UCRAINA

Gennaio-Settembre 2017

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Situazione politica e stato di sicurezza – Diritto e prassi – Diritti umani e libertà fondamentali – Situazione umanitaria

Situazione politica e stato di sicurezza

9 gennaio: l’ex primo ministro ucraino Mykola Azarov ha dichiarato che potrebbe essere necessario formare un “governo in esilio” se il popolo ucraino chiederà un’alternativa. Tale mossa è stata annunciata dopo che, in dicembre, una corte moscovita ha sentenziato che il collasso del governo di Azarov agli inizi del 2014, sarebbe stato risultato di una mossa illegale. Azarov è stato primo ministro dal 2010 al 2014 durante la presidenza di Viktor Janukovyč. Sia il presidente che Azarov erano scappati in Russia nel febbraio 2014 dopo mesi di proteste causati dal rifiuto di Janukovyč di firmare un trattato di associazione con l’Unione Europea. In Ucraina, su Azarov pende un mandato di cattura per corruzione e abuso d’ufficio (fonte RFE/RL – per l’informazione vedi qui).

 

30-31 gennaio: si inasprisce l’emergenza nell’est Ucraina, dove si riporta che nel corso delle ultime 24 ore si sono verificati nuovi scontri tra i separatisti filo russi e l’esercito ucraino, nei dintorni di Avdiika, città sotto il controllo del governo ucraino nella regione separatista di Donetsk, causando la morte di almeno 12 persone, fra cui tre soldati ucraini. Secondo la BBC le due forze contrapposte si accusano reciprocamente di questa escalation nel conflitto. Ufficiali ucraini starebbero preparando la possibile evacuazione della città, che è rimasta senza luce ed elettricità (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty e BBC news – per l’informazione vedi qui e qui).

 

2 febbraio: al quinto giorno di combattimenti intensi nell’est dell’Ucraina, le autorità ucraine riportano che nelle ultime 24 ore altri 2 soldati sono morti e 10 sono rimasti feriti negli scontri tra le forze governative e le forze separatiste filo russe. Le ostilità sono al momento concentrate intorno alla città di Avdiivka sotto il controllo governativo, dove i bombardamenti hanno lasciato molti residenti senza elettricità, acqua e riscaldamento nelle temperature invernali (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

4-8 febbraio: due importanti leader separatisti crimei sono morti in seguito a due differenti attentati in Crimea. Si tratta di Oleg Anashchenko, ministro della difesa de facto dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, ucciso nell’esplosione di una macchina a Lugansk e di Mickail Tolstykh (conosciuto come Givi), ucciso dal lancio di un razzo sull’ufficio in cui si trovava nell’est del Paese. I ribelli imputano queste morti ai servizi segreti ucraini accusandoli di aver compiuto “atti terroristici”, ma Kiev nega ogni coinvolgimento nell’accaduto. Dal 2015 sono diversi i leader separatisti rimasti uccisi nell’Ucraina orientale (fonte BBC news e Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

17 febbraio: l’esercito ucraino dichiara che nel corso delle ultime 24 ore i combattimenti nell’est del Paese hanno causato la morte di 3 soldati e il ferimento di altri 10. L’esercito dichiara inoltre che sono stati registrati 66 attacchi di mortaio da parte dei separatisti contro le forze ucraine nelle regioni di Donetsk e di Lugansk; i combattimenti più pesanti continuano presso le città di Avdiivka e Marinka. Nel corso delle ultime settimane risultano morte dozzine di persone a fronte di un totale di oltre 9.750 morti dallo scoppio del conflitto nel 2014 (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty per l’informazione vedi qui).

 

18 febbraio: il presidente russo Vladimir Putin firma un provvedimento con il quale riconosce temporaneamente i documenti di stato civile rilasciati nelle autoproclamate repubbliche dell’est Ucraina; una decisione che consentirà agli abitanti di tali aree di viaggiare, lavorare e studiare in Russia. Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha denunciato questo decreto definendolo espressione dell’occupazione russa di una parte del Paese e violazione degli accordi internazionali (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, BBC news e Reuters – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

18 febbraio: un nuovo cessate il fuoco è stato stipulato tra le forze governative e i ribelli filo russi nel corso di un incontro quadrilaterale tra i ministri degli esteri di Ucraina, Russia, Germania e Francia, a Monaco in Germania. L’accordo avrà inizio il 20 febbraio e durerà una settimana. Lo annuncia il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, aggiungendo che l’accordo riguarda anche l’avvio di una fase di “ritiro delle armi pesanti” “start of the withdrawal of heavy arms” che è anche uno degli elementi chiave (benché mai davvero implementato) dell’accordo di Minsk negoziato due anni fa (fonte Radio Free Europe/Radio liberty, CNN e Al Jazeera per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

19 febbraio: i nazionalisti e altri manifestanti si sono scontrati con la polizia a Kiev nel corso di una protesta di supporto al blocco delle comunicazioni con le regioni orientali produttrici di carbone, sotto il controllo dei ribelli filo russi. Dal mese scorso infatti battaglioni di volontari hanno iniziato a bloccare le connessioni ferroviarie con i distretti di Donetsk e di Lugansk, allo scopo di interrompere i commerci con le regioni controllate dai separatisti filo russi. Questo movimento, tuttavia, risulta essere causa anche della carenza di carbone in tutto il paese, al punto che la scorsa settimana il presidente ucraino Petro Poroshenko ha dichiarato un parziale stato di emergenza chiamando i cittadini ucraini e le industrie a conservare l’elettricità (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty per l’informazione vedi qui).

 

22 febbraio: il segretario generale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) Lamberto Zannier ha sottolineato nel corso di una conferenza tenutasi a New York, che la situazione in Ucraina rimane “confusa” e resta il potenziale per l’inizio di una nuova fase intensa di combattimento. Zannier afferma infatti che, nonostante quanto pattuito alla fine della scorsa settimana, sono ancora in atto “significative” violazioni del cessate il fuoco e che non ci sono evidenze di una rinuncia al ricorso alle armi di artiglieria pesante sulla linea del fronte (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty, Reuters e CNN per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

24 febbraio: Jamestown Foundation (JF) pubblica un articolo di approfondimento sugli equilibri instabili che caratterizzano attualmente le relazioni commerciali dell’Ucraina con la regione del Donbas (inclusiva delle due autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk), in particolare riguardo alla controversa relazione di dipendenza del resto del Paese dall’importazione di carbone dalle aree occupate. In proposito, da oltre un mese un battaglione volontario di ex soldati ucraini e di veterani ha messo in atto un embargo commerciale contro i territori occupati, bloccandone le principali linee di comunicazione. Tale blocco si sta riflettendo anche in proteste politiche a Kiev, dove il governo è accusato di trarre profitto dalle relazioni commerciali con i separatisti filo russi, finendo anche per offrire loro un’ancora di salvataggio e quindi prolungando di fatto il conflitto. JF sottolinea inoltre che il blocco nei confronti della regione del Donbas ha fatto emergere delle faglie politiche, suscettibili di portare ad una crisi. Infatti, queste azioni di blocco da parte di soggetti privati rappresentano l’esercizio di una funzione statale che rischia di aumentare la percezione di debolezza del governo centrale ucraino, facendo emergere il rischio che la combinazione tra operazioni sovversive e proteste di massa in strada possa esacerbare il livello di polarizzazione politica nel Paese (fonte JF per l’informazione vedi qui).

 

26 febbraio: il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America (USDOS) condanna il fermo messo in atto nei confronti di un team di monitoraggio dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) da parte dei ribelli filo russi a Donetsk e si rivolge alla Russia e ai separatisti affinché rispettino il fragile cessate il fuoco di una settimana pattuito il 20 febbraio scorso. L’incidente sarebbe avvenuto nella cittadina di Yasynuvata quando i ribelli hanno puntato le loro armi contro i supervisori della missione di monitoraggio speciale (SMM) dell’OSCE che stavano cercando di ottenere informazioni in merito ad un possibile bombardamento messo in atto vicino alla linea del fronte, contro l’impianto di depurazione dell’acqua di Donetsk (fonte BBC news e USDOS per l’informazione vedi qui e qui).

 

2 marzo: il milionario ucraino Rinat Akhmetov denuncia come “inaccettabile” la presa di alcune strutture del gruppo imprenditoriale “SCM” di cui è proprietario nel territorio della Crimea, da parte dei separatisti filo russi. L’occupazione di queste strutture prevede di domandare una nuova registrazione alle società ucraine e il pagamento di tasse in favore delle due auto proclamate repubbliche crimee di Donetsk e Lugnask. Tali misure sarebbero messe in atto dai separatisti in risposta al perdurare delle azioni di blocco delle strade e delle ferrovie che impediscono i collegamenti tra l’Ucraina e la Crimea, da parte di nazionalisti e veterani ucraini. Secondo la BBC questo blocco, che sarebbe stato condannato dal governo ucraino, comincia a mostrare le sue ripercussioni sul piano economico, in quanto, tagliando legami vitali tra gli stabilimenti industriali di entrambe le parti, danneggia in maniera consistente l’economia del Paese e mette a rischio un elevato numero di posti di lavoro (fonte Radio free Europe/Radio liberty e BBC news – per l’informazione vedi qui e qui).

 

15 marzo: il governo di Poroshenko assume la decisione di proibire il traffico di merci da e per le aree sotto il controllo dei separatisti nell’est del Paese. La decisione è maturata in seno al “Consiglio Nazionale di sicurezza e difesa” dopo diverse settimane in cui attivisti e veterani di guerra hanno messo in atto un blocco non ufficiale di strade e ferrovie. Si prevede che questo blocco avrà enormi conseguenze economiche su entrambi i lati del fronte. Poroshenko ha giustificato la sua mossa, sostenendo che il blocco continuerà fino a che le imprese “occupate” dai separatisti non saranno restituite ai proprietari ucraini. L’istituto di ricerca “Jamestown Foundation” riporta che quest’ultima decisione potrebbe rappresentare un segnale di debolezza del Presidente Poroshenko, a due anni dalla prossima campagna elettorale e in presenza di una situazione di tensione con la Russia che non lascerebbe altra scelta all’Ucraina se non quella di schierarsi con i nazionalisti (fonte BBC e Jamestown Foundation – per l’informazione vedi qui e qui).

 

16 marzo: si rinnova di un anno il mandato della missione di monitoraggio speciale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Pace in Europa (OSCE) in Ucraina, in seguito ad una decisione unanime del Consiglio permanente dell’OSCE, scaturita da un incontro tenutosi a Vienna. E’ obiettivo dichiarato della missione quello di continuare a giocare un ruolo di stabilizzazione della situazione nell’est del Paese  e di supportare l’implementazione degli accordi di Minsk (fonte OSCE – per l’informazione vedi qui).

 

23 marzo: circa 20.000 persone dalla città di Balaklava e dei villaggi vicini – regione di Kharkiv – sono state evacuate a seguito dell’esplosione di un deposito militare di munizioni del Ministero per la difesa ucraino. Non risultano vittime a seguito dell’incidente. I sospetti ucraini per questo atto ricadono sull’esercito russo o sui ribelli separatisti, benché non siano state fornite prove in proposito; l’esercito russo non ha risposto nell’immediato ad una richiesta di commento dell’accaduto (fonte Governo dell’Ucraina e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

 

30 marzo: Jamestown Foundation (JF) pubblica una relazione dal titolo “Conflict Escalates Again in Eastern Ukraine: Possible Causes and Consequences”. Il report ha ad oggetto le possibili cause e conseguenze della nuova escalation che il conflitto nell’Ucraina orientale ha subito nei primi mesi del 2017, in particolare nei pressi delle città di Avdiivka e Mariupol. Secondo JF, l’aumento di intensità del conflitto, che ha visto un largo utilizzo di artiglieria pesante proibita dagli accordi di Minsk, è da attribuirsi a diversi fattori tra cui: la volontà da parte dei gruppi filorussi di logorare le forze ucraine attraverso un susseguirsi di azioni di combattimento di diversa intensità; gli sforzi diplomatici compiuti dal Cremlino al fine di alzare la posta in gioco nelle negoziazioni con i leader europei o con gli Stati Uniti; il blocco al flusso di beni messo in atto da attivisti e veterani sulle vie di comunicazione fra l’area sotto il controllo di Kiev e quella sotto il controllo dei separatisti, che avrebbe attratto nuovi membri del “Russian Main Intelligence Directorate”. Il report conclude che è necessario denotare il fattore di collegamento fondamentale tra le aree di escalation del conflitto, tutti centri industriali il cui danneggiamento avrebbe un impatto economico molto ingente per l’Ucraina (fonte Jamestown Foundation per l’informazione vedi qui).

 

13 aprile: Jamestown Foundation (JF) pubblica un articolo di aggiornamento sulla situazione del conflitto in Ucraina. A fronte di un cessate il fuoco istituito a partire dalla mezzanotte del primo di aprile, risulta che tra l’11 e il 12 aprile le forze di occupazione russe e i loro sostenitori locali hanno fatto fuoco contro oltre 45 postazioni ucraine, facendo anche ricorso alle armi di artiglieria pesante vietate dagli accordi di Minsk. Di un completo cessate il fuoco tra le due parti si parla già dal febbraio 2015, ma da allora risulta che tutti gli accordi siano stati regolarmente violati, rendendo questi armistizi dichiarati oggetto di critiche e di derisione a livello dell’opinione pubblica ucraina (fonte Jamestown Foundation – per l’informazione vedi qui).

 

19 aprile: il territorio della città di Balakliya e 9 insediamenti posti nelle vicinanze sono stati bonificati dalla presenza di mine, riducendo l’area contaminata da 10 km ad 1 km. Nell’area è stato riattivato anche il servizio di elettricità e continuano i lavori per il ripristino delle infrastrutture del gas (fonte North Atlantic Treaty Organization – per l’informazione vedi qui).

 

23 aprile: un osservatore internazionale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) è rimasto ucciso e altri due sono rimasti feriti a bordo di un veicolo, a causa dell’impatto con una mina. Il veicolo stava viaggiando all’interno della regione orientale di Lugansk, nei pressi del villaggio di Pryshyb, in un’area che non è sotto il controllo del governo ucraino. Le autorità de facto di Lugansk avrebbero dichiarato che l’incidente è avvenuto perché il convoglio dell’OSCE ha fatto una deviazione dal percorso stabilito (fonte Al Jazeera – per l’informazione vedi qui).

Diritto e prassi

26 gennaio: le autorità de facto in Crimea starebbero portando avanti un’operazione speciale nei confronti di presunti membri del gruppo islamico Hizb ut-Tahrir, messo al bando in Russia, in particolare nella città di Bachhisaray. In ottobre almeno cinque tatari di Crimea sospettati di essere membri di tale gruppo, erano stati arrestati e all’arresto è seguita anche la detenzione del loro avvocato, Emil Kurbedinov, con l’accusa di “diffusione di materiale estremista”.  La Russia è stata fortemente criticata dai gruppi internazionali per la tutela dei diritti umani e dai governi occidentali per il suo atteggiamento verso la minoranza indigena tatara, per lo più di fede musulmana, nei cui confronti si riportano diversi casi di arresti, sparizioni e uccisioni (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

27 gennaio: un cittadino brasiliano che secondo le autorità ucraine avrebbe combattuto a fianco dei separatisti filorussi nell’Ucraina orientale è stato condannato a 13 anni di detenzione da una corte di Kiev. Secondo una dichiarazione della corte nel distretto di Pechersk, l’accusa nei confronti dell’uomo (la cui identità non è specificata) è quella di aver creato un’organizzazione terrorista e reclutato mercenari come terroristi. Secondo i media ucraini, tra cui anche sezioni con base nel territorio controllato dai separatisti, il condannato sarebbe Rafael Lusvarghi, arrestato nell’ottobre 2016. Si tratterebbe del primo non russo, detenuto e condannato dall’Ucraina per accuse di crimini legati alla guerra (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

6 marzo: pende di fronte alla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aia un caso portato dall’Ucraina contro la Russia, con l’accusa di annessione illegale della Crimea e di sovvenzione illecita in favore dei ribelli separatisti, con cui l’Ucraina chiede anche un risarcimento per quelli che considera “atti terroristici” commessi sul suo territorio. Le accuse comprendono: la questione concernente l’abbattimento del volo di Malaysia Airlines MH17, nel 2014, nel quale Mosca nega di essere coinvolta, così come nega di aver inviato truppe o armi nell’Ucraina orientale; accuse di supportare i gruppi armati delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e di Lugansk; accuse di maltrattamenti nei confronti di membri del gruppo etnico tataro in Crimea e di messa al bando della loro organizzazione rappresentativa, il “Mejlis”. Kiev ha chiesto inoltre alla corte di emanare un ordine nei confronti della Russia a “cessare e desistere” (“cease and desist”) (fonti BBC e RFL per l’informazione vedi qui e qui).

 

5 aprile: un recente emendamento legislativo alla legge ucraina, richiede a giornalisti ed attivisti che pubblichino notizie concernenti la corruzione del governo, di presentare una dichiarazione pubblica sul proprio patrimonio personale: un provvedimento la cui vaghezza potrebbe essere utilizzata, ad avviso di Human Rights Watch (HRW), come strumento di controllo, deterrenza o investigazione ai danni di giornalisti d’inchiesta o organismi anti-corruzione. La pubblicazione del patrimonio, che già era prevista per i funzionari statali, dovrà avvenire anche se gli attivisti e i giornalisti che lavorano per organizzazioni indipendenti non ricevono fondi pubblici, in mancanza di una simile dichiarazione, rischiano di subire un procedimento penale e fino a due anni di reclusione. Questa nuova misura fa parte di un pacchetto di emendamenti ad una legge ucraina per la prevenzione della corruzione del 2014 (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

 

aprile: il Ministro degli interni del Regno Unito (UK Home Office) pubblica un documento “Country policy and Information Note” intitolato “Ukraine: Military Service”. Nel report si sottolineano due aspetti importanti con riferimento alle condizioni del servizio militare, ai casi di esenzione dall’obbligo militare e alle conseguenze in ipotesi di evasione o di diserzione: la reintroduzione a partire dal maggio 2014 del servizio militare obbligatorio tra i 20 e i 27 anni di età, ammettendo però numerose possibilità di esenzione, tra cui l’obiezione di coscienza su base religiosa per i membri di organizzazioni religiose registrate in Ucraina; la possibilità di punire l’evasione entro i limiti della legge con la carcerazione fino a 3 anni; nella pratica, tuttavia, risulta che nella maggioranza dei casi le corti decidono di applicare una multa o di sospendere le sentenze (fonte UK Home Office – per l’informazione vedi qui).

Diritti umani e libertà fondamentali

10 gennaio: la parlamentare ucraina Nadija Savčenko pubblica i nomi di centinaia di persone che sono state catturate o sono scomparse dall’inizio del conflitto nell’Ucraina orientale, nonostante i richiami da parte delle autorità di non divulgare tali informazioni. La Savčenko, ex pilota dell’arma ucraina, è divenuta simbolo della resistenza ucraina dopo essere stata prigioniera in Russia fino al maggio 2016 e avrebbe riferito di aver pubblicato i nomi sperando di accelerare il rilascio dei prigionieri. I rapporti della parlamentare con le autorità ucraine e con i membri del suo partito si sono raffreddati il mese scorso, dopo un incontro segreto da lei tenuto con i separatisti, in seguito al quale ha lasciato il partito, decidendo di fondarne uno proprio (fonte RFE/RL – per l’informazione vedi qui).

 

12 gennaio: il National Radio and TV Council (NRTC) ha messo al bando la TV indipendente russa Dozhd perché violerebbe l’integrità territoriale ucraina riferendosi alla Crimea come a parte della Russia, oltre a contravvenire ad alcune restrizioni sulla pubblicità riservate ai canali stranieri. Dozhd è l’unico canale TV russo indipendente ed ha problemi anche all’interno della Federazione Russa a causa delle sue posizioni critiche nei confronti del Cremlino (fonte Reporters Without Borders, OHCHR, RFE/RL, HRW – per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

 

25 gennaio-5 febbraio: HRW denuncia che le autorità russe hanno detenuto due avvocati nel campo dei diritti umani (Emil Kurbedinov e Nikolai Polozov) che assistono legalmente importanti leader dei tatari di Crimei. I clienti dei due legali sono Akhtem Chiygoz e Ilmi Umerov, membri del Mejlis (organo rappresentativo tataro) accusati sulla base di motivazioni politiche, per la loro pubblica opposizione all’occupazione russa della Crimea. Nikolai Polozov risulta essere stato fermato da agenti dell’FSB (Servizio di Sicurezza Federale) ucraino, portato con la forza nell’ufficio di Simferopol in Crimea e ivi interrogato sul caso del suo assistito Umerov; due ore e mezzo dopo Polozov è stato rilasciato. Kurbedinov è stato rilasciato, invece, dopo aver scontato la sentenza di 10 giorni di detenzione amministrativa impostagli in seguito all’arresto. AI  riporta che Kurbedinov ha promesso di continuare con il suo lavoro e che al momento non ci sono altre accuse a suo carico, pur rimanendo a rischio di rappresaglie e di minacce da parte delle autorità de facto crimee e delle autorità russe (fonte HRW e Amnesty International – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

25 gennaio: Amnesty International (AI) e Human Rights Watch (HRW) pubblicano una dichiarazione congiunta sul perdurare degli abusi in detenzione (e dell’impunità in relazione agli stessi) nel contesto del conflitto armato in Ucraina. AI e HRW denunciano diversi casi di detenzione prolungata, arbitraria e a volte segreta, nonché maltrattamenti sui detenuti, messi in atto sia dalle autorità ucraine che dai separatisti filorussi nel Donbas. Secondo gli ultimi sviluppi, di recente sarebbe intervenuta la liberazione di 18 persone detenute segretamente da parte delle autorità ucraine, tuttavia mancano cambiamenti significativi per quanto riguarda i detenuti nelle zone sotto il controllo dei separatisti (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

31 gennaio: Il Ministro degli Interni del Regno Unito pubblica una “Country Policy and Information Note” dal titolo “Ukraine: Minority groups” riguardo la situazione delle minoranze in Ucraina, con riferimento alle aree del Paese sotto il controllo governativo. Il report rileva che in Ucraina esistono differenze significative quanto al trattamento delle minoranze, a seconda del gruppo di riferimento. In particolare emerge che laddove ebrei, bielorussi e moldavi risultano ben integrati con la popolazione locale, forme particolarmente significative di discriminazione affliggono la minoranza Rom. Per quanto riguarda i tatari di Crimea, invece, il report sottolinea che le loro relazioni con la popolazione ucraina sono da considerarsi “molto positive” nelle aree sotto il controllo governativo, dove sono visti come patriottici per le proteste da loro rivolte contro l’invasione russa della Crimea. La popolazione musulmana in Ucraina rappresenta l’1% e la maggioranza è costituita dal gruppo etnico dei tatari di Crimea. Obiettivo di questo documento è quello di fornire dati precisi e aggiornati sul Paese di origine dei richiedenti di nazionalità ucraina al fine di supportare le autorità competenti del Regno Unito a decidere sull’attribuzione dell’asilo, della protezione umanitaria ovvero di altra forma di permesso (fonte UK Home Office – per l’informazione vedi qui).

 

6 febbraio: l’UNICEF denuncia che migliaia di bambini sono stati costretti ad abbandonare la scuola nell’est del Paese a causa dell’escalation del conflitto. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione sulla base di testimonianze di associazioni locali, almeno 5 scuole e due asili sono stati gravemente danneggiati dai pesanti bombardamenti nell’area e altre 11 scuole sono state costrette a chiudere. Più di 2.600 bambini provenienti da 13 scuole nelle aree sotto il controllo di Kiev e diverse centinaia nelle aree non sotto il controllo governativo hanno subito le conseguenze dei bombardamenti. Risulta che nella sola città di Avdiivka, fino a 1.400 bambini non possano andare a scuola e che anche nei villaggi dei dintorni le famiglie siano refrattarie a inviare i bambini nelle scuole rimaste aperte a causa dei pesanti combattimenti in corso e per paura della presenza di ordigni inesplosi lungo le strade (fonte UNICEF per l’informazione vedi qui).

 

11 febbraio: l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) pubblica un report in cui denuncia la situazione di impunità per i crimini sessuali commessi nel contesto del conflitto armato in Ucraina, con particolare riferimento alle regioni orientali ed anche alle parti sotto il controllo dei gruppi armati. Dal report emerge che il sistema giudiziario ucraino è carente di leggi, capacità ed esperienza professionale per investigare e perseguire in maniera efficace le accuse di violenza sessuale. La maggioranza delle vittime, sia uomini che donne, avrebbe subito violenza sessuale in caso di detenzione sia da parte del governo sia da parte dei gruppi armati. Tali forme di violenza includono casi di percosse e stupro utilizzati come metodi di tortura e maltrattamento per punire, umiliare o ottenere confessioni, o anche, nelle aree sotto il controllo dei separatisti, come strumento per costringere le vittime a cedere delle proprietà, quale condizione esplicita per il loro rilascio. Secondo OHCHR, inoltre, il deterioramento della situazione economica unito alla rottura dei legami all’interno della comunità a causa del conflitto armato, aumenta il rischio di violenza e traffico a fini sessuali. Manca infine un supporto adeguato da parte delle autorità e delle istituzioni, soprattutto nelle piccole città e nelle aree rurali e rimane alta la probabilità che i casi di violenza non vengano riportati, a causa di timori di persecuzione e di stigma o trauma sociale (fonte OHCHR per l’informazione vedi quiqui).

 

14 febbraio: le attiviste russe Seroe Fioletovoe e Victoria Miroshnichenko, arrestate dai servizi di sicurezza nell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) alla fine del mese scorso, dove si trovavano per organizzare una manifestazione in supporto della comunità LGBT, sono state rilasciate e si trovano attualmente in Russia. Secondo quanto riportato da HRW, Seroe Fioletovoe avrebbe denunciato di essere stata arrestata e detenuta insieme alla seconda attivista subito dopo il suo ingresso nel territorio della DNR e poi sottoposta a diverse forme di violenza fisica e psicologica, subendo percosse ed essendo obbligata a tenere un colloquio con uno psichiatra e a rispondere a domande in merito al proprio orientamento sessuale e alla propria identità di genere. L’attivista ha dichiarato che il loro rilascio è stato improvviso e non motivato (fonte HRW e RFE/RL per l’informazione vedi qui e qui).

 

16 febbraio: più di 12 gruppi per la difesa dei diritti umani hanno espresso indignazione (“outrage“) per il processo intentato contro il giornalista crimeo Mykola Symena. Questi era stato arrestato e poi rilasciato nell’aprile scorso con l’accusa di “separatismo” per quanto scritto in un articolo contro l’occupazione russa della penisola di crimea. L’udienza preliminare nei suoi confronti intanto viene posposta al 28 di febbraio. Uno degli avvocati di Symena è Emil Kurbedinov recentemente rilasciato dopo una detenzione amministrativa di 10 giorni impostagli dalle autorità de facto crimee (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty per l’informazione vedi qui e qui).

 

21 febbraio: le autorità russe in Crimea hanno condannato 10 attivisti tatari a cinque giorni di arresto amministrativo con l’accusa di partecipazione ad un raduno illegale. I 10 imputati sono stati arrestati mentre scattavano foto e facevano riprese di una ricerca condotta dalla polizia russa nella casa dell’attivista e avvocato crimeo tataro Marlen Mustafayev, anch’egli condannato a 11 giorni di detenzione amministrativa. Sono diversi i casi riportati di arresto, sparizione e uccisione ai danni di appartenenti all’etnia indigena tatara in Crimea, dagli inizi dell’annessione nel 2014; in altri casi organizzazioni di autogoverno tataro sono state dichiarate illegali (fonte Radio Free Europe/Radio Liberty per l’informazione vedi qui).

 

27 febbraio: l’Ucraina assume un nuovo importante passo verso la protezione e l’inclusione delle persone LGBT nel Paese. In particolare il Ministero della salute, nell’ambito di una più ampia riforma del sistema di assistenza sanitaria, ha presentato per una pubblica discussione il prototipo di un modulo per la scelta del medico di famiglia che include l’inserimento di una voce dedicata al terzo genere sessuale. Human Rights Watch (HRW) esprime la speranza che al termine della discussione, previsto per la fine di marzo, l’Ucraina adotterà questa semplice modifica in grado però di ottenere risultati di vasta portata nella direzione di garantire che l’identità di genere delle persone sia rispettata nel procedimento di accesso all’assistenza sanitaria (fonte HRW per l’informazione vedi qui).

 

17 marzo: Amnesty International (AI) pubblica una relazione che analizza il rapido aggravarsi della situazione dei diritti umani in Crimea, a tre anni dall’annessione alla Russia nel marzo 2014. AI afferma che l’assenza di un meccanismo di monitoraggio internazionale con accesso alla penisola incoraggia le autorità de facto a perseverare nella loro campagna contro ogni traccia di dissenso. Con riferimento alle limitazioni nei confronti della minoranza tatara, AI ricorda le persistenti persecuzioni messe in atto contro il “Mejlis”, organo di autogoverno tataro in Crimea, dichiarato estremista nell’aprile dello scorso anno e contro i membri del suo gruppo da allora perseguitati e spesso incriminati, con diversi casi di violazione dei principi del giusto processo. In altri casi, attivisti per i diritti umani in Crimea sono stati accusati di far parte o di essere legati al gruppo islamista Hizb ut-Tahrir, che in Russia è stato dichiarato gruppo terrorista. Il report riferisce molti altri episodi di minacce rivolte contro residenti della Crimea appartenenti alla minoranza tatara, percepiti come “infedeli” dalle autorità russe de facto fin dagli inizi dell’occupazione russa, anche attraverso incursioni arbitrarie all’interno di abitazioni private (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

28 marzo: avvocati e attivisti per i diritti umani denunciano che le autorità russe in Crimea stanno facendo ricorso in maniera crescente all’imprigionamento di attivisti tatari che si oppongono all’occupazione russa, all’interno di vecchie istituzioni di salute mentale, dove sono sottoposti a condizioni terribili anche di abuso psicologico. Secondo la testimonianza di Emil Kurbedinov, avvocato e difensore per i diritti umani, lui stesso sottoposto a detenzione amministrativa per 10 giorni lo scorso mese, all’interno di queste strutture psichiatriche alcuni pazienti vengono sottoposti ad isolamento o privati di necessità di base, oltre che del diritto di ricevere visite da parte dei familiari o di avere contatti con i propri avvocati. Tutte le persone arrestate sono accusate di coinvolgimento con l’organizzazione Hizb ut-Tahrir, considerata dalla Russia come un gruppo terroristico (fonte The Guardian – per l’informazione vedi qui).

 

30 marzo: l’organizzazione Article 19 insieme ad un gruppo di ONG, nel contesto della partecipazione al terzo ciclo della c.d. Revisione Periodica Universale (UPR), pubblica una relazione sul tema della libertà di espressione e d’informazione in Ucraina. Il report rileva un miglioramento generale nel rispetto di tali diritti, a seguito delle riforme implementate dal governo Poroshenko, sottolineando però alcuni punti critici che riguardano: i casi di attacchi diretti contro giornalisti, attivisti e lavoratori nel settore dei media; i problemi legati al pluralismo all’interno dei media, in particolare quanto a proprietà, concentrazione e servizio pubblico di informazione e le cause di diffamazione spesso intentate contro giornalisti allo scopo di limitare i reportage di critica; le restrizioni alla liberà di espressione disposte sulla base del criterio della sicurezza nazionale, che includono la previsione di restrizioni per legge, laddove risulti necessario e proporzionale a difendere un interesse di sicurezza nazionale e le disposizioni volte a condannare e proibire l’utilizzo di simboli legati ai regimi totalitari comunista e nazista, nonché l’emanazione di una Dottrina di Sicurezza dell’Informazione da applicarsi ai contenuti online, suscettibile secondo gli esperti di degenerare in un blocco extragiudiziale dei contenuti. La situazione è descritta come particolarmente critica in Crimea e nel Donbas, dove si registrano casi di severa e sistematica violazione del diritto alla libertà di espressione, ai danni soprattutto di membri della minoranza tatara, oltre che numerosi casi di maltrattamenti, tortura, minacce e detenzione nei confronti di giornalisti e blogger da parte delle autorità de facto crimee (fonte Article 19 – per l’informazione vedi qui).

 

11 aprile: il Ministero degli interni del Regno Unito (UK Home Office) pubblica un nuovo documento “Country policy and Information Note” intitolato “Ukraine: Prison Conditions”. Nel report si sottolinea che le condizioni di detenzione nelle prigioni ucraine sono tali da determinare il serio rischio di sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti. Nonostante alcuni miglioramenti ottenuti nel corso dell’ultimo anno per quello che concerne il sistema carcerario, ossia i cambiamenti apportati al codice penale e al codice di procedura penale che hanno determinato una significativa diminuzione della popolazione carceraria, nondimeno mancherebbero, secondo l’Home Office, cambiamenti significativi e duraturi per quello che riguarda le condizioni detentive, a causa di mancanza di spazio, scarsa qualità dei materiali, mancanza di significative attività fuori cella. Obiettivo di questo documento è quello di fornire dati precisi e aggiornati sul Paese di origine dei richiedenti di nazionalità ucraina al fine di supportare le autorità competenti del Regno Unito per decidere sull’attribuzione dell’asilo, della protezione umanitaria ovvero di altra forma di permesso (fonte UK Home Office – per l’informazione vedi qui).

 

Situazione umanitaria 

12 gennaio: Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica un articolo sulla situazione di molte persone affette da problemi mentali a causa del conflitto ucraino e sulle strategie messe in atto da MSF per assisterle. In un contesto in cui i bombardamenti continuano, nonostante il cessate il fuoco firmato a Minsk, le persone che vivono o vivevano lungo la linea del fronte sono perennemente sottoposte a stress e vivono in un stato costante di paura. I disturbi principali causati dalla situazione sono disordini d’ansia e depressione, che in molti casi portano ad un aumento nel consumo di alcool. I pazienti risiedono nella maggioranza dei casi lungo la linea del fronte e sono soprattutto donne anziane rimaste sole e persone ancora giovani senza lavoro e/o senza accesso ai servizi di base (fonte MSF – per l’informazione vedi qui).

 

3 febbraio: tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio si è verificato un deterioramento della situazione nell’Ucraina orientale a causa dell’intensificazione dei combattimenti lungo la linea del fronte, in particolare presso la cittadina di Avdiivka, con il rischio che la situazione peggiori ulteriormente. Secondo Al Jazeera, i morti in quest’ultima ondata di violenza sarebbero almeno 34. Le conseguenze sulla popolazione civile sono ingenti, in quanto diverse infrastrutture essenziali, incluse quelle per l’approvvigionamento di acqua ed elettricità, sarebbero state prese di mira. Nella città, anche diverse abitazioni ed una scuola sono state danneggiate. Ci sono state più di 10.000 esplosioni nel giro di 24 ore nella regione di Donetsk e sono avvenuti combattimenti nei pressi di Mariupol, Popasna e Svitlodarsk/Debaltseve, su entrambi i lati della linea del fronte. Si denuncia inoltre il ricorso all’artiglieria pesante, proibita dagli accordi di Minsk (fonte CICR, UN News Centre e Al Jazeera per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

17 febbraio: Human Rights Watch (HRW) pubblica un articolo sulla situazione dei valichi di frontiera lungo la linea del fronte tra le aree sotto il controllo di Kiev e le repubbliche autoproclamate di Donetsk e di Lugansk. Nell’articolo HRW denuncia che i civili che devono attraversare il confine sono esposti a gravi rischi che possono avere un impatto sulla loro salute e sulla loro sicurezza, per la mancanza di infrastrutture sanitarie di base, per le ore di attesa in presenza di forti sbalzi di temperatura e per i rischi legati all’esposizione alle mine, a sparatorie e a bombardamenti. Il personale militare su entrambi i lati risulta insufficiente e spesso corrotto e terrebbe comportamenti inopportuni ed arbitrari. Secondo statistiche ufficiali, fra il dicembre 2016 e il gennaio 2017, tra le 3.000 e le 7.000 persone avrebbero attraversato il confine quotidianamente (fonte HRW per l’informazione vedi qui).

 

2 marzo: il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) denuncia la situazione di crisi nell’approvvigionamento di acqua nella città di Avdiivka e nei villaggi dei dintorni, a causa dell’interruzione del funzionamento della stazione di filtrazione dell’acqua di Donetsk che rifornisce circa 40.000 persone nell’area. Secondo gli aggiornamenti, la situazione resta critica, specialmente se il funzionamento della stazione non sarà ripristinato in breve tempo, visto anche che le riserve utilizzate negli ultimi 3 giorni a beneficio di circa 12.000 persone, risultano terminate (fonte ICRC – per l’informazione vedi qui).

 

10 marzo: un esperto indipendente sui diritti umani delle Nazioni Unite mette in guardia dalla minaccia di disastro chimico che potrebbe verificarsi a causa del conflitto nell’est dell’Ucraina, nell’ipotesi in cui le grandi strutture chimiche e industriali che si trovano nelle aree in cui è in corso il conflitto, vengano bombardate. La maggioranza delle industrie pesanti in Ucraina è localizzata nell’est del Paese e la presenza di sostanze esplosive o tossiche è ingente. Secondo quanto affermato dall’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), in una simile ipotesi le conseguenze per coloro che vivono vicino a tali centri sarebbero gravi, anche per il potenziale impatto sulla salute dei residenti (fonte OHCHR e UN News Centre – per l’informazione vedi e qui e qui).

 

7 aprile: UNICEF denuncia che oltre 200.000 bambini nell’est dell’Ucraina si trovano in uno stato di urgente necessità di supporto psicologico a causa delle esperienze traumatiche subite nell’arco di più di 3 anni di conflitto. Si tratta in particolare dei bambini che vivono nelle aree di Donetsk e Lugansk nelle vicinanze della linea di controllo che separa le aree sotto il controllo governativo, “government controlled”, da quelle “non government controlled”, dove i combattimenti sono più intensi. Questi bambini, che vivono in una condizione di paura cronica e di incertezza dovuta agli sporadici bombardamenti, mostrerebbero diversi sintomi, tra cui grave ansietà, incubi e comportamenti aggressivi, a partire anche dai 3 anni e spesso non ricevono cure adeguate (fonte UNICEF – per l’informazione vedi qui).