei rifugiati afghani che vivono nel Paese, stimati attualmente tra le 600.000 e un milione di persone. Il programma regolarizzerà la situazione di molti rifugiati, attraverso il rilascio di “Afghan Citizen Cards” che consentiranno ai rifugiati afghani di restare legalmente in Pakistan fino all’ottenimento dei documenti ufficiali per il ritorno in Afghanistan, godendo anche di protezione legale da arresti arbitrati, detenzione e deportazione. Il programma di registrazione durerà 6 mesi ed è il risultato di lunghe consultazioni tra i governi dell’Afghanistan e del Pakistan e l’UNHCR (fonte UNHCR – per l’informazione vedi qui).