MALI

Gennaio-Settembre 2017

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Situazione politica e stato di sicurezza – Diritto e prassi – Diritti umani e libertà fondamentali – Situazione umanitaria

Situazione politica e stato di sicurezza

12 gennaio: nell’ultimo rapporto sui diritti umani nel mondo, Human Right Watch riferisce che, nel 2016, nel nord e centro del Mali i civili continuano a vivere in un clima di profonda instabilità (“situation of no war, no peace”), in quanto, mentre l’attuazione degli accordi di pace sembra essere in fase di arresto, i gruppi armati collegati ad Al-Qaeda hanno realizzato numerosi attacchi contro le forze di sicurezza maliane e le forze della missione di pace delle Nazioni Unite, riuscendo a spingersi più a sud. Nel rapporto si precisa che questi attacchi, a fronte del mancato disarmo dei combattenti degli anni 2012-2013, hanno aumentato la precarietà della situazione dei diritti umani e della sicurezza nelle aree del nord e centro del Paese: i civili soffrono sia dell’aumento della criminalità sia della conflittualità tra gruppi armati; la perdurante insicurezza impedisce alle forze governative e internazionali di adottare misure efficaci per rafforzare lo stato di diritto e per fornire aiuti umanitari ai civili, lasciando spazio al loro reclutamento forzato da parte dei combattenti; gravi violazioni dei diritti umani sono imputabili anche alle forze governative impiegate nella lotta contro il terrorismo (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

 

18 gennaio: circa 80 persone sono rimaste uccise e 115 ferite nell’attacco suicida contro la base militare di Gao del Meccanismo operativo di coordinamento (Mécanisme opérationnel de coordination o MOC), rivendicato dal gruppo terroristico di Al-Mourabitoune, collegato a Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI). Secondo la fonte consultata, in questa base si trovavano i combattenti della Coordination des mouvements de l’Azawad (ex-ribelli di etnia tuareg) e della Plateforme (coalizione pro-governamentale) che si preparavano a mettere in atto il pattugliamento misto previsto dall’accordo di pace noto come l’ “Accordo di Algeri”, firmato nel giugno del 2015 tra Bamako e diversi gruppi armati. Rappresentanti della missione ONU in Mali (Minusma) riferiscono che in questa base sono stanziati circa 600 combattenti (fonti Jeune Afrique e UN News Centre – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

23 gennaio: un membro dei Caschi blu è stato ucciso e altri due sono rimasti gravemente feriti in seguito a un attacco realizzato contro il loro campo d’Aguelhok, sito nel nord-est del Mali. Questo muovo attentato terroristico segue quello devastante dello scorso 18 gennaio, sottolineando una volta di più la pericolosità e l’instabilità del momento nell’area nord/centro del Mali (fonte Jeune Afrique e UN News Centre – per l’informazione vedi qui e qui).

22 febbraio: nel suo studio annuale relativo al Mali, Amnesty International (AI) riporta una situazione di instabilità diffusa dal nord al centro del Paese con un numero crescente di gruppi armati coinvolti nell’organizzazione di attacchi mirati. In particolare, AI ricorda che la proliferazione dei gruppi armati ha letteralmente impedito la realizzazione degli accordi di pace di Algeri del giugno 2015; Kidal, città a nord del Paese, è ancora sotto il controllo di questi gruppi; a causa dei ripetuti attacchi, lo stato di emergenza nel Paese è stato prorogato fino a marzo 2017, mentre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha esteso il mandato della sua operazione di stabilizzazione (MINUSMA) fino a giugno 2017; più di 10.000 uomini (peacekeepers) sono stati inviati sul territorio del Mali, mentre più di 135.000 maliani sono rifugiati nei Paesi confinanti (fonte AI – per l’informazione vedi qui).

24 febbraio: il centro di ricerca International Crisis Group (ICG) pubblica un articolo sui conflitti interni in corso in diverse aree del mondo. Con riferimento al conflitto in nord-centro Mali, lo studio mette in evidenza una situazione in progressismo peggioramento che rischia di mettere a repentaglio la stabilità dei Paesi confinanti, Burkina-Faso e Niger (fonte ICG – per l’informazione vedi qui).

2 marzo: un comunicato diffuso dalle organizzazioni jihadiste Ansar Eddine, Al Mourabitoune, la katiba Macina e Al-Qaïda au Maghreb islamique (Aqmi), dà atto che le stesse organizzazioni si sono raggruppate sotto un’unica “bandiera”, il gruppo denominato Jamaat Nusrat al-Islam wal Muslimeen. Il capo designato alla guida del neonato raggruppamento jihadista sarebbe il già noto Iyad Ag Ghali (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

5 marzo: 11 soldati maliani sono rimasti uccisi in un attacco armato realizzato contro la base militare di Boulikessi, già rivendicato dalla neonata formazione jihadista Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans, risultante dalla fusione di diversi gruppi terroristici posti sotto la guida del capo degli Ansar Eddine, Iyad Ag Ghali (fonti Jamestown Foundation e Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

29 marzo: due militari maliani e un civile sono rimasti uccisi a seguito di un’azione armata condotta nella località di Boulikessi, al confine con il Burkina Faso. Questo attentato è stato rivendicato ancora una volta dalla neonata coalizione jihadista denominata “Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans”, o Jamaat Nusrat al-Islam wal Muslimeen (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

18 aprile: un civile e due uomini della missione di pace dispiegata dalle Nazioni Unite in Mali, nota come MINUSMA, sono rimasti gravemente feriti in una esplosione, avvenuta a 30 chilometri a sud di Tessalit nella regione di Kidal, quando il veicolo su cui viaggiavano ha innescato un ordigno esplosivo. Contemporaneamente, a Gourma Rharous, 120 chilometri circa da Timbuctù, le postazioni delle forze armate maliane e della guardia nazionale sono state attaccate da terroristi armati non meglio identificati, che hanno provocato la morte di 5 militari e il ferimento di una dozzina (fonti UN News Centre e Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

25 aprile: il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha sospeso temporaneamente le sue attività nella regione di Kidal, nord del Mali, a causa della situazione di insicurezza. Restano escluse le azioni urgenti, quali quelle condotte presso l’ospedale locale. In particolare, la fonte riporta che, alle 4 di mattina, membri locali della sotto-delegazione del CICR a Kidal sono stati derubati da uomini rimasti sconosciuti (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

30 aprile: dopo una breve ulteriore proroga, successiva all’attacco terroristico realizzato il 18 aprile 2017 ai danni delle forze governative, l’Assemblea nazionale ha prorogato di 6 ulteriori mesi lo stato di emergenza in vigore su tutto il territorio, fino al 31 ottobre 2017. Come è noto, questa misura straordinaria è stata adottata il 20 novembre 2015, giorno dell’attacco jihadista contro l’hotel Radisson Blu di Bamako, e da allora è sempre stata prorogata. In vigenza dello stato di emergenza, le forze di sicurezza nazionali dispongono di maggiori poteri di intervento, mentre le manifestazioni pubbliche sono limitate (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

3 maggio: un membro liberiano della missione di pace MINUSMA è stato ucciso e altri nove sono rimasti feriti in un attacco sferrato contro il loro campo sito nella città di Timbuctù (fonti UN News Service e Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

5 maggio: nell’ultima pubblicazione di Terrorist Monitor sui 10 anni di attività di al-Qaeda nel Magreb Islamico, intitolata “Ten Years of al-Qaeda in the Islamic Maghreb: Evolution and Prospects”, l’autore riferisce che, dieci anni dopo la sua fondazione, il gruppo terroristico denominato al-Qaeda in the Islamic Magreb (AQIM) si è trasformato profondamente, diventando parte di un più ampio progetto globale, nonché centro gravitazionale di una pletora di gruppi jihadisti locali. In aggiunta, l’autore sottolinea come AQIM rappresenti un evidente controbilanciamento locale allo Stato Islamico (ISIS), in quanto è stato capace di sfruttare l’indebolimento complessivo di questo secondo gruppo terroristico, derivante in particolare dalle sconfitte in Iraq e Siria, a tutto vantaggio delle proprie mire espansionistiche (fonte Jamestown Foundation – per l’informazione vedi qui).

23 maggio: due membri della missione di pace delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) sono stati uccisi in una imboscata organizzata a cinque chilometri da Aguelhok, nell’aera di Kidal. Trattasi solo dell’ultimo episodio di una ondata di assalti violenti sferrati indistintamente contro i civili e le forze di sicurezza nazionali e internazionali (fonti UN News Service e Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

6 giugno: il rapporto periodico del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla situazione in Mali mette in evidenza i progressi realizzati in attuazione dell’accordo di pace di Algeri, vale a dire il collocamento delle autorità transitorie locali in ciascuna delle cinque regioni del Mali. Tuttavia, evidenzia altresì come questi progressi non possano dirsi irreversibili, in ragione del fatto che l’insicurezza continua a perdurare e ad intensificarsi anche al di là dei confini nazionali, le violazioni del cessate il fuoco si ripetono mentre le riforme istituzionali sono in perenne stagnazione. A fronte di quanto evidenziato, il Segretario Generale raccomanda al governo maliano e a tutte le parti dell’accordo di pace di capitalizzare sul momento segnato dall’istituzione delle autorità locali per ripristinare l’autorità di governo in tutto il Paese, unitamente allo stato di diritto e alla sicurezza della popolazione locale, anche attraverso l’effettiva attuazione dei pattugliamenti congiunti nelle regioni di Kidal e Timbuctù (fonte UNSG – per l’informazione vedi qui).

8 giugno: il campo base di Kidal della missione delle Nazioni Unite in Mali (o MINUSMA) è stato fatto oggetto di un attacco armato. Le fonti consultate riferiscono che cinque membri della missione sono rimasti feriti, tre dei quali hanno successivamente perso la vita (fonti MINUSMA e UN News service – per l’informazione vedi qui e qui).

16-17 giugno: una trentina di persone hanno perso la vita in seguito alle violenze esplose tra la comunità peul e quella dogon nella regione di Mopti (centro del Mali vicino alla frontiera con il Burkina-Faso). Per ora, gli scontri sono cessati, anche grazie al dispiegamento di uomini della missione di forza e sicurezza maliana, ma la tensione resta alta. Secondo la fonte consultata, tutto è iniziato con il ritrovamento a Douna (villaggio sito a circa 40 km da Koro) di un corpo senza vita di una persona di etnia dogon, anche se questo genere di scontri tra etnie rivali (dogon e peul) si registrano da ben più di un anno (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

17 giugno: cinque soldati maliani hanno perso la vita e altri otto sono rimasti feriti nell’attacco sferrato da jihadisti (non meglio identificati) contro il campo militare di Bintagoungou, sito a 80 km circa ad ovest di Timbuctù nel nord del Mali (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

18 giugno: cinque persone, di cui tre civili e due militari, hanno perso la vita nell’attacco terroristico realizzato nel sito turistico di Kangaba (vicinanze di Bamako) dal neonato gruppo jihadista di sostegno all’islam e ai musulmani (Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans). Trattasi di una organizzazione jihadista creta lo scorso marzo 2017 e posta sotto la guida di Iyad Ag Ghali, già capo del gruppo terroristico Ansar Eddine (fonti Jeune Afrique e AllAfrica – per l’informazione vedi qui e qui).

12 luglio: nel rapporto annuale sulla libertà nel mondo (Freedom in the World 2017 – Mali) Freedom House fa rilevare che, nel 2016, il governo maliano ha continuato a combattere i gruppi jihadisti al fine di recuperare il controllo del territorio; e che, dall’altro lato, i gruppi armati esclusi dagli accordi di pace hanno aumentato la loro influenza, arrivando a colpire il centro del Paese, interferendo con le elezioni locali e impedendo la somministrazione di alcuni servizi di base (fonte Freedom House – per l’informazione vedi qui).

19 luglio: il dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblica lo studio annuale sul terrorismo (Country Report on Terrorism 2016 – Mali) nel quale si riporta che, nel 2016, in Mali l’attività terroristica resta ampiamente diffusa nelle aree a nord del Paese, fuori dal controllo del governo, mentre nel centro e nel sud si sono registrati alcuni episodi. Lo studio rileva come, nella lotta contro il terrorismo, il governo maliano continui a fare grande affidamento sulla missione delle Nazioni Unite in Mali, nota con l’acronimo MINUSMA, e sulle forze armate francesi dispiegate nel Paese. Lo studio sottolinea che, nel 2016, gli attacchi terroristici contro tutte le parti dell’accordo sono proseguiti nel nord del Mali, con il coinvolgimento di diversi gruppi armati, già qualificati come organizzazioni terroristiche straniere (Foreign Terrorist Organizations), quali Ansar Al Dine (AAD), Al Qa’ida in the Islamic Maghreb (AQIM), Al Mulathamun Battalion (AMB) (fonte US Department of State – per l’informazione vedi qui).

26-28 luglio: nei pressi del villaggio di Takalotte, sito nella regione di Kidal, i combattenti della CMA si sono scontrati con uomini delle organizzazioni della piattaforma, ritenuti vicini a Bamako. La fonte consultata stima che le violenze possano estendersi alla regione di Gao (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

29 luglio: gli ex ribelli a dominanza tuareg operativi nel nord del Mali (Coordination des mouvements de l’Azaward o CMA) hanno preso il controllo di Ménaka, capitale di una delle cinque regioni amministrative del nord del Paese (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

14 agosto: il quartiere generale della Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA), sito in Timbuctù, è stato attaccato da uomini armati. Le Nazioni Unite hanno reagito immediatamente, dispiegando una forza di reazione rapida con l’obiettivo di mettere in sicurezza il sito posto sotto assedio (fonti MINUSMA e UN News Centre – per l’informazione vedi qui e qui).

14 agosto: un casco blu e un soldato maliano sono rimasti uccisi durante un attacco armato sferrato contro un campo della Missione ONU in Mali (MINUSMA) a Douenza (centro del Mali). Secondo la fonte consultata, due degli assalitori sono stati uccisi. La stessa fonte ricorda che, nonostante l’intervento internazionale in Mali, volto a condurre un’azione mirata contro i gruppi jihadisti presenti sul territorio, intere aree dello stesso sono fuori dal controllo delle forze nazionali e straniere, che peraltro sono sovente oggetto di attacchi armati (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

22 agosto: due membri dello staff UNHCR sono rimasti feriti in un attacco armato sferrato contro il veicolo su cui stavano viaggiando in Timbuctù. Nel 2016, si sono registrati un totale di 158 attacchi armati contro personale umanitario, che hanno comportato la morte, il ferimento o il sequestro di 288 persone (fonte UNHCR – per l’informazione vedi qui).

5 settembre: due Caschi Blu del Ciad, in azione con la Missione delle Nazioni Unite per il Mali (o MINUSMA), sono rimasti uccisi e altri due gravemente feriti nell’attacco sferrato dai terroristi islamici contro il convoglio su cui viaggiavano nel nord del Paese, regione di Kidal (fonte UN News Centre – per l’informazione vedi qui).

14 settembre: il centro austriaco di ricerca e documentazione sui Paesi di origine (Austrian Centre for Country of Origin and Asylum Research and Documentation) pubblica l’ultimo aggiornamento relativo agli attacchi in Mali: in particolare, nel secondo quadrimestre del 2017, si sono registrati 46 attacchi che hanno determinato la morte di 174 persone nell’area di Mopti, 28 attacchi che hanno determinato la morte di 24 persone nell’area di Gao, 24 attacchi e 42 persone uccise nell’area di Kidal, 19 attacchi e 44 persone uccise nell’area di Timbuctù, 10 attacchi e 34 persone uccise nell’area di Segou e 8 attacchi e 10 persone uccise a Bamako e Yirimandio (ACCORD – per l’informazione vedi qui).

21 settembre: l’unità COI dell’ufficio del Commissariato generale per i rifugiati e gli apolidi del Regno del Belgio (Office of the Commissioner General for Refugees and Stateless Persons) ha pubblicato un aggiornamento sulla situazione di sicurezza nel nord del Mali. Nel riassunto conclusivo, si riporta che, nel periodo oggetto di esame (dal 1° gennaio al 31 agosto 2017): il nord del Mali è stato interessato da attacchi asimmetrici realizzati da gruppi armati islamisti per colpire sia le forze militari nazionali e internazionali sia i gruppi rivali firmatari degli accordi di pace; i conflitti interetnici sono imperversati in particolare nella regione di Kidal, soprattutto tra le tribù tuareg Imhgad e Idnan; i trafficanti di droga e di esseri umani hanno aumentato le loro attività, approfittando della perdurante situazione di insicurezza. Sulle violenze commesse in questa area, la fonte consultata ricorda che le stesse sono imputabili anche alle forze militari maliane e che il principale bersaglio dei jihadisti restano proprio queste ultime, unitamente alle truppe internazionali e agli operatori delle organizzazioni umanitarie (fonte CGRS-CEDOCA – per l’informazione vedi qui).

24 settembre: nell’ultimo attacco realizzato dai terroristi islamici contro personale della Missione delle Nazioni Unite per il Mali (o MINUSMA), hanno perso la vita tre Caschi Blu bengalesi, mentre altri cinque sono rimasti gravemente feriti. L’attacco è stato sferrato contro un convoglio che transitava nella regione di Gao. Dal lancio di questa Missione nel 2013, sono morti più di 80 Caschi Blu in azione (fonti Jeune Afrique e MINUSMA – per l’informazione vedi qui e qui).

28 settembre: nell’ultimo rapporto sulla situazione di sicurezza in Mali, il Segretario Generale del Consiglio di Sicurezza riporta un sensibile peggioramento. Si ricordano la ripresa delle ostilità nel nord del Mali tra i gruppi armati firmatari dell’accordo di pace, la crescente insicurezza nel centro del Paese, l’aumentata instabilità politica collegata al processo di riforma costituzionale: tutti elementi che hanno ostacolato e pertanto ritardato l’attuazione degli accordi di Pace. A fronte di queste sfide, il Segretario Generale ricorda anche che MINUSMA ha esteso il suo mandato di assistenza nel Paese; il 23 agosto, dopo la firma di una tregua tra il Coordination des mouvements de l’Azawad (CMA) e la Platform (coalizione di gruppi armati), si è registrato un passo in avanti; il 18 agosto, il Presidente Ibrahim Boubacar Keita ha deciso di sospendere il referendum costituzionale (fonte UN Security Council – per l’informazione vedi qui).

Diritto e prassi

6 febbraio: i Paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger, Ciad), riuniti a Bamako, hanno annunciato di essere pronti a schierarsi in prima linea nella lotta contro il terrore, dando avvio a un progetto di forza congiunta volto a combattere i gruppi jihadisti operativi nei diversi Stati e che utilizzano il Mali come base strategica (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

23 febbraio: conformemente agli accordi di pace di Algeri, la prima operazione di pattugliamento congiunto tra soldati maliani, gruppi armati pro-governativi ed ex-ribelli ha preso avvio a Gao, non senza critiche. Secondo la fonte consultata, infatti, gli uomini dispiegati in questa operazione risultano privi di equipaggiamento adeguato alla loro funzione, come giubbotti anti-proiettili e armi di ultima generazione (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

11 aprile: nel rapporto globale di Amnesty International (AI) sulle condanne a morte e loro esecuzione, relativo all’anno 2016, si riporta che nel 2016, in Mali, sono state registrate 30 sentenze di condanna a morte ma nessuna esecuzione, a fronte di un totale di 53 condannati a morte. Il rapporto continua a includere il Mali tra i Paesi che possono dirsi “abolizionisti di fatto” della pena di morte, in ragione del fatto che, negli ultimi 10 anni, nessuna persona già condanna è stata poi giustiziata (fonte AI – per l’informazione vedi qui).

 

16 maggio: per la prima volta dal 2012, a Taghlit, nella regione di Kidal, nord del Mali, un uomo e una donna sono stati fermati e lapidati da jihadisti che li accusavano di avere vissuto come concubini, in aperta violazione della legge musulmana. L’identità degli esecutori materiali del doppio assassinio non è stata ancora accertata (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

20 giugno: il Consiglio dell’Unione europea (UE) ha adottato una decisione che autorizza l’istituzione di una cellula di coordinamento regionale, basata nella missione civile dell’UE in Mali, EUCAP Sahel. Questa cellula includerà esperti di sicurezza e difesa già dispiegati in Mali e nelle delegazioni UE presso gli altri Paesi parte del G5 Sahel (Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad) e si porrà l’obiettivo di rafforzare l’approccio regionale dell’UE nella regione, al fine di incentivare la cooperazione transfrontaliera e aumentare le capacità dei Paesi parte del G5 Sahel (fonti Consiglio UE e AllAfrica – per l’informazione vedi qui e qui).

21 giugno: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 2359 (2017) che crea una forza speciale congiunta, detta gruppo dei cinque o G5 (dal nome degli Stati aderenti: Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) con l’obiettivo di fare fronte alle minacce del terrorismo e del crimine organizzato nella regione del Sahel. Il Segretario Generale fa rilevare che l’adozione di questa risoluzione coincide con il secondo anniversario dell’accordo di pace e riconciliazione firmato nel 2015 ad Algeri, la cui implementazione, sebbene abbia già fatto registrare alcuni progressi, necessita di ulteriori impulsi (fonte UNSC – per l’informazione vedi qui).

29 giugno: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione n. 2364 (2017), volta a prorogare il mandato della missione ONU in Mali (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali, detta MINUSMA) fino al 30 giugno 2018 con l’obiettivo di continuare a lavorare per garantire la piena attuazione degli accordi di pace di Algeri (fonte UNSC – per l’informazione vedi qui).

4 luglio: in risposta a un quesito sulle condizioni delle minoranze sessuali in Mali, l’Immigration and Refugee Board of Canada (IRBC) riporta che, alla luce delle fonti consultate, la legge maliana non vieta esplicitamente le relazioni omosessuali, ma vieta le associazioni immorali e qualsiasi atto contro la pubblica decenza, disposizione che può essere utilizzata contro le persone Lgbti. Le persone lgbti in Mali subiscono varie forme di discriminazione, sia a scuola che sul lavoro, e sono soggette a violenza fisica, psicologica e sessuale, quali strumenti di punizione correttiva (fonte IRBC – per l’informazione vedi qui).

14 luglio: l’esercito maliano dichiara di avere colpito un capo del Fronte di Liberazione di Macina (FLM), gruppo jihadista autore di svariati attacchi perpetrati contro le forze di sicurezza nel centro del Mali (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

17 luglio: in risposta a un quesito sulla pratica del levirato in Mali – istituzione secondo la quale un uomo ha l’obbligo, o il diritto, di sposare la vedova del proprio fratello – l’Immigration and Refugee Board of Canada (IRBC) riporta che, alla luce delle fonti consultate, il levirato in Mali continua ad essere praticato in diverse aree del Paese, soprattutto quelle rurali, in seno alle maggiori etnie presenti, quali i bambara, soninké, peul e malinké. La legge del Mali non contempla questa pratica tradizionale ed, anzi, prevede espressamente che gli sposi prestino consenso al matrimonio, tuttavia (nei fatti) la donna non può sottrarsi al levirato, senza subire delle conseguenze non irrilevanti, come la perdita dell’eredità, dei propri figli e dello status in seno alla famiglia e alla comunità di appartenenza (fonte IRBC – per l’informazione vedi qui).

20 luglio: l’esercito maliano dichiara di avere respinto un attacco organizzato da gruppi terroristici contro una base militare sita a Koro, nei pressi del confine con il Burkina Faso (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

 

23 agosto: dopo la firma di una tregua da parte dei gruppi armati coinvolti nei recenti scontri in Kidal – il Gruppo di autodifesa tuareg imghad et alliés (Gatia) e il Coordination des mouvements de l’Azawad (CMA) – il governatore Sidi Mohamed Ag Icharach, nominato a giugno per la regione di Kidal, dichiara di essere riuscito finalmente a insediarsi. Precedentemente, infatti, la CMA gli aveva impedito l’accesso in città. Giunto a Kidal, il governatore ha affermato che il suo insediamento rappresenta a tutti gli effetti un inizio di ritorno dello Stato nella regione. Come evidenziato dalla fonte consultata, lo stato maliano non “metteva piede” a Kidal dalla disfatta del maggio 2014 (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

5 settembre: in conformità con quanto previsto dall’accordo di Pace di Algeri del 2015, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato l’introduzione di un regime sanzionatorio in Mali, volto a colpire tutti gli individui ed enti ritenuti coinvolti in azioni che possano minacciare la pace, la sicurezza e la stabilità del Paese. Il regime comprende un divieto di circolazione e il congelamento dei fondi (fonte UN News Centre – per l’informazione vedi qui).

 

Diritti umani e libertà fondamentali 

18 gennaio: l’organizzazione Human Right Watch (HRW) denuncia l‘aumento delle violenze ai danni della popolazione civile nel centro-nord del Mali, dove i gruppi islamici armati si sono resi responsabili di esecuzioni e restrizioni della libertà (divieto di matrimonio e battesimo e reclutamento forzato) di numerosi civili mentre le forze governative, da un lato, si sono rivelate sostanzialmente incapaci di proteggerli e, dall’altro lato, si sono rese a loro volta responsabili di esecuzioni sommarie e torture ai danni di presunti terroristi islamici. Inoltre, i civili hanno sofferto anche degli scontri sanguinari tra comunità e dell’incremento del banditismo. In questo studio, HRW ricorda che, se nel 2013 l’azione militare guidata dalla Francia riusciva a far arretrare i gruppi armati che occupavano il nord del Mali, nel 2014 la criminalità e gli abusi sono aumentati rapidamente, estendendosi nel 2015-2016 anche al centro del Mali (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

 

3 marzo: il dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblica il rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani in Mali, nel quale si sottolinea il sostanziale fallimento degli accordi di pace sottoscritti nel giugno 2015 dal governo, la Piattaforma delle milizie del nord e il cosiddetto Coordinamento dei Movimenti di Azawad (o CMA): nel 2016, nell’area centro-nord del Paese, si sono registrati non solo violenti scontri tra la piattaforma e la CMA, ma anche numerosi attacchi organizzati dai gruppi rimasti esclusi dagli accordi di pace (Ansar al-Dine, al-Qaida nell’Islamic Maghreb, al-Murabitoun e la Macina Liberation Front). La fonte riporta che le violazioni dei diritti umani più rilevanti del 2016 vanno ricondotte proprio agli scontri tra i combattenti della Piattaforma e del CMA nell’area di Kidal: detenzioni arbitrarie, distruzione e sequestro di proprietà private, uccisione di civili. Inoltre, tra le altre violazioni dei diritti umani la fonte menziona le uccisioni arbitrarie per mano delle forze governative, la tortura nelle carceri, corruzione degli organi giudiziari, restrizioni della libertà di espressione e assemblea, violenza domestica contro le donne, mutilazioni genitali femminili, discriminazione sociale dei Tuareg neri (fonte US Department of State – per l’informazione vedi qui).

 

5 aprile: Human Rights Watch (HRW) pubblica un approfondimento sulle conseguenze derivanti dalla presenza e operatività in Mali di diversi gruppi armati – gruppi jihadisti, milizie di autodifesa, forze governative. In particolare, HRW ricorda che, da gennaio 2017, le azioni condotte da questi gruppi armati nel centro del Mali hanno provocato la morte di 52 persone, lo sfollamento di oltre 10.000 e un evidente inasprimento delle tensioni inter-etniche. Sui gruppi jihadisti, l’autore precisa che, negli ultimi due anni, questi hanno progressivamente aumentato la loro influenza nel centro del Mali, traendo vantaggio e, pertanto, aumentando le tensioni etniche tra Peuhl, Bambara e Dogon. Nell’area sono state registrate uccisioni sia di civili sia di soldati e azioni di reclutamento forzato di residenti locali da parte dei gruppi jihadisti, nonché il sorgere di milizie illegali di autodifesa. Non sono mancati, inoltre, gli abusi perpetrati dalle forze governative, quali uccisioni arbitrarie e sparizioni forzate. HRW preme affinché le autorità maliane conducano le opportune indagini e azioni legali contro i responsabili degli abusi commessi nel centro del Mali, attraverso l’istituzione di una commissione d’inchiesta di lungo mandato (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

 

1 giugno: l’Unicef pubblica uno studio sui matrimoni precoci nel mondo, in cui si riporta che il Mali figura tra i 10 Stati con il più alto tasso di matrimoni con donne di età inferiore ai 15 e ai 18 anni e, pertanto, con il più alto tasso di madri-bambine (fonte unicef – per l’informazione vedi qui).

 

27 giugno: il dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblica lo studio annuale sulla tratta di esseri umani nel quale si riporta che il Mali resta uno Stato di origine, transito e destinazione di uomini, donne e bambini sottoposti a lavoro forzato e sfruttamento sessuale. La tratta interna è più frequente di quella transnazionale: ragazzi della Guinea e del Burkina Faso sono spesso obbligati a lavorare nelle cave di oro in Mali, mentre le donne e ragazze provenienti da altri Paesi dell’Africa occidentale, specialmente la Nigeria, sono sfruttate nel settore della prostituzione. Le autorità nigeriane stimano che più di 5.000 ragazze nigeriane sono vittime della tratta in Mali. Inoltre, le donne e le ragazze sono obbligate a lavorare anche come domestiche, o nell’agricoltura ovvero ancora nell’estrazione dell’oro. Le Organizzazioni non governative riferiscono con preoccupazione che, in Mali, il tasso di disoccupazione, l’incertezza alimentare e le costanti minacce alla sicurezza spingono le famiglie a vendere i figli (maschi e femmine) come domestici o estrattori nelle cave. Inoltre, si stima che le donne e ragazze maliane possono essere vittime di tratta a scopo sessuale in Gabon, Libia, Libano e Tunisia (fonte US Department of State – per l’informazione vedi qui).

 

5 agosto: dopo la ripresa delle ostilità tra il Gruppo di autodifesa tuareg imghad et alliés (Gatia)  e la Coordination des Mouvements de l’Azawad (CMA) nella regione di Kidal, registrata nel mese di giugno di quest’anno, la MINUSMA ha ricevuto segnalazioni di gravi abusi e violazioni dei diritti umani commessi da entrambe le parti. In risposta, conformemente al suo mandato, la MINUSMA ha dispiegato personale della divisione “diritti umani e protezione” con l’incarico di indagare e documentare gli abusi e le violazioni eventualmente commessi ad Anéfis. Attività investigativa che ha permesso di corroborare e confermare 34 su 67 delle segnalazioni effettuate, tra le quali figurano sparizioni forzate, rapimenti, maltrattamenti, distruzioni e furti. In particolare, ad Anéfis, il personale incaricato ha potuto verificare sul campo l’esistenza di tombe individuali e fosse comuni (fonti MINUSMA e Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

 

7 agosto: Amnesty International presenta un documento per l’Universal Period Review (UPR) dal titolo “Mali: Violations and Abuses as Instability Spreads”, dove esprime preoccupazione per il numero di violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale commesse, da un lato, dalle forze di sicurezza maliane e internazionali e, dall’altro lato, dai gruppi armati. In particolare, Amnesty International solleva una serie di questioni delicate: le arretratezze del diritto nazionale (ricerche di polizia, lunghezza della detenzione cautelare, discriminazioni nel codice di famiglia e delle persone), l’uso eccessivo della forza, esecuzioni stragiudiziali da parte delle forze di sicurezza maliane e dei peacekeepers delle Nazioni Unite, impunità per i gravi abusi dei diritti umani nel contesto di un conflitto armato, condizioni precarie e di sovraffollamento nelle carceri, la previsione della pena di morte, il mancato accesso all’istruzione nelle regioni affette dal conflitto, commissione di crimini internazionali da parte dei gruppi armati presenti nel Paese (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

11 agosto: facendo seguito alla liberazione da parte della Coordination des Mouvements de l’Azawad (CMA) di nove bambini soldato (di età compresa tra i 15 e i 17 anni), l’Associazione maliana di difesa dei diritti dell’uomo (AMDH) ha chiesto l’apertura di una inchiesta approfondita volta a identificare i gruppi armati che utilizzano i bambini soldato in Mali e punire i responsabili. Secondo la fonte consultata, i nove bambini erano stati fatti prigionieri dalla Coordination des Mouvements de l’Azawad (CMA) durante i nuovi scontri esplosi a Kidal, e sono stati consegnati ai caschi blu presenti nell’area (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

 

8 settembre: in un recente studio dal titolo “Mali: Unchecked Abuses in Military Operations”, Human Rights Watch (HRW) riferisce di gravi violazioni dei diritti umani commesse durante le operazioni militari condotte dalle forze maliane e burchinabé per contrastare il terrorismo islamico nel centro del Mali. Si parla di tre fosse comuni, uccisioni illegittime, sparizioni forzate e arresti arbitrari, commessi contro uomini accusati di supportare i gruppi armati islamisti. HRW raccomanda ai governi coinvolti di dare avvio a indagini che possano assicurare i responsabili alla giustizia. Secondo l’Organizzazione queste gravi violazioni dei diritti umani, invece che garantire pace e sicurezza nel Paese, fomentano violenze e abusi e rafforzano il potere attrattivo dei gruppi armati, già considerati dai giovani maliani come la sola alternativa possibile (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

 

21 settembre: in uno studio dal titolo “Mali: Insicurity keeps more than 150.000 children out of school”, Amnesty International (AI) denuncia la mancata tutela del diritto all’istruzione nelle regioni del nord e del centro del Mali, afflitte da una situazione di perdurante instabilità. A più di 150.000 bambini in Mali è negato il diritto allo studio; a giugno 2017, nelle regioni dove i gruppi armati sono operativi, a Gao, Kidal, Ségou, Mopti e Timbuktu, più di 500 scuole sono state costrette a chiudere. L’Organizzazione esorta le autorità del Mali ad adottare ogni opportuna misura per prevenire la chiusura delle scuole e assicurare la sicurezza dei bambini e del personale scolastico (fonte AI – per l’informazione vedi qui).

Situazione umanitaria 

30 marzo: nell’aggiornamento trimestrale (dicembre 2016 – febbraio 2017) sulla situazione in Mali, l’UNHCR riferisce che, nelle regioni site nel centro-nord del Paese, l’Organizzazione continua ad operare in una situazione di grave insicurezza, caratterizzata dalle minacce del terrorismo, della criminalità e della violenza intercomunale e tali da impedire l’accesso dei civili agli aiuti umanitari e a soluzioni di protezione. Secondo l’Organizzazione, gli scontri recenti registrati nelle aree di Mopti e Ségou così come i conflitti armati in corso a Kidal, Ménaka e Mopti hanno determinato l’aumento del numero degli sfollati interni che è passato da circa 36.700 (a settembre 2016) a 45.800 (a febbraio 2017). Per precisare, tra dicembre 2016 e febbraio 2017, gli episodi di violenza registrati a Gao, Mopti, Menaka e Timbuktù sono stati 77, aree nelle quali, dal 2017, sono stati insediati 48 supervisori di protezione o “protection monitors” (fonte UNHCR – per l’informazione vedi qui).