PAKISTAN

Gennaio-Settembre 2017

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Situazione politica e stato di sicurezza – Diritto e prassi – Diritti umani e libertà fondamentali – Situazione umanitaria

Situazione politica e stato di sicurezza

2 gennaio: almeno 6 membri delle forze di sicurezza pakistane (Frontier Corps) sono rimasti feriti in un’esplosione nella città sud occidentale di Quetta, capitale del Belucistan. Il gruppo terrorista Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP) ha rivendicato l’attentato. La provincia del Belucistan è teatro di violenze di natura settaria e di insurrezioni da parte di gruppi separatisti fin dal 2004 (fonte Radio Free Europe Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

6 gennaio: secondo la fonte consultata, uomini armati non identificati hanno aperto il fuoco contro un taxi nella città sud occidentale di Quetta, ferendo 5 persone. La polizia avrebbe dichiarato che i passeggeri erano tutti membri del gruppo minoritario sciita degli Hazara e che si tratterebbe di un attacco mirato. Nessun gruppo ha rivendicato l’attentato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

21 gennaio: l’esplosione di una bomba in un mercato ortofrutticolo ha causato la morte di circa 24 persone e 90 feriti. L’esplosione è avvenuta nella città di Parchinar, capitale a maggioranza sciita di Kuram Agency, distretto nella regione FATA (Federally Administered Tribal Areas). L’attacco è stato rivendicato dal gruppo estremista Hakimullah Mehsud, fazione del più noto Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), dichiarando di voler “dare una lezione” agli sciiti per il loro appoggio al Presidente siriano Bashar al-Assad (The attack was carried out “to teach a lesson to Shi’ites for their support for [Syrian President] Bashar al-Assad) (fonte Radio Free Europe Radio Liberty, BBC, Federal Office for Migration and Refugees Germany – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

2 marzo: il governo pakistano approva un piano per riformare lo status della regione c.d. FATA (Federal Administered Tribal Areas) prevedendo l’annessione delle aree tribali alla provincia di Khyber Pakhtunkhwa entro cinque anni, con lo scopo di porre fine al sistema di giurisdizione federale dell’area estendendovi la giurisdizione delle corti pakistane oltre ad implementare una serie di riforme. Il piano di inglobamento prevederebbe l’introduzione della rappresentanza parlamentare per le aree tribali e quindi per la prima volta l’attribuzione del diritto di voto ai cittadini della regione, la previsione di elezioni in ognuno dei sette distretti, l’introduzione di una nuova legge basata sul concetto di costume tribale che andrebbe a formalizzare la pratica delle jirga o tribunali tribali. Il nuovo piano prevederebbe anche il ritorno completo degli sfollati interni per la fine del mese di aprile (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

2 marzo: un drone statunitense ha colpito e ucciso due uomini a bordo di una motocicletta nell’area Sara Khwa del distretto tribale di Kurram, al confine con l’Afghanistan. Si tratterebbe di sospetti militanti, ma non è certa l’appartenenza dei due uomini ad un determinato gruppo. Si tratta del primo drone ad essere lanciato quest’anno. “Radio Free Europe” riporta che lo strumento dei droni è molto impopolare in Pakistan, dove è percepito come una violazione della sovranità del Paese, nonostante ci siano evidenze di accordi raggiunti in passato da Pakistan e Stati Uniti sull’attuazione di simili operazioni (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Reuters e Dawn – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

6 marzo: l’esercito pakistano dichiara che militanti islamisti hanno attaccato diverse postazioni armate della regione tribale Mohmand (uno dei 7 distretti delle c.d. FATA), lungo il confine con l’Afghanistan. Circa 5 soldati sono rimasti uccisi e 10 militanti sono morti nel corso degli scontri seguiti alle imboscate. La fazione dei pakistani talebani Jamat-ul-Arhar, distaccata dal gruppo dei pakistani talebani, avrebbe rivendicato l’attentato (fonte Radio Free Europe/Radio liberty – per l’informazione vedi qui).

20-26 marzo: nonostante una dichiarazione del Presidente pakistano Nawaz Sharif con cui si ordinava di riaprire immediatamente il confine con l’Afghanistan, chiuso ormai sulla base di “motivi umanitari” (“on humanitarian grounds”) da oltre un mese, le fonti consultate riportano che l’esercito pakistano avrebbe iniziato a recintare parte del confine nordoccidentale al fine di frenare il movimento di combattenti talebani pakistani che si ritengono presenti sul territorio afghano (fonte Al-Jazeera e Reuters – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

31 marzo: ufficiali pakistani dichiarano che una bomba è esplosa in un mercato affollato nella cittadina nordoccidentale di Parachinar, centro amministrativo del distretto tribale semi autonomo di Kurram, al confine con l’Afghanistan, uccidendo 22 persone e ferendone 50. L’esplosione sarebbe avvenuta nei pressi dell’ingresso di una moschea sciita dedicato alle fedeli donne. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo Jamat-ul-Arhar che combatte a fianco dei pakistani talebani (fonte VOA news – per l’informazione vedi qui).

2 aprile: 20 persone sono state uccise ed altre sono rimaste ferite presso un tempio Sufi vicino alla città di Sargodha nella provincia del Punjab. Il primo sospettato di questi atti sarebbe il custode del tempio, poi arrestato insieme ad altre persone ritenute suoi complici. Il sufismo rappresenta una branca mistica dell’Islam che conta alcuni milioni di seguaci in Pakistan (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

5 aprile: almeno 6 persone sono rimaste uccise e 15 ferite nell’esplosione di una bomba a Lahore, capitale della provincia del Punjab. L’attacco suicida, rivolto contro un veicolo coinvolto nel censimento nazionale, è stato rivendicato dal gruppo terrorista Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP) (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

5 maggio: scontri al confine tra Pakistan e Afghanistan provocano la morte di almeno 13 persone e il ferimento di 80. Secondo quanto riferito da un portavoce dell’esercito pakistano lo scontro è iniziato quando le forze afghane hanno fatto fuoco contro un gruppo governativo impegnato nel censimento della popolazione vicino alla città di Chaman, confine sud occidentale. Le fonti consultate riportano che la questione sorge intorno al riconoscimento reciproco dei confini tra i due Paesi (fonte VOA – per l’informazione vedi qui).

12 maggio: almeno 25 persone sono rimaste uccise e oltre 40 ferite, in un’esplosione avvenuta nei pressi della scuola religiosa di Mastung, regione del Belucistan. Il gruppo terroristico Stato Islamico ha rivendicato l’attentato, diretto contro un veicolo con a bordo il senatore Abdul Ghafoor Heideri, che ha riportato ferite lievi. Heideri rappresenta il partito sunnita islamista Jamiat Ulema-e-Islam Fazl (JUI-F), parte della coalizione al governo (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

13 maggio: due civili sono rimasti uccisi durante uno scontro a fuoco tra India e Pakistan lungo la linea di controllo che separa i due Paesi nella regione del Kashmir. Entrambe le parti si accusano di aver dato inizio a questo ulteriore scontro per la regione contesa, causa ormai di due guerre dall’acquisizione dell’indipendenza nel 1947 (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

19 maggio: 26 militanti appartenenti a diversi gruppi militanti illegali, hanno consegnato le loro armi alle autorità del Belucistan nel distretto Khuzdar. La consegna è avvenuta nel corso di una cerimonia e nell’ambito del processo di riconciliazione in corso. La fonte consultata riporta che nella provincia del Belucistan è tuttora in corso un’insurrezione di basso livello da parte dei separatisti beluci; nell’area operano anche gruppi legati ad al-Qaida (fonte DAWN – per l’informazione vedi qui).

21 maggio: a Shabquadar, nel distretto di Charsadda – provincia nordoccidentale di Kyber Paktunkwa – una serie di attentati ha colpito una scuola e alcune abitazioni ferendo almeno 14 persone. Le stazioni di polizia delle aree interessate dagli attentati hanno lanciato investigazioni per rintracciare gli assalitori (fonte DAWN – per l’informazione vedi qui).

5 giugno: i talebani pakistani hanno rilasciato 6 impiegati di una compagnia polacca del petrolio e del gas rapiti lo scorso anno dalla città di Dera Ismail Khan nella provincia nord occidentale di Paktunkwa (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

8-14 giugno: le autorità cinesi e pakistane stanno investigando sull’uccisione reclamata dal gruppo terroristico Stato Islamico di due insegnanti cinesi rapiti nel Belucistan – sud-ovest del Paese. I due erano stati rapiti il 24 maggio da uomini armati che affermavano di essere poliziotti.  In seguito alle indagini è emerso che i due cittadini cinesi rapiti, avrebbero in realtà lavorato illegalmente a Quetta in qualità di missionari e il Ministro dell’interno pakistano ha affermato che l’utilizzo ingannevole del visto per lavoro di cui erano in possesso, ha contribuito al loro rapimento e alla loro uccisione. La Cina è un’importante partner economico del Pakistan (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Reuters e CNN – per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

3 luglio: dopo i risultati raggiunti con l’operazione “Zarb el azb”, che nel 2014 aveva mirato ad eliminare la presenza dei militanti islamisti dalla regione semi-autonoma delle c.d. FATA (Federally Administered Tribal Areas), centinaia di famiglie stanno ora ritornando nella regione del Sud Waziristan. Nel frattempo, alcuni militanti membri di fazioni talebane, si stanno raggruppando e, secondo alcune testimonianze con il benestare delle autorità di governo locale, sono stati invitati a formare gruppi di milizie nelle FATA, per difendere la regione da altri militanti. Alcuni residenti dell’area hanno mostrato opposizione a questa strategia, esprimendo la preoccupazione che i militanti possano finire per rivoltarsi contro il governo provocando nuove vittime civili (fonte Irin – per l’informazione vedi qui).

10 luglio: 1 poliziotto è rimasto ucciso e 11 persone ferite in un probabile attentato suicida nella Provincia del Belucistan. L’attacco non è stato rivendicato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

13 luglio: 4 poliziotti sono stati uccisi e uno ferito da assalitori non identificati, nella città di Quetta, capoluogo della provincia del Belucistan. Il gruppo Jamat ul-Ahrar, una fazione dei talebani pakistani, ha rivendicato l’attentato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

17 luglio: l’esercito pakistano afferma che 4 soldati sono stati uccisi da un bombardamento mentre viaggiavano sulla linea di controllo che separa il Kashmir pakistano e quello indiano. Gli ufficiali pakistani accusano l’India di aver violato il “cessate il fuoco”, il Primo Ministro indiano afferma di non essere a conoscenza dell’incidente. (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui). 

17 luglio: almeno un morto e 4 feriti è il bilancio dell’impatto di un attentatore suicida con un veicolo delle forze paramilitari note come “Frontier Corps” a Peshawar, capoluogo dell’area tribale Khyber Pakhtunkhwa, al confine con l’Afghanistan. L’attentato, rivendicato dai talebani pakistani, è avvenuto ad un giorno di distanza dall’avvio di un’operazione dell’esercito pakistano rivolta contro i militanti del gruppo terroristico Stato Islamico (IS) che sarebbero operativi nella provincia (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

17-29 luglio: a seguito delle indagini sulle accuse di corruzione emerse dal c.d. Panama Papers Leak del 2016 contro alcune sue proprietà e contro la sua famiglia, il Primo Ministro Nawaz Sharif è stato escluso dal suo ufficio ed ha presentato le dimissioni. La Corte suprema ha emesso un verdetto unanime, che Sharif avrebbe dichiarato di accettare ma di non condividere. Come premier ad interim prima dell’approvazione da parte del Parlamento, è stato designato Shahbaz Sharif, fratello dell’ex Primo Ministro, già governatore della provincia del Punjab (fonte BBC news, Al-Jazeera, The Guardian e Il Sole 24 ore, per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

19 luglio: 4 membri di una famiglia sciita e il loro autista sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco nella città di Mastung, provincia sud-occidentale del Belucistan. Nessun gruppo terroristico ha rivendicato l’agguato (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

24 luglio: almeno 25 persone sono morte e 50 sono rimaste ferite in un’esplosione che ha colpito la città orientale di Lahore, capitale della provincia del Punjab. I talebani pakistani hanno rivendicato l’attentato (fonte BBC news, Al-Jazeera e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

26 luglio: i due diplomatici pakistani rapiti il giugno scorso lungo la tratta che collega Jalalabad al passo di Torkham, al confine con l’Afghanistan, sono stati tratti in salvo “safely recovered” dalle forze di sicurezza in Afghanistan (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

1 agosto: il gruppo terrorista Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP), i talebani pakistani, ha realizzato un nuovo magazine in lingua inglese specificamente diretto alle donne, chiamato Sunnat E Khaula, o The Way Of Khaula, facendo riferimento a una famosa seguace del profeta Maometto. Con questa pubblicazione, per la prima volta, il gruppo fa appello alle donne pakistane perché si uniscano alla lotta per il jihad, la guerra santa. La fazione pakistana dei talebani punta a far leva sul malcontento delle donne istruite del Paese e le invita ad unirsi ai propri fratelli o mariti che già combattono. I TTP, indeboliti dall’offensiva dell’esercito nazionale soprattutto nelle aree tribali, stanno cercando nuove reclute su esempio del gruppo Stato islamico (Islamic State, IS) che ha già intrapreso la strada di reclutare donne tra le sue file di combattenti (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

1-4 agosto: il Presidente pakistano Mamnoon Hussain ha ufficializzato il giuramento del nuovo ufficio di gabinetto, guidato dal Primo Ministro Shahid Khaqan Abbasi, stretto alleato dell’ex premier Nawaz Sharif. Abbasi ha sostituito Sharif a seguito delle dimissioni da questi presentate alla fine del mese scorso, dopo che la Corte Suprema lo aveva destituito dal suo incarico con accuse attinenti alla mancata giustificazione di alcune entrate economiche della famiglia Sharif. La maggioranza dei neo ministri sono reduci del governo dell’ex Primo ministro o suoi alleati (fonte Al-Jazeera e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui e qui). 

7 agosto: a Lahore, Punjab, l’esplosione di una bomba ha ferito oltre 20 persone, di cui almeno 3 in condizioni critiche. Nessun gruppo terrorista ha rivendicato l’attentato. Qualche ora dopo, le autorità pakistane dichiarano di aver sventato un altro attentato nel capoluogo del Punjab, che sarebbe stato diretto contro la polizia della città. Nonostante nel corso degli ultimi due anni gli attentati a Lahore siano diventati meno frequenti, i gruppi islamisti continuano ad esservi attivi (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui, qui  e qui).

9 agosto: 3 militari e un maggiore dell’esercito sono rimasti uccisi nel conflitto a fuoco con alcuni militanti, nell’area tribale Lower Dir (FATA), a nord del Paese e vicino al confine con l’Afghanistan. Lo scontro, in cui sono rimasti feriti più di nove soldati e che ha portato all’arresto di un sospettato, sarebbe avvenuto nel corso di un’operazione volta a sventare un attacco terroristico (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Dawn – per l’informazione vedi qui e qui).

11 agosto: sono almeno 3 i morti e 25 i feriti a seguito dell’esplosione di una bomba posta sulciglio della strada nel distretto Char Mang di Bajaur, una delle 7 agenzie in cui si dividono le c.d. FATA (Federally Administered Tribal Areas) (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Dawn – per l’informazione vedi qui e qui).

11 agosto: Kulsoom Nawaz, moglie dell’ex premier Nawaz Sharif, si candiderà per prendere il posto del marito in Parlamento alle prossime elezioni. L’ex first lady, che non ha mai ricoperto una carica, si presenterà tra le file della Lega musulmana pakistana (Pakistan Muslim League), lo stesso partito del marito, per le elezioni straordinarie che si terranno tra 45 giorni. La decisione di far entrare in politica Kulsoom Nawaz fa pensare che il Pakistan continuerà ad avere una tradizione politica di tipo dinastico, in modo da consentire a Sharif di rimanere in politica, anche se dietro le quinte (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e BBC – per l’informazione vedi qui e qui).

12 agosto: l’esplosione di una bomba nella città nella città sud occidentale di Quetta, capoluogo del Belucistan, ha provocato almeno 15 morti, di cui 7 civili, e circa 40 feriti. L’attentato, che sarebbe stato rivendicato dal gruppo Stato Islamico, avrebbe avuto per obiettivo una pattuglia paramilitare (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

14 agosto: una bomba posta al lato della strada ha colpito un convoglio militare nel Belucistan, uccidendo 6 soldati e ferendone almeno altri 2. L’attentato, diretto contro una pattuglia delle forze paramilitari Frontier Corps, sarebbe stato rivendicato dal Baluch Liberation Army, gruppo separatista del Belucistan che è una delle regioni più instabili del Pakistan (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e Dawn – per l’informazione vedi qui e qui). 

16 agosto: il governo pakistano ha criticato la decisione degli Stati Uniti di inserire il gruppo separatista del Kashmir, Hizbul Mujahideen, nella blacklist delle organizzazioni terroristiche. L’inserimento, che invece è stato bene accolto dall’India, comporterà il divieto per ogni cittadino statunitense e per i residenti di avere alcun tipo di rapporto con il movimento separatista. Il portavoce del Ministero degli Esteri Nafees Zakaria ha commentato la decisione statunitense affermando che il governo è deluso, poiché il gruppo difende il diritto di autodeterminarsi del Kashmir e quindi è assolutamente ingiustificato considerarlo un gruppo terrorista. Il suo leader e fondatore, Syed Salahuddin, era già stato qualificato come “global terrorist”, ma era sempre in grado di operare nella regione del Kashmir, dove Hizbul Mujahideen è il più grande gruppo militante operativo (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Dawn e Al-Jazeera – per l’informazione vedi qui,  qui e qui).

1 settembre: l’esplosione di una bomba nella cittadina di Ambar – provincia nord occidentale di Mohmand, regione F.A.T.A (Federally Administered Tribal Areas) – ha provocato la morte di un anziano leader anti-talebano, di suo figlio e di un’altra persona, mentre 2 due capi tribali sono rimasti feriti. L’attentato non è stato rivendicato (fonte Radio Free Europe /Radio Liberty – per l’informazione vedi qui). 

2 settembre: due uomini armati in uniforme da poliziotto hanno ucciso una guardia e un ragazzo di 10 anni e lasciato 4 feriti, durante un attacco diretto contro un parlamentare del partito di opposizione al governo (Muttahida Qaumi Movement: MQM). L’identità degli assalitori è rimasta ignota. Il partito MQM, che rappresenta la popolazione pakistana di lingua urdu, si è diviso lo scorso anno quando il suo fondatore, Altaf Hussain, ha fatto affermazioni antipakistane, a Londra, dove si trova in esilio volontario (fonte Radio Free Europe /Radio Liberty, Al Jazeera e Dawn – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

4 settembre: 3 membri del corpo paramilitare “Frontier Corps” sono stati uccisi e 3 sono rimasti feriti in un agguato contro il veicolo su cui stavano viaggiando nel distretto di Panjgur – provincia sudoccidentale del Belucistan. Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco (fonte Radio Free Europe /Radio Liberty, VOA e DAWN – per l’informazione vedi qui, qui e qui ).

11 settembre: uomini armati hanno aperto il fuoco contro 4 persone appartenenti ad una famiglia sciita di etnia hazara, vicino alla cittadina di Kuchlak, a nord di Quetta, nel Belucistan. Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco, che sembrerebbe avere una matrice settaria (fonte Radio Free Europe /Radio Liberty e Al-Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

14 settembre: dopo 14 anni di presenza, Medici Senza Frontiere (MSF) chiude le sue operazioni nel distretto di Kurram – una delle 7 agenzie delle Federally Administered Tribal Areas (F.A.T.A) – al condine con l’Afghanistan. La decisione segue il rifiuto da parte delle autorità pakistane di concedere all’organizzazione non governativa il documento “No Objection Certificate” (NOC), necessario per operare in alcune zone dell’area, rifiuto che MSF afferma è in grado di pregiudicare il prosieguo delle attività nel distretto di Kurram. L’organizzazione internazionale continuerà ad essere presente nel distretto di Bajaur, offrendo assistenza ambulatoriale, di emergenza e per la maternità e a fornire assistenza medica anche nelle province del Khyber Pakhtunkhwa, Sindh, e nel Belucistan. Il governo pakistano ha cominciato a restringere le attività di missioni straniere nelle FATA, comprese quelle delle ONG, fino dal 2011 e nel corso degli anni quasi tutte le organizzazioni non governative straniere operative nei c.d. distretti tribali sono state eliminate (fonte Medecins Sans Frontieres e BBC – per l’informazione vedi qui e qui). 

15 settembre: un sospetto drone statunitense ha colpito una casa uccidendo tre persone, nel distretto di Kurram – regione F.A.T.A (Federally Adiministered Tribal Areas). Secondo fonti provenienti dai talebani afghani l’attentato, avvenuto vicino al confine con l’Afghanistan, era diretto contro un membro del clero locale, che sarebbe stato affiliato al network militante di Haqqani, alleato dei talebani afghani (fonte Reuters, Radio Free Europe /Radio Liberty e Dawn – per l’informazione vedi qui, qui e qui). 

16 settembre: almeno 23 persone sono morte e oltre 40 sono rimaste ferite a causa di un’esplosione che ha colpito la moschea di un remoto villaggio del distretto Mohamand, a nord di Peshawar. Le fonti riportate sostengono che l’attentato, probabilmente rivolto contro alcuni anziani appartenenti ad una milizia anti-talebana, sia stato realizzato dalla fazione dei talebani pakistani, Jamat-ul-Ahrar (fonte BBC news e The New York Times – per l’informazione vedi qui e qui).

 

17 settembre: un’esplosione ha ucciso un amministratore del governo del distretto di Bajaur – regione delle F.A.T.A (Federally Administered Tribal Areas) e 6 poliziotti. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo dei talebani pakistani (Tehrik-e Taliban Pakistan). Nonostante l’esercito pakistano affermi di aver “ripulito” l’area di Bajaur dalla presenza dei militanti talebani o di altri gruppi estremisti, attacchi verso gli amministratori governativi o verso chi collabora con il governo centrale sono comuni (fonte Radio Free Europe /Radio Liberty e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

Diritto e prassi

22 gennaio: il Ministero degli Interni del Regno Unito pubblica un nuovo “Country Policy and Information Note” sul Pakistan intitolato “Land disputes”. Il report sottolinea che le dispute sui terreni o sulle proprietà in Pakistan sono diffuse in tutto il Paese, spesso messe in atto da persone influenti, tra cui politici, feudatari, funzionari di governo o anche da una vera e propria “land mafia (mafia terriera) che agisce ricorrendo a forme di accaparramento delle terre o di esproprio illegale. Risulta, inoltre, che spesso i contendenti facciano ricorso ad altri strumenti (quali ad esempio accuse di blasfemia) per risolvere le dispute private in materia di proprietà e di terreni. Il sistema normativo in materia risulta molto ampio e dettagliato; tuttavia le fonti riportano che l’elevato livello di burocrazia è un forte ostacolo alla loro implementazione e che nella prassi è frequente il ricorso ai tribunali tradizionali (jirga) per la risoluzione di simili controversie. Inoltre, i tribunali ufficiali risultano oberati di casi ed impreparati ad affrontarli, favorendo il ricorso agli strumenti del diritto consuetudinario. Obiettivo di questo documento è quello di fornire dati precisi e aggiornati sul Paese di origine dei richiedenti di nazionalità pakistana al fine di supportare le autorità competenti del Regno Unito a decidere sull’attribuzione dell’asilo, della protezione umanitaria ovvero di altra forma di permesso (fonte UK Home Office – per l’informazione vedi qui).

31 gennaio: ufficiali pakistani dichiarano l’arresto ai domiciliari a Lahore per Hafiz Saeed, fondatore del gruppo militante Lashkar-e Taiba (LeT), legato all’attentato terroristico di Mumbai (India) del 2008 in cui morirono oltre 150 persone. Saeed, attualmente leader di Jamaat-Ud-Dawa, un’organizzazione benefica religiosa che secondo India e Stati Uniti rappresenta una “copertura” per il gruppo terroristico LeT, è inserito nelle liste di osservazione dei terroristi dell’ONU e del Pakistan ma ha ripetutamente negato il suo coinvolgimento nell’attentato di Mumbai (fonte BBC news e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

9 marzo: il governo pakistano sta omettendo i richiami per riaprire in maniera permanente il confine con l’Afghanistan, sostenendo che gli attentati terroristici provenienti dal Paese continuano a danneggiare i cittadini pakistani e le forze di sicurezza. La decisione di chiudere i passaggi regolari lungo un confine di 2.600 chilometri era stata presa il mese scorso a seguito di una serie di attacchi suicidi avvenuti in Pakistan, bloccando il passaggio di persone e di merci. La riapertura è stata prevista solo temporaneamente per 48 ore nei giorni del 7 e dell’8 marzo (fonte VOA news – per l’informazione vedi qui).

5 aprile: il sito Irin pubblica un articolo di approfondimento sul nuovo piano di riforme elaborato dal governo pakistano per la regione semiautonoma delle c.d. FATA (Federally Administered Tribal Areas) che prevede l’impiego di un totale di dieci miliardi di dollari per la ricostruzione dell’area. Le FATA sono una regione controversa ai margini del territorio pakistano, teatro negli ultimi dieci anni di numerosi combattimenti e di un’operazione antiterroristica condotta dal governo pakistano (operazione Zarb-e-Azb), portata avanti con l’intento di eliminare la presenza dei gruppi militanti nei distretti al confine con l’Afghanistan. Il piano prevede, tra gli aspetti che Irin definisce più controversi, la fusione delle FATA nella regione confinante del Kyber Paktunkwa, piano non gradito al popolo Pashtun, etnia maggioritaria nell’area e favorevole piuttosto alla creazione di un “Pashtunistan” inclusivo anche di una parte del territorio afghano. Emerge inoltre il timore che questo piano faciliterà il fenomeno già dilagante della corruzione, vista l’elevata somma di denaro in gioco. Alcune delle riforme politiche e legali comprese nel piano attendono l’approvazione parlamentare per definire le modifiche costituzionali necessarie (fonte Irin News – per l’informazione vedi qui).

1-3 giugno: l’esercito pakistano dichiara di aver sventato un tentativo di militanti legati al gruppo terroristico Stato Islamico, mirante a stabilire una base nella regione sud occidentale del Belucistan. L’operazione, portata avanti per 3 giorni in un’area montuosa del distretto di Mastung, ha causato il ferimento di 5 soldati e la morte di 12 militanti appartenenti al gruppo Lashkar-e-Janghvi al-Alami (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

4 giugno: gli investigatori affermano che il linciaggio dello studente in giornalismo Mashal Khan, avvenuto lo scorso aprile all’università di Abdul ali Khan, nella città settentrionale di Mardan, è stato premeditato. L’accusa rivolta al giovane era di pubblicazione di “contenuto blasfemo” su social media. Secondo quanto riportato dal Joint Investigation Team, il linciaggio di Khan sarebbe stato organizzato un mese prima e non sussisterebbero prove del fatto che egli abbia commesso blasfemia. Il ragazzo faceva parte del gruppo Pakhtoon Students Federation (PSF), ala studentesca del partito politico “Awami National Party” (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

12 giugno: il Primo ministro Pakistano Nawaz Sharif è stato chiamato a comparire questa settimana di fronte ad un comitato anticorruzione con accuse che riguardano le sue aziende familiari all’estero e riciclaggio di denaro. Sarebbe la prima volta che un Primo Ministro pakistano in carica è chiamato a comparire di fronte ad un comitato investigativo. L’inchiesta va avanti dal 2016 (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

16 giugno: il National Directorate of Security (NDS), principale agenzia di intelligence afgana, ha formalmente chiesto al Pakistan di consegnare i 3 sospetti dell’attentato contro la residenza del governatore provinciale della città di Kandahar, avvenuto a gennaio. Secondo le indagini del NDS, responsabile dell’esplosione innescata è stato il cuoco afghano impiegato presso la residenza, cui due militanti talebani avrebbero promesso 30.000 dollari e una casa in Pakistan in caso di successo dell’attentato. I talebani hanno negato il loro coinvolgimento (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

16 luglio: l’esercito pakistano ha dichiarato il lancio di un’operazione contro il gruppo militante Stato Islamico (IS) nell’area nord occidentale del Paese, al confine con l’Afghanistan. L’operazione è stata nominata “Kyber 4” e si concentrerà sulla zona Rajgal Valley dell’Agenzia Kyber (una delle 7 agenzie tribali in cui si dividono la regione F.A.T.A). Nonostante in passato il governo pakistano abbia negato la presenza dell’IS nel Paese, la diffusione del gruppo nel vicino Afghanistan e la rivendicazione di diversi attacchi terroristici nel Paese nel corso degli ultimi due anni, ha allarmato Islamabad (fonte BBC – per l’informazione vedi qui).

28 luglio: sulla Rivista Terrorism Monitor del sito Jamestown Foundation viene pubblicato un articolo intitolato “Sanctioning Syed Salahuddin: Too Little, Too Late”. L’articolo commenta l’inclusione da parte del dipartimento di stato americano del nome di Mohammad Yusuf Shah (ovvero Syed Salahuddin) nella lista degli Terroristi Globali Specialmente Designati (SDGT). Salahuddin è leader di Hizbul Mujahidin (HM), il maggiore gruppo militante operativo nella valle del Kashmir pakistano, fondato dai servizi di intelligence del Pakistan (ISI) per promuovere la propria causa nella regione contesa con l’India; fino ad oggi il gruppo HM non era mai stato sottoposto dagli Stati Uniti a sanzioni in quanto organizzazione terroristica straniera. L’autore dell’approfondimento ritiene che l’impatto di questa scelta sanzionatoria tardiva da parte degli USA avrà soltanto effetti limitati dal momento in particolare che la capacità operativa del gruppo HM è legata principalmente ai finanziamenti provenienti dall’ISI che continueranno ad essere elargiti. D’altro lato, una simile decisione avrebbe, ad avviso dell’autore, l’obiettivo di rafforzare i rapporti tra India e Stati Uniti da un punto di vista diplomatico, rappresentando un’indicazione di sostegno all’India nella lotta contro i gruppi terroristici pakistani anti-indiani (fonte Jamestown Foundation – per l’informazione vedi qui).

8 agosto: il governo pakistano ha annunciato che imporrà una nuova tassa alle organizzazioni no profit che spendono il 15% o più del loro budget per costi amministrativi, tassando tali costi del 10%. Questa decisione fa parte dell’attuale strategia di inasprimento dei controlli sulla società civile, che ha visto le ONG spogliate del loro ruolo benefico, accusate di promuovere la blasfemia e la pornografia e obbligate a procedimenti di registrazione labirintici. Il governo nega, affermando che questa nuova tassazione è finalizzata ad evitare lo spreco di fondi e a controllare che il denaro sia destinato realmente a scopi caritatevoli. I rappresentanti delle ONG si dicono preoccupati, poiché saranno forzati a tagliare il budget di molti progetti o addirittura chiuderli (fonte IRIN – per l’informazione vedi qui).

15 agosto: l’ex Primo Ministro Nawaz Sharif ha deciso di opporsi alla rimozione dal suo incarico, chiedendo una revisione del verdetto emesso dalla Corte Suprema per la mancata dichiarazione di alcuni redditi, nel c.d. scandalo dei Panama Papers. Sharif critica il verdetto come politicamente motivato (fonte Al-Jazeera e Dawn – per l’informazione vedi qui e qui).

20 agosto: la polizia ha arrestato un 18enne cristiano con l’accusa di blasfemia, per aver bruciato pagine del Corano. Il fatto sarebbe avvenuto il 12 agosto a Wazirabad, Punjab. Le leggi sulla blasfemia in Pakistan prevedono anche l’applicazione della pena di morte. Secondo Human Rights Watch nel 2016 sono stati arrestati 10 persone di religione musulmana e 5 di religione non musulmana con l’accusa di blasfemia (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui). 

31 agosto: un tribunale antiterrorismo in Pakistan ha emesso il verdetto dopo 9 anni di processo in relazione all’omicidio dell’allora Primo ministro Benazir Bhutto, uccisa in un attentato nel 2007, dichiarando l’ex presidente Pervez Musharaff formalmente latitante. La Corte, con sede a Rawalpindi, ha contestualmente condannato due ufficiali di polizia a 17 anni di prigione per negligenza e assolto i 5 imputati, militanti dei gruppi terroristici dei talebani e di Al Qaeda, che erano stati arrestati in seguito all’omicidio. Il tribunale ha inoltre disposto la confisca delle proprietà di Musharaff (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, NY Times e Dawn – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

14 settembre: la Corte del distretto di Gujrat, nel Punjab, ha sentenziato la condanna a morte di un uomo cristiano per aver diffuso materiale anti islamico. Secondo Human Rights Watch (HRW) l’uso delle disposizioni sulla blasfemia per incarcerare o perseguire persone che fanno commenti sui social media è in crescita in Pakistan, dove la blasfemia è un reato penale e insulti rivolti contro il profeta Maometto sono punibili con la morte. Nonostante nessuna condanna sia ancora stata eseguita, HRW riporta che ad oggi 19 persone rimangono nel braccio della morte e che dal 1990, 60 persone sono state assassinate, semplicemente come conseguenza di un’accusa di blasfemia. Le fonti consultate rilevano che nella maggioranza dei casi tali accuse colpiscono le minoranze religiose, spesso vittime di dispute personali (fonte Human Rights Watch e Al Jazeera Asia – per l’informazione vedi qui e qui).

20 settembre: due giovani donne sono state uccise “nel nome dell’onore” nell’area Achar Kali a Peshawar, dal padre, che ha poi confessato il crimine alla polizia, dichiarando di provare vergogna per la condotta delle figlie. Human Rights Watch (HRW) afferma che in una cultura patriarcale come quella pakistana, dove la violenza domestica è dilagante, non è inusuale per un uomo uccidere una donna della propria famiglia a causa di una condotta considerata inaccettabile. Nella maggioranza dei casi le punizioni più gravi sulla base dell’onore sono stabilite dai consigli tribali e di villaggio, le c.d jirga. HRW rimarca che, nonostante nell’ottobre dello scorso anno sia stata approvata dal parlamento la c.d. Anti honour killing law, che prevede l’applicazione di pene più severe per il delitto d’onore, negli ultimi mesi si è registrato un aumento dei casi di honour killing, sui quali non ci sono dati ufficiali credibili, in quanto spesso questi crimini non vengono denunciati o sono fatti passare per morti naturali dai membri della famiglia (fonte Human Rights Watch e Dawn – per l’informazione vedi qui e qui)

Diritti umani e libertà fondamentali

3 gennaio: il figlio di Salman Taseer, un ex governatore del Punjab ucciso nel 2011 per aver espresso critiche nei confronti delle leggi sulla blasfemia pakistane, potrebbe essere accusato proprio sulla base dell’imputazione di blasfemia a causa di un video postato su internet che è stato giudicato “offensivo” dai gruppi religiosi. Fino ad oggi nessun imputato per blasfemia è stato giustiziato a morte, nondimeno si sono verificati casi di assassinio o di linciaggio di folla (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

4 gennaio: almeno 150 attivisti islamici sono stati arrestati durante una manifestazione in favore delle leggi sulla blasfemia a Lahore, in Punjab. Lo stesso giorno è coinciso con la commemorazione della morte di Salman Taseer, un governatore della provincia del Punjab ucciso perché supportava una donna cristiana accusata di blasfemia. (fonte Radio Free Europe Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

4-7 gennaio: Samar Abbas, l’attivista a capo dell’ong “The Civil Progressive Alliance”, è scomparso a Karachi. Insieme a lui altri 4 blogger risultano scomparsi in città differenti tra il 4 e il 7 gennaio: Salman Haider, professore universitario, Waqas Goraya, Asim Saeed e Ahmed Raza Naseer. Tutti loro rappresentano voci critiche contro l’establishment politico e religioso attraverso l’uso della rete. Nel momento stesso della loro scomparsa, il governo ha chiuso i loro blog, facendo intendere un coinvolgimento governativo nella vicenda. Il Ministro degli Interni ha affermato che il governo si impegnerà a fondo nelle indagini per il loro ritrovamento. Manifestazioni di protesta sono avvenute in tutto il Paese. I giornalisti e gli attivisti pakistani lavorano in un clima ostile, soprattutto dopo che è passata la nuova legge lo scorso agosto sulla criminalità online, la quale permette al governo di censurare i contenuti dei siti in maniera arbitraria. Il Pakistan è al 147° posto su 180 nella classifica del World Press Freedom index 2016. (fonte HRW, Reporters Without Borders, Radio Free Europe Radio Liberty, BBC – per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

9 gennaio: una commissione medica ha affermato che la bambina di 10 anni impiegata come cameriera per un giudice pakistano, le cui condizioni di salute erano state denunciate il mese scorso, mostra segni di tortura. Gli attivisti per i diritti umani hanno denunciato il fatto che la legge sul lavoro pakistana ignora il problema degli abusi perpetrati sui bambini che lavorano sulle strade o nelle case di famiglie appartenenti alla classe media pakistana. Si stima che in Pakistan esistano 12 milioni di bambini lavoratori, molti dei quali sopravvivono in condizioni insicure o dure (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

12 gennaio: Human Rights Watch (HRW) pubblica il report annuale globale (World Report, 2017) sulla situazione dei diritti umani. Per quanto riguarda il Pakistan emerge che nonostante siano diminuiti gli attacchi terroristici rispetto agli anni precedenti, rimane ancora alto il numero di persone uccise in episodi legati al conflitto. In particolare, le forze di polizia risultano non sempre pienamente osservanti dei diritti umani: i militari continuano ad implementare il Piano d’azione nazionale (NAP) contro il terrorismo, ma in alcuni casi questo avviene a discapito della popolazione civile che rimane coinvolta negli scontri. Per quanto riguarda la libertà di espressione, il governo ha tentato di mettere in silenzio le voci dissenzienti come le ong o i media. La legislazione in merito ai crimini sulla rete risulta vaga e poco chiara, ponendo nuovi limiti alla libertà di espressione e criminalizzando usi pacifici della rete. Le minoranze, quali donne, comunità LGBT e minoranze religiose, hanno subito violenti attacchi e persecuzioni durante l’anno e gli sforzi del governo di provvedere a dare loro una maggiore sicurezza si sono rivelati fallimentari. Le pressioni della polizia e gli abusi subiti, hanno costretto migliaia di afgani che vivevano in Pakistan a lasciare il Paese (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

12-13 gennaio: Reporters Sans Frontières (RSF) si rivolge al governo pakistano chiedendo investigazioni complete sulla scomparsa dei 5 blogger e attivisti avvenuta la scorsa settimana e sottolinea la necessità di prendere in considerazione diverse opzioni, compreso il fatto che gli attivisti possano essere stati rapiti da gruppi terroristici oppure da membri delle forze di sicurezza. Anche la Commissione per i diritti umani del Pakistan (NCHRP) ha intimato il governo ad attivarsi nella ricerca dei 5 uomini. Il governo pakistano risulta essere sotto pressione dal momento della sparizione dei blogger e il Parlamento ha chiesto un’investigazione sull’accaduto (fonte Radio Free Europe/Radio liberty e RSF – per l’informazione vedi qui e qui).

18 gennaio: Nella città di Lahore (Punjab, sud est del Pakistan) uno studente universitario ha dichiarato di essere stato rapito e poi malmenato da altri studenti (islamisti estremi) dell’università del Punjab, dopo aver “twittato” dichiarazioni in supporto di 5 blogger scomparsi la scorsa settimana. Gli studenti aggressori sarebbero appartenenti a una fazione studentesca del gruppo estremista “Jamaat-e-Islami”. L’università ha dichiarato che investigherà sull’accaduto. Il Pakistan è uno dei paesi più pericolosi al mondo per i reporter e gli attivisti per i diritti umani (fonte BBC – per l’informazione vedi qui).

19 gennaio: alcuni dimostranti religiosi estremisti sono intervenuti in un raduno che si teneva a Karachi in supporto di 5 attivisti liberali scomparsi all’inizio del mese. Gli aggressori, un centinaio di membri appartenenti ad un piccolo gruppo religioso (Tehreek Labaik Ya Rasool Allah), hanno attaccato i manifestanti lanciando pietre e inneggiando slogan per chiedere al governo di accusare i 5 attivisti con l’imputazione di blasfemia. La polizia è intervenuta per disperdere i dimostranti religiosi (fonte Radio Free Europe Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

25 gennaio: all’incirca una dozzina di ONG nella provincia del Punjab la scorsa settimana sono state raggiunte da lettere da parte delle autorità locali e provinciali che ne hanno ordinato la chiusura. Si tratta di un’ulteriore mossa nel giro di vite portato avanti dal governo pakistano contro le organizzazioni nazionali e internazionali nel corso degli ultimi due anni. Molte di queste ONG stanno preparando azioni legali di fronte alle corti pakistane (fonte IRIN news – per l’informazione vedi qui).

27 gennaio: l’organo regolatore dei media pakistano ha vietato la messa in onda in qualunque modo “in any manner” dell'”Amir Liaqat’s daily show,” un popolare show televisivo emesso sul canale “Bol TV”. Nel corso dello show televisivo, Liaqat ha accusato di blasfemia i 5 attivisti scomparsi agli inizi di gennaio rivolgendosi anche contro i loro sostenitori, come nemici dello stato che meritano la morte; l’organo regolatore ha ritenuto che simili dichiarazioni equivalgano ad un incitamento all’odio e alla violenza (“wilfully and repeatedly made statements and allegations which (are) tantamount to hate speech, derogatory remarks, incitement to violence against citizens and casting accusations of being anti-state and anti-Islam“) (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Reuters, The Guardian – per l’informazione vedi qui, qui e qui)

28 gennaio: Salman Haider, il professore pakistano e attivista per i diritti umani scomparso all’inizio del mese dalla capitale Islamabad è ritornato a casa, secondo quanto dichiarato dal fratello e dalla polizia, mentre gli altri 4 blogger scomparsi sarebbero ancora dispersi. Il rapimento non è stato rivendicato e il governo ha negato le accuse secondo cui ci sarebbe il coinvolgimento delle agenzie di intelligence pakistana (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e BBC news – per l’informazione vedi qui e qui).

1 marzo: Human Rights Watch pubblica un report dal titotlo “Dreams turned into nightmares: Attacks on students, Teachers and Schools in Pakistan” sull’impatto del conflitto armato nel contesto educativo pakistano, affrontando i fenomeni degli attacchi terroristici ai danni di scuole e università nel Paese e dell’occupazione delle scuole da parte delle forze di sicurezza e dei gruppi politici. In mancanza di un sistema per la raccolta dei dati che riguardano attacchi a scuole ed università o il numero di feriti o morti che scaturiscono da questo tipo di attentati in Pakistan, HRW riporta che secondo le stime del “Global Terrorism Database” tra il 2007 e il 2015 si sono registrati 867 attacchi contro istituzioni educative che hanno provocato 392 morti e 72 feriti. Il report aggiunge che il sistema educativo nazionale pakistano deve fronteggiare diverse mancanze, tra cui uno scarso numero di infrastrutture, l’utilizzo di personale non specializzato, un accesso limitato in base al genere. Il sistema educativo risulta inoltre indebolito da diverse altre violazioni che includono attacchi fisici contro insegnanti e studenti, l’occupazione delle scuole ad opera della polizia e dell’esercito, minacce nei confronti di insegnanti, genitori e personale educativo (fonte Human Rights Watch – per l’informazione vedi qui). 

1 marzo: Amnesty International (AI) invita le autorità pakistane a prendere misure urgenti per proteggere giornalisti, bloggers, membri della società civile e attivisti umani dalle costanti minacce, intimidazioni e attacchi violenti che subiscono, nonostante il diritto di esercitare il loro lavoro sia protetto dalle leggi internazionali e dalla costituzione pakistana. AI si è espressa attraverso una lettera inviata al ministro dell’interno pakistano Nisar Ali Khan, in cui denuncia una campagna di diffamazione nei confronti delle voci dissenzienti che è in grado di mettere seriamente a rischio la loro sicurezza, ricordando il recente caso dei 5 bloggers e attivisti scomparsi lo scorso mese, episodio per il quale non è mai stata effettuata un’indagine volta a scoprire chi sia stato il reale mandante e altri casi simili motivati da accuse di blasfemia (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi quiqui).

14 marzo: il Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif ordina la rimozione immediata e il blocco di tutto il contenuto pubblicato in rete che possa essere considerato “blasfemo” nei confronti dell’Islam e l’avvio di azioni penali nei confronti dei responsabili. Sharif avrebbe anche dichiarato che la pubblicazione di contenuto blasfemo è un tentativo corrotto di giocare con le sensibilità della comunità musulmana (“The [posting of] blasphemous content on social media is an unclean attempt to play with the feelings of the Muslim Ummah [community]”). L’organismo regolatore delle telecomunicazioni pakistano attualmente ha bloccato centinaia di siti web tra cui anche quelli gestiti da dissidenti di etnia Beluci o siti contenenti materiale pornografico o altro materiale ritenuto blasfemo (fonte Al Jazeera – per l’informazione vedi qui).

16 marzo: il governo del Belucistan dispone di cancellare la registrazione di 3.250 organizzazioni non governative al termine di un procedimento di scrutinio e di un controllo della documentazione presentata dalle organizzazioni stesse, messo in atto dal governo provinciale sulla base del Piano d’Azione Nazionale (NAP), avviato nel gennaio 2015. Alle ONG si contesta di non aver presentato la documentazione necessaria per completare il procedimento di registrazione (fonte DAWN – per l’informazione vedi qui).

17 marzo: il Pakistan dichiara di aver domandato al social network Facebook di controllare gli account nel Paese per investigare sulla pubblicazione di contenuti blasfemi (“blasphemous content”) e il ministro degli interni pakistano ha aggiunto che il social media avrebbe inviato una delegazione per fare delle verifiche, benchè non risultino affermazioni pubbliche da parte di FB in proposito. La blasfemia è un tema particolarmente sensibile in Pakistan, dove simili accuse risultano spesso utilizzate contro le minoranze. Sia il primo ministro che il ministro degli interni pakistano hanno espresso la loro determinazione ad agire contro l’utilizzo di “contenuti blasfemi” sui social media (fonte BBC e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

20 marzo: la camera bassa del Parlamento pakistano ha votato per il rinnovo del mandato delle corti militari e del loro potere di processare civili sospetti di “terrorismo” per altri due anni. Le corti, istituite all’interno del piano di azione nazionale (NAP) antiterrorismo nel 2015 e accusate da gruppi di difesa dei diritti umani di non rispettare i principi del giusto processo, dovevano essere temporanee, in vista di una riforma giudiziaria che non è mai stata discussa. L’emendamento costituzionale con il quale sono stati ristabiliti i tribunali militari, dovrà essere a breve discusso dalla Camera alta del Parlamento. Human Rights Watch (HRW) invita il governo pakistano a ritirare questa proposta che secondo la ONG continua a negare ai cittadini il diritto ad un processo giusto, imparziale ed indipendente, minando anche il ruolo delle corti civili (fonte Al-Jazeera e Human Rights Watch – per l’informazione vedi qui e qui). 

14 aprile: il Pakistan sta investigando in merito ad una dozzina di ONG accusate di promuovere la blasfemia e la pornografia attraverso strumenti mediatici. Secondo le dichiarazioni di un deputato della Commissione pakistana per i diritti umani queste indagini sono parte di una più ampia campagna da parte del governo volta a ridurre al silenzio la società civile e a reprimere il dissenso. Il governo pakistano utilizza da anni il sistema legale e normativo per fare pressione sulle organizzazioni non governative (fonte Irin news – per l’informazione vedi qui).

18 aprile: un gruppo di ONG pakistane pubblica un report di denuncia dei casi di tortura e di violazione alla Convenzione ONU contro la tortura commessi dal Pakistan. Dal report risulta che, nonostante il Paese abbia ratificato tale convenzione, poco è stato fatto negli ultimi quattro anni, a fronte anche della cancellazione della moratoria sulla pena di morte, continuando ad eseguire centinaia di condanne, anche nei confronti di prigionieri la cui confessione è stata ottenuta sotto tortura. La legislazione volta a criminalizzare gli atti di tortura è obsoleta, scarsamente implementata e continua ad ammettere il ricorso alle punizioni corporali e ad altre forme di violenza contro i bambini o contro le donne; le condizioni nelle carceri rimangono ostili, a causa del sovraffollamento, della possibilità di ricorrere all’isolamento e delle limitate possibilità di accesso ai trattamenti medici (fonte World Organization Against Torture – per l’informazione vedi qui).

10 maggio: milioni di pakistani hanno ricevuto sms di avviso da parte del governo, volti a mettere in guardia i cittadini dalla condivisione di contenuti blasfemi online. La fonte consultata riporta che i messaggi sono stati inviati dall’Autorità Pakistana per le Telecomunicazioni (TPA) con il seguente contenuto: “Uploading & sharing of blasphemous content on Internet is a punishable offense under the law. Such content should be reported on info@pta.gov.pk for legal action” (fonte Express Tribune – per l’informazione vedi qui).

12 maggio: il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura denuncia il ricorso diffuso alla tortura da parte della polizia, dell’esercito e delle agenzie di intelligence, come strumento utilizzato per ottenere le confessioni di persone in custodia. Secondo le risultanze delle indagini realizzate dal Comitato, il governo pakistano ha anche omesso di lanciare investigazioni in merito ai casi di tortura e sparizione forzata che sono avvenuti ai danni di alcuni bloggers pakistani nel gennaio di questo anno (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, DAWN e The Guardian – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

22 maggio: l’Agenzia di Investigazione Federale (FIA), sotto le direttive del Ministro dell’interno Chaudhry Nisar Ali Khan ha dato avvio ad un giro di vite sulle critiche online rivolte contro l’esercito, mettendo sotto investigazione fino a 200 social account. Khan ha giustificato questo inasprimento, dichiarando che le forze di sicurezza devono essere protette. La fonte consultata riporta che l’esercito rimane una forza politica potente in Pakistan, anche sotto governi civili (fonte Reuters – per l’informazione vedi qui).

26-16 maggio: HRW denuncia l’aumento della repressione contro il dissenso espresso tramite lo strumento di Internet, come dimostrano le ultime misure intraprese dal governo pakistano nel corso degli ultimi mesi, cui si aggiunge l’annuncio fatto dal Ministro dell’interno per l‘introduzione di nuove norme volte a restringere severamente la possibilità dell’anonimia online. Simili misure rappresentano minacce di censura, arresti arbitrari e violenze contro attivisti e membri delle minoranze religiose (fonte HRW – per l’informazione vedi qui e qui).

1 giugno: in occasione della 61° sessione del “United Nations Committee on Economic, Social and Cultural Rights”, Amnesty International (AI) richiama il Pakistan sul suo fallimento nell’implementare gli obblighi internazionali del Paese in materia di diritti economici, sociali e culturali. Secondo AI la situazione nel Paese rimane allarmante quanto al livello della popolazione che vive sotto la soglia minima di povertà e per ciò che riguarda gli indicatori del livello di educazione, dello stato della sanità e dei servizi. Scarsamente implementati rimangono inoltre i diritti di donne, minori, minoranze religiose, rifugiati e comunità LGBTI, nonostante l’adozione di provvedimenti legislativi appositi (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

6 giugno: Reporters Sans Frontière (RSF) manifesta la sua opposizione contro le sanzioni imposte dalle autorità pakistane alla testata giornalistica “Dawn” e contro le misure disciplinari attribuite a due dei suoi giornalisti. La vicenda risale ad ottobre dello scorso anno, quando i giornalisti Zafar Abbas e Cyril Admeda, pubblicavano una storia denominata “Dawn Leaks”, in cui rendevano pubblici alcuni importanti dettagli relativi ad accordi tra il governo e l’esercito. RSF riporta inoltre che il governo pakistano ha manifestato l’intenzione di stabilire un “codice di condotta” per l’intero settore della stampa (fonte RSF – per l’informazione vedi qui).

9 giugno: il giornalista Rana Tanveer, specializzato in minoranze religiose, è stato investito deliberatamente da una macchina a Lahore. Tanveer è giornalista presso la testata pakistana in lingua inglese “Express Tribune”, spesso fautrice di denunce contro le violenze commesse ai danni di minoranze religiose. Due giorni prima di questa aggressione, Tanveer aveva ricevuto minacce direttamente a casa propria e si era rivolto alla polizia, senza che ne seguisse un’azione. Reporters Sans Frontière (RSF) riporta che il Pakistan continua ad essere uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti (fonte RSF – per l’informazione vedi qui).

10 giugno: una corte antiterrorismo pakistana ha condannato a morte un uomo sciita accusato di aver pubblicato un post su Facebook giudicato dalla corte stessa come blasfemo. La condanna è stata emessa dalla Corte di Bahawalpur, nel Punjab orientale e le accuse si riferiscono ad alcuni contenuti pubblicati nel 2016 e ritenuti dispregiativi nei confronti di leaders religiosi sunniti musulmani e delle mogli del Profeta Maometto (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

27 giugno: il Ministro degli interni del Regno Unito pubblica un nuovo documento “Country Policy and Information Note” sul Pakistan intitolato “Pakistan: Background information, including actors of protection, and internal relocation”. Il report fornisce un quadro generale storico-politico del Paese e analizza nel dettaglio: il sistema di polizia e delle forze di sicurezza; i diritti legali in caso di arresto e detenzione; gli abusi dei diritti umani commessi dalle forze di polizia; il fenomeno della corruzione, la libertà di movimento e i diritti legati a cittadinanza e nazionalità. Obiettivo di questo documento è quello di fornire dati precisi e aggiornati sul Paese di origine dei richiedenti di nazionalità pakistana al fine di supportare le autorità competenti del Regno Unito per decidere sull’attribuzione dell’asilo, della protezione umanitaria ovvero di altra forma di permesso (fonte UK Home Office – per l’informazione vedi qui).

27 giugno: una ragazzina di 12 anni è stata uccisa dalla famiglia nel villaggio Kadey del distretto tribale di Khyber, dopo che era scappata con un ragazzo. In seguito alla fuga, la ragazza era stata fermata dalle autorità di sicurezza e riconsegnata alla famiglia. Il movente dell’omicidio, di cui sono sospettati uno zio e un cugino, attualmente in detenzione insieme a due membri della famiglia del ragazzo, sarebbe stato l’onore offeso della famiglia (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

10 luglio: Amnesty International (AI) pubblica un report intitolato “Pakistan: Widespread Human Rights Violations Continue”. Nel rapporto AI evidenzia che il Pakistan ha realizzato solo limitati progressi in materia di diritti umani nel periodo compreso tra il 2012 e il 2016, soprattutto per quanto riguarda le sparizioni forzate, gli attacchi contro giornalisti, l’impunità per coloro che attaccano i difensori dei diritti umani. Tra le principali problematiche che affliggono il Pakistan in materia di diritti umani, il documento sottolinea: l’applicazione della pena di morte, cui è stato fatto ricorso in maniera significativa, anche attraverso l’istituzione di corti militari apposite, il cui mandato è stato esteso di altri 2 anni nel marzo 2017; l’applicazione e l’abuso delle leggi sulla blasfemia vigenti in alcune norme del codice penale pakistano; le difficoltà di accesso alla giustizia per le donne, nonostante alcune iniziative legislative positive adottate per contrastare la violenza sulle donne (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

12 luglio: la BBC pubblica un articolo di approfondimento in cui raccoglie le testimonianze di alcuni blogger e attivisti atei, in seguito ai recenti cambiamenti legislativi intervenuti sulla pubblicazione di contenuto “blasfemo” online in Pakistan. L’articolo afferma che essere ateo in Pakistan può rappresentare un pericolo per la propria vita, dopo che la nuova legge ha già ricevuto applicazione con la prima condanna a morte per la pubblicazione di contenuto online considerato blasfemo nel giugno di quest’anno. Anche se l’ateismo non è tecnicamente illegale in Pakistan, l’apostasia è considerata un reato suscettibile di determinare l’applicazione della pena capitale (fonte BBC – per l’informazione vedi qui). 

26 luglio: circa 20 persone sono state arrestate a Multan – nella provincia del Punjab – per aver ordinato lo stupro di una adolescente, come vendetta per l’atto di stupro che sarebbe stato commesso dal fratello della stessa. Le due famiglie sembrerebbero imparentate e i membri maschi di entrambe le famiglie avrebbero preso parte alla decisione del consiglio locale che ha ordinato lo stupro come punizione (fonte BBC news e DAWN – per l’informazione vedi qui e qui).

30 agosto: uomini armati di pistola hanno sparato ad un transgender a Karachi, dopo aver fatto fuoco e lanciato uova contro un gruppo di trans. Nonostante il Paese abbia riconosciuto il terzo genere per i transgender, permettendo loro di scriverlo anche sui propri documenti, la comunità trans rimane ancora discriminata, spesso ridotta alla mendicità e alla prostituzione e soggetta a violenze ed estorsioni (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

11-12 settembre: rimarcando le terribili violenze che sono in corso in Birmania contro i musulmani di etnia Rohingya, il parlamento pakistano ha invitato il governo a dare maggiore rilevanza alla questione e a porla nell’agenda internazionale. Ad oggi in Pakistan vivono ufficialmente 55.000 Rohingya, la maggior parte nel quartiere di Arkanabad, a Karachi. Le famiglie di etnia Rohingya, che secondo quanto riportato da Human Rights Watch (HRW) comprenderebbero circa 300.000 persone, sono arrivate a Karachi – capitale della provincia di Sindh – dopo l’instaurazione in Birmania di un forte regime repressivo nel 1962. HRW denuncia che a più di cinquant’anni di distanza dal loro arrivo in Pakistan, i Rohingya non possono ancora ottenere la cittadinanza pakistana e coloro giunti nel Paese dopo la guerra civile del 1971 non possono ricevere i documenti di identità. HRW sottolinea che questa condizione rende le persone di etnia Rohingya effettivamente “apolidi” e prive di uno status legale definito (fonte Dawn, Human Rights Watch e CNN – per l’informazione vedi qui, qui e qui). 

12 settembre: una coppia di teenager che avevano cercato di fuggire insieme è stata uccisa probabilmente con scariche elettriche dalla famiglia, su ordine del tribunale tribale o jirga, in un c.d. delitto d’onore (honour killing). La polizia ha arrestato i padri e due zii dei ragazzi e sta cercando una trentina di membri del consiglio tribale che sono ancora in fuga. I gruppi per i diritti umani affermano che il fenomeno dell’honour killing è in crescita nel Paese e che le donne sono le più colpite, poiché non è permesso loro instaurare una relazione o contrarre matrimonio senza l’approvazione familiare (fonte Radio Free Europe /Radio Liberty e BBC – per l’informazione vedi qui e qui).

28 settembre: il gruppo per i diritti umani Human Rights Commission of Pakistan (HRCP) chiede il rilascio di Mesut Kacmaz, ex direttore turco della catena di scuole private PakTurk, rapito nella sua abitazione a Lahore da oltre 20 persone armate insieme alle 2 figlie. Nel novembre 2016 dozzine di insegnanti turchi collegati all’istituto PakTurk sono stati deportati, in seguito alla visita del presidente Erdogan nel Paese e alle dichiarazioni delle autorità turche, secondo cui l’istituto è collegato a Fethullah Gulen, un ecclesiastico filo-statunitense che sarebbe accusato di aver contribuito al colpo di stato turco del luglio 2016 (fonte HRCP e Radio Free Europe /Radio Liberty – per l’informazione vedi qui e qui).

Situazione umanitaria 

15 marzo: almeno 5 bambini sono morti a causa di malnutrizione e malattie presso l’ospedale civile “Mithi” nella regione meridionale di Sindh, portando a 64 il numero di bambini morti quest’anno nel deserto del Thar. Dall’inizio dell’anno, secondo le testimonianze di un ufficiale del distretto sanitario di Mithi, 11.000 bambini malati sarebbero stati portati in 6 strutture sanitarie del distretto (fonte DAWN – per l’informazione vedi qui).

19 marzo: una campagna di vaccinazione antipolio della durata di 3 giorni sarà attivata in 29 distretti del Belucistan per garantire la vaccinazione di ogni bambino, dichiara Syed Fasal Ahmed, coordinatore del Centro Operativo di Emergenza (EOC) pakistano. Questa campagna di vaccinazione non riguarderà il distretto di Ziarat, dove dovrebbe essere avviata per la fine del mese ed è stata pianificata per raggiungere oltre 2 milioni di bambini sotto i cinque anni. Ahmed ha aggiunto che in passato alcuni villaggi e cittadine della provincia avevano rifiutato il trattamento, ma che questo tipo di atteggiamento è diminuito nel tempo (fonte DAWN per l’informazione vedi qui).

3 aprile: il Pakistan ha ripreso il rimpatrio forzato di rifugiati afghani mandando indietro attraverso il passo di Torkham circa 1.200 persone. Negli ultimi anni le relazioni tra i due Paesi si sono significativamente deteriorate, con reciproci scambi di accusa per gli attacchi terroristici messi in atto dalle due parti del confine. Il governo pakistano ha assunto la decisione di chiudere tutti i passi al confine con l’Afghanistan in seguito ad un attentato che nel febbraio di quest’anno ha lasciato morte 130 persone e sta pianificando la costruzione di un recinto lungo i 2.500 km di confine (fonte Reuters – per l’informazione vedi qui).

4 aprile: 7 bambini sono morti nel deserto del Thar per malattie trasmesse via acqua e per la malnutrizione, facendo salire ad 89 il numero di bambini morti negli ultimi 3 mesi. Secondo quanto riportato dalla fonte consultata, i genitori lamentano una carenza di strutture e una tendenza all’indifferenza da parte dei medici e del personale sanitario. Il problema della denutrizione e della cattiva salute materna continua a rappresentare una sfida evidente per il settore sanitario pakistano. Secondo le dichiarazioni dell’ufficiale sanitario del distretto di Mithi, la situazione sanitaria generale è da considerarsi allarmante nell’area del deserto del Thar a causa dell’aumento delle temperature e della carenza di acqua potabile (fonte DAWN news – per l’informazione vedi qui).

13 maggio: migliaia di pakistani pashtun sfollati nel nord ovest del Paese e provenienti dal villaggio di Dande Darpakhel – Nord Waziristan – domandano al governo pakistano di assicurare il loro ritorno a casa prima dell’inizio del periodo santo del Ramadan. Nella regione, che per anni è servita da centro di addestramento per i talebani e per i miliziani legati al gruppo “Haqqani network”, sono oltre 1 milione le persone sfollate a causa delle operazioni militari messe in atto dall’esercito pakistano contro i gruppi militanti. Gli sfollati provenienti da Dande Darpakhel, circa 2.400 famiglie, lamentano le condizioni di vita all’interno dei centri di accoglienza temporanei, dove le strutture sono inadeguate e scarseggiano anche i servizi di base (fonte VOA – per l’informazione vedi qui).

23 maggio: OXFAM denuncia che migliaia di persone in Pakistan sono a rischio a causa delle conseguenze derivanti dal cambiamento climatico. Il distretto di Badin nella provincia di Sindh è uno dei maggiormente colpiti, a causa dell’avanzamento del mare, che sta avvenendo ai danni delle comunità costiere. Secondo l’analisi del report a Badin le conseguenze delle inondazioni sono particolarmente gravi, per i danni ingenti provocati alle terre inondate, che hanno causato la riduzione della superficie per la produzione agricola, danneggiando nel contempo la prima fonte di reddito dell’area, legata alle attività di pesca (fonte OXFAM – per l’informazione vedi qui).