NIGERIA

Gennaio-Settembre 2017

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Situazione politica e stato di sicurezza – Diritto e prassi – Diritti umani e libertà fondamentali – Situazione umanitaria

Situazione politica e stato di sicurezza

9 gennaio: due kamikaze, sospettati di essere membri del gruppo terroristico Boko Haram, si sono fatti saltare in aria a Maiduguri, nella zona di Muno Garage. Le uniche vittime dell’attacco sono i due attentatori, uno dei quali è riuscito ad esplodere senza causare alcuna vittima, mentre il secondo è stato ucciso dalla polizia prima che potesse azionare il dispositivo che indossava. Da ottobre 2016, la zona di Muna Garage è stata teatro di sette attacchi da parte di kamikaze di Boko Haram, che hanno provocato numerosi morti tra i residenti (fonte Premium Times Nigeria – per l’informazione vedi qui).

 

13 gennaio: tre donne kamikaze si sono fatte esplodere nella città di Madagali, nel nord est della Nigeria, in prossimità di un posto di blocco all’entrata di un mercato. L’esplosione ha ucciso le donne, 2 bambini, e due guardie che si stavano accingendo a perquisire le attentatrici. Un artificiere nigeriano ha rivelato che alcuni esplosivi indossati dai kamikaze sono stati detonati da remoto, circostanza volta ad indicare che coloro che li portavano potrebbero aver agito forzatamente e non per una libera scelta. In relazione ai sempre più frequenti episodi di donne che portano con sé bambini per non destare sospetti, le autorità sono state istruite a mantenere la massima allerta. (fonte Daily Mail e BBC news– per l’informazione vedi qui e qui).

 

16 gennaio: una bomba è esplosa alla moschea dell’Università di Maiduguri durante le preghiere mattutine. Nell’attacco sono morte almeno 4 persone e 15 sono rimaste ferite. Nonostante non ne sia stata data conferma e l’attacco non sia stato immediatamente rivendicato, è plausibile che a farsi detonare sia stata una ragazzina imbottita di esplosivo e che ciò sia opera del gruppo terroristico Boko Haram. In relazione alle dinamiche dell’incidente, la polizia di Borno ha reso noto che pochi istanti prima della predetta esplosione, alcuni poliziotti di guardia al campus universitario avevano sparato ad un’altra ragazzina di circa 12 anni, che stava tentando di entrare all’università, azionando così il dispositivo da questa indossato e provocando la morte istantanea della bambina (fonti NAIJ e Al Jazeera – per l’informazione vedi qui e qui).

 

20 gennaio: un raduno in supporto di Donald Trump, appena inaugurato presidente degli Stati Uniti, nel porto petrolifero di Port Harcourt, sud della Nigeria, è degenerato e sfociato in violenze e diverse persone sono rimaste ferite. Secondo quanto riferito dal gruppo Popoli Indigeni del Biafra (IPOB), che supporta l’indipendenza della regione sud orientale del Biafra, 11 persone sarebbero morte a causa degli scontri con le forze di sicurezza durante la manifestazione, mentre la polizia di Port Harcourt ha riferito alla BBC di aver utilizzato solamente gas lacrimogeno per placare i manifestanti. IPOB ha dichiarato di supportare Trump in quanto sostenitore dell’”autogoverno”, politica che il gruppo porta ormai avanti dal tempo della guerra civile del 1967-1970 iniziata dai separatisti del Biafra e che è stata ripresa dai pro-Biafra negli ultimi diciotto mesi (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

31 gennaio: un vigilante locale e un bambino kamikaze hanno perso la vita in un attacco suicida sventato da un uomo della sicurezza nei quartieri Dalori di Maiduguri, capitale dello stato di Borno –  nord est della Nigeria. È stato successivamente appurato che bersaglio dell’attacco sarebbe dovuta essere la moschea della zona, durante la preghiera mattutina. Al momento della pubblicazione della notizia, le autorità non avevano ancora rilasciato dichiarazioni in merito all’incidente, ma le squadre di emergenza quali la National Emergency Management Agency (NEMA) e la Borno State Emergency Management Agency (SEMA) sono state immediatamente inviate sul luogo (fonte Africanews – per l’informazione vedi qui).

 

16 febbraio: sette kamikaze, sei dei quali donne, si sono fatti esplodere nel tentativo di compiere un attacco nella città di Maiduguri, nord-est della Nigeria. L’attacco non avrebbe causato alcuna vittima oltre agli attentatori stessi, in quanto avvenuto dopo l’orario del coprifuoco, quando la maggior parte delle persone si trovava nelle case. I tentati attacchi si sono verificati dopo la partenza per Maiduguri di una delegazione di funzionari stranieri di alto rango, parte di un programma per garantire maggiori fondi alle persone rimaste senza casa a causa del conflitto. Al Jazeera sottolinea che, nonostante l’insistente notizia secondo cui Boko Haram sarebbe stato “tecnicamente sconfitto”, continuano  a verificarsi frequenti attacchi bomba suicidi contro i civili, così come contro la polizia ed i soldati (fonte Al Jazeera e The Guardian – per l’informazione vedi qui e qui).

 

23 febbraio: il centro di ricerca International Crisis Group (ICG) pubblica un report dal titolo “Watchmen of Lake Chad: Vigilante Groups Fighting Boko Haram”, volto ad analizzare il ruolo dei c.d. vigilantes, nati nel 2013 a Maiduguri, capitale del Stato nigeriano del Borno, per contrastare il gruppo terroristico Boko Haram. Il report afferma che in Camerun, Nigeria, Niger e Ciad i gruppi di vigilanti rivestono un ruolo importante nella lotta contro Boko Haram, agendo attraverso operazioni militari più grezze ma più efficaci, che hanno contribuito ad avvicinare le comunità locali ai rispettivi stati. D’altro lato, il report sottolinea che la loro presenza sul territorio solleva anche alcune preoccupazioni. In particolar modo in Nigeria, dove i vigilantes operano come forze da combattimento semi autonome, questi gruppi hanno finito per trasformare la rivolta antistatale in corso in una guerra civile ancora più sanguinosa, mettendo Boko Haram contro le comunità e provocando un drastico aumento delle violenze. Il ruolo dei vigilantes inoltre si è evoluto con l’evolversi del conflitto, coinvolgendo gli stessi nella politica, specialmente in Nigeria, nelle relazioni intercomunitarie, negli affari commerciali e nei territori governati da capi tribù (fonte ICG – per l’informazione vedi qui).

 

24 febbraio: l’agenzia di informazione online Jeune Afrique e le altre fonti consultate affermano che il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, durante una registrazione audio ottenuta da Agence France Press, avrebbe ammesso di aver ucciso un membro eminente del gruppo, conosciuto come Tasiu o Abu Zinnira, portavoce di Boko Haram in diversi video diffusi in rete dal gruppo stesso e sospettato di complottare nei suoi confronti per estrometterlo e sostituirlo con un altro comandante (fonte Jeune Afrique, Vanguard Nigeria e Nigeria Today – per l’informazione vedi qui , qui e qui).

 

23-26 febbraio: 2 archeologi tedeschi sono stati rapiti da uomini armati in un remoto sito di scavi, vicino al villaggio di Janjala, stato di Kaduna. I due uomini sono stati liberati, illesi, dalle forze di sicurezza nigeriane 5 giorni dopo. L’area del rapimento, lungo il percorso tra l’aeroporto di Kaduna e la capitale Abuja, è considerata una zona pericolosa in cui sono frequenti i rapimenti e dove le violenze tra i pastori nomadi Fulani e gli agricoltori si sono riaccese. Per il rilascio dei due stranieri era stato chiesto un riscatto di 60 milioni di Naira (circa 150.000 sterline). La polizia ha riferito che contestualmente al rapimento due abitanti del villaggio sono stati uccisi dai rapitori per essersi messi all’inseguimento degli stessi. I rapimenti volti ad ottenere un riscatto sono molto comuni in Nigeria e colpiscono sia residenti, tra cui anche bambini in età scolare, sia stranieri (fonti The Guardian e Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

24 marzo: l’organizzazione internazionale “Conciliation resources” pubblica una relazione concernente il conflitto tra pastori e contadini in Nigeria e l’accrescersi dell’incidenza della violenza che tale conflitto provoca all’interno delle comunità, in cui i precedenti legami di cooperazione sono andati distrutti. Il report si concentra sulle dinamiche del conflitto che coinvolgono il pastoralismo nomadico, sempre più in conflitto con la presenza crescente di agricoltori sedentari. Risulta infatti che, laddove in alcune parti del Paese queste due componenti essenziali della società rurale cooperano in maniera produttiva, la coesistenza è invece collassata in molte comunità. In diversi stati del Paese, infatti, gli scontri si sono intensificati, soprattutto nel centro e nel nord della Nigeria, e le violenze hanno raggiunto livelli senza precedenti. Le tensioni  inoltre si sono spostate anche nel sud del Paese. Le dinamiche del conflitto tra i due gruppi, in passato spesso risolte attraverso un dialogo a livello locale, hanno assunto invece toni politici sul piano nazionale a causa della politicizzazione delle divisioni etniche e religiose, in un contesto dove i pastori nomadi fulani risultano privi di una rappresentanza politica reale e gli agricoltori esercitano una pressione sempre maggiore a causa della diminuzione di terre fertili disponibili (fonte Conciliation resources – per l’informazione vedi qui).

 

16 marzo: numerosi ribelli del gruppo armato Boko Haram hanno attaccato il villaggio di Magumeri, situato nel nord della Nigeria a circa cinquanta chilometri da Maiduguri, costringendo i residenti a fuggire. Dopo aver saccheggiato la città, ritenuta in precedenza relativamente sicura, i ribelli hanno dato fuoco alle case e sono tornati ai propri nascondigli. La fonte consultata denota che episodi come questo dimostrerebbero che Boko Haram è sempre in grado di sferrare attacchi contro città importanti, nonostante le autorità assicurino che il gruppo è sul punto di essere sconfitto; d’altro lato, i ripetuti saccheggi testimonierebbero la debolezza dei militanti e la loro necessità di mettere in atto attacchi con il fine principale di approvvigionarsi di generi alimentari (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

 

22 marzo: cinque attentati suicidi coordinati hanno colpito un campo profughi alla periferia di Maiduguri, capitale dello Stato di Borno nel nord-est della Nigeria, causando secondo le prime stime 3 morti e 20 feriti. Gli attacchi sono avvenuti in uno stabilimento informale che dà rifugio a circa 200 rifugiati e nel vicino campo per sfollati di Muna, che ospita decine di migliaia di profughi ed è già stato bersaglio di numerosi attacchi terroristici. Le organizzazioni umanitarie denunciano un netto peggioramento delle condizioni di vita nel campo di Muna, tra cui una grave mancanza di approvvigionamento idrico. Le Nazioni Unite stimano che circa 800.000 persone in fuga dal conflitto che vede opporsi l’esercito nigeriano e i combattenti islamisti di Boko Haram, si siano rifugiate a Maiduguri (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

 

5 aprile: l’ambasciata americana in Nigeria ha emesso un nuovo travel warning, ossia un invito ai propri cittadini a non recarsi nelle zone del nord est della Nigeria, soprattutto negli stati di Adamawa, Bauchi, Borno, Gombe, Kano e Yobe, dove la situazione viene definita come instabile ed imprevedibile. Queste zone del Paese rimangono affette dalle azioni del gruppo estremista Boko Haram, dirette contro chiese, scuole, moschee e altri bersagli civili sensibili e sono fonte di un elevato numero di sfollati in fuga dal conflitto (fonte U.S. Embassy & Consulate in Nigeria –per l’informazione vedi qui).

 

28 aprile: almeno 5 soldati sono stati uccisi e 40 sono rimasti feriti a bordo di un convoglio militare, nello stato del Borno Nigeria nord orientale– in seguito ad un attacco suicida. L’attentatore sarebbe ritenuto vicino a Abu Musab al-Barnawi, leader di una fazione del gruppo terroristico Boko Haramcon base nella regione del Lago Ciad e legata all’ISIS. Il convoglio attaccato stava conducendo alcune operazioni tra gli Stati del Borno e dello Yobe, riportate dalle fonti consultate come “clearance operations”.Nonostante le dichiarazioni del Presidente nigeriano Muhammadu Buhari, secondo le quali Boko Haram sarebbe stato cacciato dalle sue roccaforti nella foresta di Sambisa, negli ultimi mesi si è assistito ad un’ondata di attacchi diretti contro convogli militari (fonte Daily Post Nigeria e Al Jazeera –per l’informazione vedi qui e qui).

 

16 maggio: due donne kamikaze si sono fatte esplodere uccidendo 2 persone e ferendone 6 durante un attacco ad un villaggio nello Stato di Borno, nord-est della Nigeria. Nessun gruppo ha rivendicato l’attentato, ma la fonte consultata riporta che il modus operandi è quello tipico del gruppo armato Boko Haram (fonte Reuters  – per l’informazione vedi qui).

 

30 maggio: Amnesty International (AI) esorta le forze di sicurezza nigeriane a garantire il mantenimento del controllo in occasione delle celebrazioni per i 50 anni dalla fine della guerra del Biafra, evitando il bagno di sangue che, nella stessa occasione, lo scorso anno, provocò la morte di più di 60 persone e il ferimento di altre 70. AI riporta che in vista della data di celebrazione ufficiale, quest’anno le forze di sicurezza hanno già iniziato ad attuare un giro di vite contro i gruppi pro Biafra, con l’arresto di 100 persone appartenenti al Movimento per lo Stato Sovrano del Biafra (MASSOB) e al Movimento Indipendente del Biafra (BIM) il 22 maggio, nel corso di diverse celebrazioni (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

7 giugno: sospetti combattenti del gruppo terroristico Boko Haram hanno lanciato un doppio attacco contro la comunità di Jiddari Polo, nei sobborghi della città di Maiduguri. I due attacchi hanno provocato la morte di almeno 17 persone e 34 feriti. Le autorità nigeriane dichiarano che la situazione è sotto controllo, mentre il gruppo armato Boko Haram non avrebbe rivendicato l’attentato (fonte Al Jazeera, Reuters e Amnesty International – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

19 giugno: 16 persone sono state uccise in una serie di attacchi suicidi coordinati miranti a colpire il campo sfollati di Dalori, nello stato di Borno nord-est della Nigeria. Il primo attacco, che ha causato 16 vittime, è stato portato a termine nel villaggio di Kofa; il secondo, che non ha provocato vittime ad eccezione delle due kamikaze, è avvenuto direttamente dentro il campo.  Dalori si trova ad una decina di chilometri da Maiduguri, capitale dello Stato di Borno e ospita migliaia di persone in fuga dal conflitto tra Boko Haram e l’esercito nigeriano (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

 

27 giugno: le autorità nel nord est della Nigeria hanno iniziato a costruire una trincea lungo 27 chilometri intorno all’università di Maiduguri, dove nel più recente degli atti terroristici subiti, tre attentatori suicidi si sono fatti esplodere provocando anche la morte di una guardia di sicurezza. L’obiettivo della trincea è quello di prevenire simili attacchi da parte del gruppo islamista Boko Haram, che negli ultimi mesi si sono fatti più frequenti (fonte  BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

28 giugno: Austin Okwor, investigatore di un gruppo anti-corruzione contro il sistema giudiziario è sopravvissuto alle multiple ferite da arma da fuoco riportate dopo un attacco nella città di Port Harcourt, sud del Paese. L’uomo avrebbe ricevuto messaggi minatori negli ultimi mesi (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

3 luglio: la BBC riporta che alcuni leader Igbo di spicco, hanno rifiutato la chiamata per la creazione di uno Stato indipendente del Biafra nel sud est del Paese, in quello che è visto come un tentativo di calmare le tensioni tra comunità rivali in Nigeria. Nel corso di un incontro nella città di Enugu (capitale dello Stato sud orientale di Enugu) i governatori dello stato, i legislatori e i leader religiosi e tradizionali hanno infatti affermato il loro supporto per una Nigeria unita, pur sottolineando la necessità di “ristrutturare” il Paese per raggiungere una società giusta ed equa (“a just and equitable society”) (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

11 luglio: 19 persone sono state uccise in quattro attacchi suicidi portati a termine da donne kamikaze durante una cerimonia funebre nel quartiere di Molai Kalemari, a Maiduguri. La maggior parte delle vittime sono membri delle milizie civili che hanno posti di controllo nella capitale e affiancano l’esercito nigeriano contro gli insorti (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

 

19 luglio: il dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblica lo studio annuale sul terrorismo (Country Report on Terrorism 2016 – Nigeria). Il rapporto rileva che i gruppi terroristici Boko Haram e ISIS-Africa Occidentale (nome con cui il leader di BH aveva ribattezzato il gruppo promettendo fedeltà all’ISIS nel 2015) continuano a compiere omicidi di massa, bombardamenti ed attacchi contro obiettivi civili e militari nel nord del Paese, causando migliaia di morti, feriti e distruzione di proprietà. Gli stati più colpiti sono quelli di Adamawa e Borno, nel  nord-est del Paese. Il Governo ha aumentato gli sforzi per combattere Boko Haram, continuando altresì la collaborazione con gli Stati confinanti nella Multi-National Joint Task Force (MNJTF). D’altro lato, nonostante gli sforzi, l’esercito nigeriano non è stato in grado di proteggere e ricostruire le strutture civili e le istituzioni nei luoghi sottratti al controllo dei terroristi (fonte USDOS – per l’informazione vedi qui).

 

24 luglio: almeno 8 persone sono morte e 15 risultano ferite a seguito ad attacchi suicidi avvenuti in due diversi campi sfollati di Maiduguri, la principale città nel nord-est della Nigeria e luogo d’origine del gruppo terroristico Boko Haram. In occasione di questo ennesimo grave attacco suicida, il principale che abbia colpito un campo sfollati a Maiduguri, il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, ha reiterato il supporto delle Nazioni Unite alla Nigeria nella lotta al terrorismo (fonte Al-Jazeera, UN News Service e Dailymail – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

25 luglio: sono oltre 50 i morti provocati da un attacco del gruppo armato Boko Haram contro un giacimento di petrolio nel nord-est della Nigeria. Il bilancio non è definitivo e le circostanze dell’imboscata appaiono ancora poco chiare. Secondo la fonte consultata bersaglio dell’attacco sarebbero state alcune guardie ed una squadra della Compagnia Nazionale Petrolifera Nigeriana (NNPC) di ritorno da una missione di ricognizione (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

 

6 agosto: almeno 11 persone sono state uccise e 18 ferite durante un attacco armato in una chiesa ad Ozubulu, vicino alla città di Onitsha – sud della Nigeria. Secondo la polizia, la sparatoria è scaturita a causa di una faida locale, mentre altre fonti indicano che la violenza potrebbe essere connessa ad un traffico di droga. Attacchi contro le chiese sono rari nel sud della Nigeria, dove la maggior parte della popolazione è di fede cristiana, mentre dal 2009 sono frequenti al nord, dove i centri religiosi sono spesso bersaglio degli attacchi dei jihadisti di Boko Haram (fonte Daily Mail e BBC news – per l’informazione vedi qui e qui).

 

15 agosto: tre esplosioni vicino a Maiduguri capitale dello Stato di Borno una nei pressi di un mercato e altre due alle porte di un vicino campo profughi, hanno provocato la morte di 27 persone e il ferimento di 83. La città di Maiduguri è l’epicentro del conflitto a lungo termine tra le forze governative e il gruppo islamista Boko Haram ed ha visto un aumento del livello delle violenze negli ultimi mesi (fonte Reuters e BBC news – per l’informazione vedi qui e qui).

 

5 settembre: Amnesty International (AI) denuncia il fatto che la forte ripresa degli attacchi suicidi del gruppo islamista Boko Haram nella regione del Lago Ciad e, per quello che riguarda la Nigeria, soprattutto negli stati di Borno e Adamawa, ha causato almeno 381 morti tra i civili da aprile 2017, di cui 223 solo in Nigeria, il doppio rispetto ai cinque mesi precedenti. Il rapporto di AI mostra che spesso per i propri attacchi kamikaze Boko Haram si serve di donne e bambine e sottolinea che il recente innalzamento del livello di instabilità nel Paese ha reso estremamente difficile l’arrivo degli aiuti umanitari in alcune zone inaccessibili nel nord-est della Nigeria (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

7 settembre: il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (United Nations Development Programme – UNDP) ha condotto uno studio intervistando circa 495 persone reclutate da organizzazioni estremiste quali Al-Shabaab e Boko Haram, con lo scopo di individuare le cause che hanno portato alla loro radicalizzazione. Sulla base delle informazioni raccolte in merito a situazione familiare incluse informazioni riguardo l’infanzia e l’educazione ricevuta, ideologie religiose, fattori economici, status e cittadinanza lo studio ha determinato che la maggioranza dei soggetti reclutati proviene da zone di confine o periferiche, che da generazioni soffrono di marginalizzazione. Molti intervistati hanno sostenuto che povertà e disoccupazione sono tra i fattori che li hanno portati ad unirsi ad un gruppo terroristico. La mancanza di fiducia nei confronti del Governo e dei politici ha giocato un ruolo altrettanto fondamentale. Il reclutamento in Africa avviene principalmente a livello locale più che online. I dati raccolti, inoltre, rilevano che coloro che si uniscono a gruppi estremisti tendono ad avare livelli più bassi in termini di educazione religiosa o formale, e una minore comprensione del significato dei testi religiosi (fonte UNDP e BBC – per l’informazione vedi qui e qui).

 

12 settembre: L’African Centre for the Constructive Resolution of Disputes (ACCORD) ha pubblicato un report intitolato “Towards ending conflict and insecurity in the Niger Delta region – A collective non-violent approach”. Lo studio valuta gli sforzi compiuti dal Governo Federale della Nigeria per affrontare i conflitti nella regione del Delta del Niger dagli anni ’60 ad oggi. Le conclusioni del report indicano che l’approccio del Governo nel risolvere i conflitti non ha avuto successo, in quanto non ha adeguatamente affrontato i problemi che hanno causato il conflitto stesso, ed a causa dell’uso eccessivo della forza militare. L’articolo raccomanda quindi una gestione diversa del conflitto, usando un approccio non violento, introducendo un gruppo di negoziatori, internazionali e locali, un mediatore internazionale e con il coinvolgimento di tutte le parti (fonte ACCORD – per l’informazione vedi qui).

 

19 settembre: International Crisis Group (ICG) pubblica un report intitolato“Herders against Farmers: Nigeria’s Expanding Deadly Conflict”. Lo studio tratta l’escalation delle violenze legate ai conflitti tra i pastori nomadi della Nigeria settentrionale e le comunità agrarie sedentarie situate nelle zone centrali e meridionali del Paese, che negli ultimi anni sono aumentate, diffondendosi anche verso sud e minacciando la sicurezza e la stabilità del Paese. Infatti, secondo l’analisi di ICG, con un numero di morti stimato in circa 2.500 persone nel 2016, questi scontri stanno diventando per la Nigeria potenzialmente pericolosi tanto quanto l’insurrezione di Boko Haram nel nord-est. ICG riporta che, fino ad ora, la risposta alla crisi, da parte delle autorità federali e statali, è stata carente; la diffusione del conflitto negli stati del sud sta aggravando i già fragili rapporti tra i principali gruppi regionali, etnici e religiosi del Paese, come ad esempio nelle comunità meridionali a maggioranza cristiana che risentono dell’influenza dei pastori prevalentemente musulmani, ritratti in alcune narrazioni come “forze di islamizzazione” (“Islamisation force). Il report sottolinea inoltre che gli allevatori sono per lo più di etnia Fulani un’etnia presente in molti Paesi dell’Africa occidentale e centrale fattore questo che aggiunge al conflitto anche un connotato etnico e crea il rischio di ripercussioni regionali, con il reclutamento di combattenti provenienti dai paesi limitrofi (fonte International Crisis Group – per l’informazione vedi qui).

 

24 settembre: tre poliziotti sono stati uccisi da uomini armati che hanno attaccato uno zoo nello Stato di Edo e rapito il direttore. Non vi sono alcune notizie circa l’identità, le motivazioni o le eventuali richieste degli assalitori (fonte BBC – per l’informazione vedi qui).

Diritto e prassi

10-12 gennaio: alla Corte Suprema Federale di Abuja è iniziato il processo contro Nnamdi Kanu, leader dei Popoli Indigeni del Biafra (IPOB) e contro Chidiebere Onwudiwe, Benjamin Madubugwu e David Nwawuisi. Agli uomini sono contestati undici capi d’accusa, tra cui il fatto di appartenere ad un gruppo illegale e di lavorare per una stazione radio senza licenze. Giornalisti e pubblico non sono riusciti ad assistere al processo, che ha preso una piega troppo mediatica secondo il giudice Binta Nyako. In particolare, il processo è stato fortemente criticato per sembrare un “processo segreto”, contrario al principio del giusto processo, soprattutto dopo la decisione di dicembre 2016 in cui è stato consentito che i testimoni dell’accusa potessero essere protetti da schermi e potessero usare entrate separate per accedere alla corte. Durante un’udienza successiva, dopo aver ascoltato dichiarazioni da parte di accusa e difesa, il giudice ha rinviato il processo al 10 febbraio (fonti Guardian Nigeria, International Business Times e NAIJ – per l’informazione vedi qui, qui e qui).

 

2 febbraio: Amnesty International (AI) esorta le autorità governative di tutti gli stati nigeriani ad applicare la sentenza con cui l’Alta Corte di Abuja ha dichiarato illegale la demolizione pianificata dell’insediamento di Mpape nella capitale nigeriana, attribuendo alle autorità un obbligo di astenersi dal compiere espulsioni forzate e di operarsi per la realizzazione del diritto dei residenti ad un’adeguata abitazione ed alla sicurezza della proprietà. La vicenda ha avuto origine nel 2012, quando i residenti di Mpape hanno ricevuto l’ordine di abbandonare le proprie abitazioni, prima che fosse stata effettuata un’adeguata consultazione o offerta loro una sistemazione alternativa o una compensazione, al contrario di quanto previsto dal diritto internazionale (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

28 febbraio: il Ministero degli Interni del Regno Unito pubblica un nuovo “Country Policy and Information Note” sulla Nigeria intitolato “Nigeria: Female Genital Mutilation (FGM)”. Il report sottolinea che la pratica della mutilazione genitale femminile in Nigeria è contro la legge in base alle previsioni del “Violence against Persons (Prohibition) Act 2015”. La pratica appare in declino di generazione in generazione e interessa meno di metà delle donne nigeriane (secondo le statistiche dell’UNICEF per il 2013 all’incirca il 27%). Nondimeno le FGM continuano ad essere praticate, generalmente tra gli 0 e 15 anni e con una prevalenza variabile a seconda di fattori quali la regione di appartenenza, la religione, l’etnia e lo stato di istruzione. Nonostante le mutilazioni genitali femminili non siano considerate legali in Nigeria, il report rileva tuttavia che la legge non viene applicata in modo costante, soprattutto nelle zone rurali, considerando anche la riluttanza della popolazione a riportare i casi di FGM. Obiettivo di questo documento è quello di fornire dati precisi e aggiornati sul Paese di origine dei richiedenti di nazionalità nigeriana al fine di supportare le autorità competenti del Regno Unito per decidere sull’attribuzione dell’asilo, della protezione umanitaria ovvero di altra forma di permesso (fonte UK Home Office – per l’informazione vedi qui).

 

7 marzo: Amnesty International (AI) chiama il parlamento nigeriano ad approvare in maniera

rapida il progetto di legge sull’uguaglianza di genere e sulle pari opportunità (GEO Bill), sottolineando che nonostante siano passati trent’anni dalla ratifica da parte della Nigeria della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), le donne nigeriane continuano ad essere vittime di numerose forme di discriminazione, sia per legge che nella pratica. La promulgazione di questa legge rappresenterebbe un passo importante per il completamento di un processo di incorporamento a livello nazionale dei trattati per la protezione delle donne di cui la Nigeria è firmataria. Obiettivo del nuovo progetto di legge è di assicurare maggiori libertà e diritti alle donne sul piano di educazione, sanità, proprietà terriera, ambiti che sono attualmente oggetto di discriminazione di genere ai sensi della legge e/o del diritto consuetudinario nigeriani (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

29 aprile: Nnamdi Kanu, leader del movimento indipendentista dei Popoli Indigeni del Biafra (IPOB), in carcere dall’ottobre del 2015, è stato rilasciato su cauzione, dopo diverse decisioni giudiziarie a suo favore sempre respinte dal governo. Kanu è accusato di tradimento insieme ad altri 3 membri dell’IPOB e le condizioni del suo rilascio includono un deposito di 300 milioni di naira (quasi un milione di dollari) ed il divieto di partecipare a qualsiasi manifestazione o riunirsi in gruppi di oltre 10 persone. L’arresto e la lunga detenzione del leader indipendentista hanno causato la rabbia degli Igbo, il terzo gruppo etnico maggiore in Nigeria e molte manifestazioni indette per reclamare la sua liberazione si sono trasformate in un bagno di sangue (fonti Jeune Afrique e BBC news –per l’informazione vedi qui e qui).

 

5 maggio: due ufficiali nigeriani sono stati incarcerati sulla base di accuse provenienti dall’Agenzia anticorruzione della Nigeria (EFCC) per la vendita di cibo donato dalla ONG Danish Refugee Council, destinato agli sfollati in fuga dal conflitto e a sanare le carenze di cibo che affliggono il nord est del Paese. I due ufficiali sono stati condannati a 2 anni di prigione e al pagamento di una multa di 1 milione di naira ciascuno (circa 3.200 dollari) (fonte BBC news –per l’informazione vedi qui).

 

10 giugno: la polizia nigeriana ha arrestato nella città di Lagos, Chukwudubem Onwuamadike conosciuto come Evans, considerato il rapinatore più ricco della Nigeria e soprannominato “il re dei rapimenti”. L’uomo è ritenuto responsabile dei sequestri con richiesta di riscatto per milioni di dollari di diverse personalità, tra cui capi tradizionali e ricchi uomini d’affari. Evans era ricercato dal 2013 (fonte BBC e Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

 

1 luglio: almeno 9 membri appartenenti al gruppo jihadista Boko Haram e 100 complici sono stati scoperti tra un gruppo di 920 rifugiati di ritorno in Nigeria dal Camerun, nella città di confine di Banki. I miliziani sono stati arrestati durante i controlli da parte del personale di sicurezza (fonte Jeune Afrique e News 24 – per l’informazione vedi qui e qui).

 

13 luglio: il Comitato di esperti indipendenti delle Nazioni Unite sull’Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne (CEDAW), revisionerà questa settimana la documentazione concernente la situazione di donne e ragazze in Nigeria che era stata pubblicata nel novembre dello scorso anno. A fronte della campagna di attacchi deliberati contro ragazze, insegnanti e scuole condotta per anni dal gruppo islamista Boko Haram, Human Rights Watch (HRW) afferma che tale momento sarà l’occasione per sostenere gli sforzi del Paese per proteggere le bambine in età scolare da rapimenti ed attacchi, ma anche per sollecitare una maggiore azione. Secondo HRW, sarà necessario, in particolare, che il CEDAW ottenga risposte dal governo nigeriano quanto alle accuse di aver utilizzato le scuole per fini militari e che accerti l’esistenza, reclamata dallo stesso governo, di un codice operativo volto a prevenire un simile utilizzo (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

 

5 agosto: il governo federale nigeriano ha istituito una commissione giudiziaria con il compito di indagare le presunte violazioni dei diritti umani da parte delle forze armate nigeriane, soprattutto nei casi di conflitto locale e in relazione alle insurrezioni del gruppo armato Boko Haram. La Commissione, composta di sette membri, dovrà presentare la propria relazione entro novanta giorni dall’inizio dei lavori. Prima dell’istituzione della Commissione, le indagini erano state portate avanti all’interno dell’esercito. Amnesty International (AI) ha rilasciato un comunicato plaudendo alla decisione del Presidente Osinbajo di istituire tale commissione, ma sottolineando la necessità di garantire che la commissione sia indipendente, imparziale, trasparente nel suo operato e libera da qualsiasi conflitto di interessi. In aggiunta, AI ha esortato il Governo ad assicurare che le vittime delle violazioni dei diritti umani siano autorizzate a presentare prove alla commissione senza temere

ritorsioni (fonte Naij.com, This Day Live e Amnesty International – per l’informazione vedi qui, qui

e qui).

 

11 agosto: le forze di sicurezza nigeriane hanno fatto irruzione in un campo profughi dell’ONU nella città nordorientale di Maiduguri, conducendo una ricerca di persone non autorizzata. Il campo fornisce assistenza a coloro che sono stati colpiti dalle violenze di Boko Haram. Non sono chiare le ragioni che hanno determinato il raid, anche se, secondo alcune indiscrezioni Abubakar Shekau, leader di Boko Haram si sarebbe nascosto nel campo sotto il nome di Red Roof, che è anche il nome del campo stesso (fonte BBC news e Nazioni Unite – per l’informazione vedi qui e qui).

 

11 settembre: Amnesty International (AI) ha accolto favorevolmente la creazione il mese scorso di un gruppo investigativo nominato dal Presidente (c.d. Presidential Panel), che si occuperà di esaminare il rispetto da parte delle forze armate nigeriane degli obblighi in materia di diritti umani. AI evidenzia che la decisione di pubblicare i “Terms of Reference” (ToR) del Panel presidenziale costituisce il primo passo verso la trasparenza del suo mandato, dei metodi di lavoro e dell’ambito delle indagini. Tuttavia, secondo AI, rimangono alcuni punti da chiarire: i ToR mancano di chiarezza nell’indicazione delle misure da mettere in atto in presenza di violazioni, inoltre non specificano l’ambito geografico e temporale di giurisdizione del panel (fonte Amnesty International– per l’informazione vedi qui).

 

Diritti umani e libertà fondamentali

5 gennaio: l’esercito nigeriano ha comunicato di aver ritrovato viva una delle ragazze rapite a Chibok, assieme al proprio figlio di sei mesi. Delle 276 ragazze rapite nell’aprile 2014, circa 200 risultano ancora nelle mani dei terroristi di Boko Haram (fonti BBC news e Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui e qui).

 

8 gennaio: a mille giorni dal rapimento di Chibok, Amnesty International (AI) esorta il governo nigeriano a raddoppiare i propri sforzi per assicurare il rilascio delle ragazze mancanti all’appello e di tutte le altre persone vittime di rapimenti per mano di Boko Haram, rivolgendosi allo stesso gruppo terroristico per chiederne il rilascio. Sottolineando che i rapimenti ed altri attacchi a civili costituiscono spesso veri e propri crimini di guerra, AI dichiara inoltre che, nonostante il governo nigeriano stia compiendo sforzi considerevoli per recuperare 195 delle ragazze rapite a Chibok, vittime di rapimenti di massa meno pubblicizzati rischiano di non beneficiare degli stessi sforzi (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

16-24 gennaio: Amnesty International (AI) reitera la richiesta di liberazione del leader del Movimento Islamico della Nigeria (IMN) Ibrahim El-Zakzaky e di sua moglie, detenuti da più di un anno senza che contro di essi siano state mosse accuse formali, ed in violazione di un ordine di rilascio emesso dalla Corte Suprema federale di Abuja. Le autorità hanno dichiarato che l’uomo sarebbe tenuto in “custodia preventiva”. All’appello di AI si è unita anche la Delegazione dell’Unione Europea in Nigeria, che ha sottolineato come l’universalità dei diritti umani fondamentali comprenda anche il diritto ad un giusto processo ed il divieto di detenzioni arbitrarie (fonti Amnesty International e EEAS – per l’informazione vedi qui e qui).

 

12 gennaio: Human Rights Watch (HRW) pubblica il report annuale mondiale (World Report 2017) sulla situazione dei diritti umani. Per quanto riguarda la Nigeria, in breve si riporta che molti dei seri problemi concernenti i diritti umani che il neoeletto Presidente Muhammadu Buhari aveva promesso di affrontare, rimangono tuttora irrisolti. Inoltre, nonostante siano stati fatti alcuni progressi nella lotta contro Boko Haram, che ha dovuto cedere la maggior parte dei territori controllati nel nord-est, il gruppo terroristico continua a commettere gravi crimini contro i civili, inclusi rapimenti e reclutamenti forzati. A tale situazione di instabilità, deve necessariamente essere aggiunta la profonda crisi umanitaria che il Paese sta attraversando e l’inadeguata risposta ad essa. Alla maggior parte dei 2.5 milioni di sfollati interni non sono garantititi diritti umani basilari, quali il diritto al cibo, ad una casa, all’educazione, alla salute, alla protezione dalle violenze, così come libertà fondamentali quale la libertà di movimento. In particolare, viene rilevato come donne e ragazze sfollate siano di sovente vittime di abusi sessuali, perpetrati da altri sfollati interni, o da membri di gruppi di vigilanti, da poliziotti e soldati. Si riporta, inoltre, un’escalation nelle manifestazioni di violenza contro la comunità sciita, dopo la messa al bando nei confronti dell’IMN (Movimento Islamico Sciita della Nigeria) risalente ad ottobre 2016. Altre forme di violenza, come quelle tra gli allevatori sedentari e i pastori nomadi si sono diffuse anche nel sud del Paese nel corso del 2016. Sempre nelle aree meridionali della Nigeria, le reazioni del governo contro il movimento separatista per il Biafra e le attività dei militanti nella regione del delta del Niger, hanno provocato molte morti e distrutto intere comunità (fonte HRW – per l’informazione vedi qui).

 

9 febbraio: 2 soldati nigeriani sono stati arrestati e accusati di aggressione per aver attaccato una persona disabile a Onitsha, stato di Anambra, sud della Nigeria. Secondo l’esercito, a motivare l’aggressione è stato il fatto che l’uomo portasse una maglietta mimetica. Indossare vestiti mimetici è una questione sensibile nel Paese, prevista anche come reato dall’articolo 110 del codice penale, dal momento che in Nigeria militanti e criminali usano spesso abbigliamento mimetico per condurre attacchi o per camuffarsi da soldati con finalità criminose. Molti Nigeriani lamentano che solo raramente i soldati vengono puniti per i loro eccessi (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

14 marzo: il gruppo terroristico Boko Haram diffonde un video su internet in cui mostra la brutale esecuzione di 3 prigionieri nel nord della Nigeria, utilizzando un modello di propaganda tipico dell’ISIS, cui il leader del gruppo Abubakar Shekau prestò fedeltà nel 2015. Il video mostra i dettagli dell’interrogazione e della decapitazione delle vittime, accusate di essere spie militari per conto della Nigeria (fonte Jeunafrique e Reuters – per l’informazione vedi qui e qui).

 

17 marzo: un insediamento informale che ospita migliaia di persone nella capitale commerciale nigeriana, Lagos, è stato raso al suolo contravvenendo all’ordine di una Corte emesso in gennaio. Secondo alcune testimonianze, pallottole e lacrimogeni sono stati lanciati contro i residenti, ai quali non era stato dato alcun preavviso. Amnesty International ricorda che un simile episodio di sfratto forzato ai danni di circa 30.000 residenti della comunità di Otodo Gbame era già avvenuto il 9 e 10 novembre 2016, episodio a seguito del quale i residenti avevano ricostruito le loro strutture continuando per questo a ricevere minacce da parte di attori privati e agenti della sicurezza (fonte BBC news e Amnesty International – per l’informazione vedi qui e qui).

 

26 marzo: Amnesty International (AI) denuncia che oltre 4.000 residenti della comunità di Otodogbame nel Lagos sono stati sfrattati con la forza dalle loro abitazioni, senza preavviso. Alcune persone sono rimaste ferite negli scontri con la polizia. Si tratta della terza volta che le autorità dello stato del Lagos procedono a questi sgomberi forzati, dopo quanto avvenuto nel novembre dello scorso anno e in precedenza questo stesso mese. AI afferma che fin dal 2000 oltre 2 milioni di persone sono state sfrattate con la forza dalle loro abitazioni all’interno di insediamenti informali e nelle comunità costiere del Lagos (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

7 marzo: l’organizzazione Fund for Peace pubblica un report intitolato “Impacts of Violence on Women and Girls in Kaduna: Examining Patterns and Trends in Violence Affecting Women and Girls”. Il report analizza la situazione di violenza e insicurezza presente nello stato di Kaduna, nella Nigeria centro settentrionale, dove si incrociano diversi tipi di conflitto, in relazione alla condizione della donna. La dimensione conflittuale in questa regione particolarmente popolosa e diversificata del Paese comprende: conflitti interni alle comunità, tensioni basate sulla polarizzazione dei gruppi settari, scontri tra mandriani e agricoltori verificatisi nella parte centrale e meridionale dello stato nell’arco degli ultimi sei mesi. Donne, ragazze e bambini diventano spesso i bersagli, sia diretti sia indiretti, di queste violenze all’interno delle comunità. Il report rileva che le donne devono sopportare il peso maggiore della pressione economica, trovandosi a subire il ricollocamento forzato in altre zone del Paese, la distruzione delle proprietà o la perdita di capacità di mantenere la famiglia, a causa delle violenze. Altri aspetti centrali del tema della violenza contro le donne nello stato di Kaduna riguardano gli abusi sessuali da parte di persone in posizione di potere e di autorità, frequentemente non riportati e non presi in carico dalla giustizia; gli incidenti che avvengono all’interno o nei pressi di edifici scolastici, con abusi sessuali ai danni di donne e ragazze da parte di insegnanti e amministratori o lungo il tragitto per raggiungere la scuola: tutti fattori che contribuiscono a mettere le donne in una condizione di svantaggio sul piano educativo (fonte Fund for Peace – per l’informazione vedi qui).

 

18 marzo: ad una conferenza stampa tenutasi a Dubai, una giovane donna della città di Chibok sfuggita alla prigionia di Boko Haram, si appella alla comunità internazionale, quasi 3 anni dopo il rapimento che avvenne nell’aprile del 2014 in una scuola della Nigeria orientale, affinché si impegni per la liberazione delle 195 donne (una maggioranza a fronte del rapimento di oltre 270 ragazze) che sono ancora detenute dai militanti (fonte BBC news e ISPI – per l’informazione vedi qui e qui).

 

13 aprile: in occasione del terzo anniversario dal rapimento delle 276 studentesse di Chibok, Amnesty International (AI) esperti delle Nazioni Unite sui diritti umani si appellano alle autorità nigeriane perché vengano intensificati gli sforzi volti alla liberazione delle 195 ragazze ancora disperse e di tutte le altre donne rapite nel nord est del Paese dai militanti del gruppo Boko Haram. I rapimenti intanto continuano ai danni di donne, ragazze e giovani uomini, che vengono spesso soggetti a terribili abusi, inclusi stupri, percosse e missioni suicide. AI sottolinea che spesso tali rapimenti non vengono denunciati né segnalati dai media (fonte Amnesty International e UNOG –per l’informazione vedi qui e qui).

 

20 aprile: 53 uomini nigeriani sono stati accusati nello stato settentrionale di Kaduna, per aver cospirato ai fini della celebrazione di un matrimonio omosessuale. Gli arrestati hanno negato ogni imputazione e i loro avvocati sostengono l’illegalità della detenzione. La corte di giustizia di Zaria ha deciso di sospendere il processo fino agli inizi di maggio, rilasciando tutti gli imputati su cauzione. Le accuse comprendono cospirazione, riunione illegale e appartenenza ad un gruppo illegale. A partire dal 2014, sotto il governo dell’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan, è in vigore una legge che proibisce il matrimonio omosessuale oltre che la coabitazione tra persone dello stesso sesso; gli atti omosessuali sono punibili con pene fino a 14 anni di carcere (fonte Jeune Afrique e BBC News –per l’informazione vedi qui e qui).

 

21 aprile: Amnesty International (AI) esorta le autorità nigeriane a fermare i piani di esecuzione delle condanne a morte per i prigionieri detenuti nella prigione Kirikiri nello stato di Lagos. Secondo le dichiarazioni del ricercatore AI per la Nigeria, sussiste il rischio che molti detenuti nel braccio della morte non ricevano un giusto processo; inoltre, la polizia nigeriana risulta a corto di organico, manca di risorse ed è propensa a fare affidamento a confessioni estorte piuttosto che a vere e proprie indagini. In alcuni casi, le condanne a morte sono pronunciate sulla base di dichiarazioni firmate dagli imputati dopo aver subito atti di tortura. Nel 2016 in Nigeria sono state pronunciate 527 condanne a morte, tre volte di più di quelle emesse nel 2015, la maggioranza delle quali nello stato del Lagos, seguito dallo stato del Rivers (fonte Amnesty International –per l’informazione vedi qui).

 

26 aprile: la Commissione americana sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF) pubblica il report annuale relativo allo stato della libertà religiosa in Nigeria. Nel report si evidenzia che le condizioni di libertà religiosa nel Paese restano bassee che rimangono taluni punti critici salienti: il governo nigeriano, sia a livello federale che statale, ha continuato a reprimere il Movimento Islamico Sciita della Nigeria (IMN), detenendo senza alcuna accusa formale il leader del movimento, Sheikh Ibrahim Zakzaky, imponendo divieti sulle attività condotte dal gruppo ed evitando di riconoscere le responsabilità dell’esercito nigeriano per gli abusi commessi in passato contro l’IMN; sono aumentate le violenze settarie tra i pastori in prevalenza musulmani e i contadini prevalentemente cristianied il governo federale ha fallito nell’implementare strategie volte alla prevenzione di tali scontri; continuano inoltre abusi sulla libertà religiosa a livello statale e da parte del gruppo armato Boko Haram, che non è stato sufficientemente contrastato da parte del governo nigeriano. Per il 2017, secondo la classificazione di USCIRF, la Nigeria resta un Paese CPC (“country of particular concern”) sotto il profilo della libertà religiosa (fonte USCIRF –per l’informazione vedi qui).

 

7 maggio: 82 delle circa 200 ragazze ancora nelle mani di Boko Haram, dopo il rapimento avvenuto nella scuola di Chibok nel 2014, sono state rilasciate a seguito di alcune negoziazioni, ma anche, secondo talune fonti, grazie alle recenti operazioni militari attuate nell’area. Dopo l’ultimo rilascio, a tre anni dal rapimento, sono ancora più di cento le ragazze che rimangono sotto il controllo del gruppo armato Boko Haram (fonti BBC news, UNICEF, Al-Jazeera e OHCHR –per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

 

20 maggio: le fonti locali consultate riportano che alcuni ufficiali del Nasarawa State Urban Development Board (NUDB) hanno demolito la radio privata Breeze FM 99.9 nella città di Lafia, Nigeria centrale. Il proprietario della stazione radio ha riferito che il motivo della distruzione, attuata con lo scopo di imbavagliare la stampa, sarebbe puramente politico. Diversamente, l’assistente speciale per i media e la pubblicità del Governatore dello Stato di Nasarawa, tuttavia, ha riferito che la radio sarebbe stata demolita per aver violato le leggi in materia edilizia e che non si tratta dell’unica struttura demolita per tale ragione (fonte Daily Trust e Vanguard –per l’informazione vedi qui e qui).

 

31 maggio: Reporters without borders (RSF) denuncia che dall’inizio del 2016 in Nigeria si sono verificati più di 70 casi di violenza contro giornalisti e organi di stampa, l’ultimo dei quali ha visto la demolizione della stazione radio Breeze FM, il 20 di questo mese. RSF dichiara che questo tipo di azioni arbitrarie sono tipiche in Nigeria e ricorda al Presidente nigeriano Muhammadu Buhari ed al Governo federale di rispettare i propri obblighi concernenti la libertà dei media, incluso l’obbligo di assicurare che i governatori di ogni Stato la rispettino. Nonostante l’adozione da parte della Nigeria di un atto di protezione in materia di libertà di espressione e stampa (Freedom of infomation act del 2011), persistono numerose violazioni, tra cui soprattutto impedimenti di accesso alle pubbliche informazioni, casi di impunità per gli episodi di violenza contro giornalisti perpetrati dalle forze di sicurezza, incidenti violenti messi in atto anche dalla popolazione civile (fonte Reporters without borders –per l’informazione vedi qui).

 

18 luglio: durante una visita in Nigeria e dopo aver incontrato alcune delle ragazze della scuola di Chibok rapite nel 2014, l’attivista e premio Nobel per la pace Malala Yousafzai ha esortato la Nigeria a focalizzarsi sul miglioramento del sistema educativo. In occasione di un incontro con il Presidente nigeriano, Yousafzai ha dichiarato che il Governo dovrebbe proclamare uno stato di emergenza dell’educazione in Nigeria, dove circa la metà dei bambini in età scolare non risulta iscritta a nessuna scuola. Secondo le stime delle Nazioni Unite, in Nigeria ci sono circa 10,5 milioni di bambini che non frequentano la scuola (di cui il 60% sono bambine), la più alta cifra al mondo (fonte Radio Free Euorope/Radio Liberty – per l’informazione vedi qui).

 

22 agosto: il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha rilevato un significativo aumento nel numero di bambini, specialmente ragazze, utilizzati come bombe umane dai militanti di Boko Haram nella Nigeria nordorientale. Secondo le stime dell’UNICEF dall’1 gennaio 2017 si sono verificati 83 casi, un numero 4 volte superiore rispetto al 2016. UNICEF aggiunge che lo sfruttamento dei bambini a questi fini crea sospetto e paura nei loro confronti, rendendo difficile anche la reintegrazione di quelli che sfuggono alla prigionia (fonte UNICEF e BBC – per l’informazione vedi qui e qui).

 

25 agosto: un gruppo di esperti di diritti umani delle Nazioni Unite denuncia l’esistenza di un ultimatum e di alcuni messaggi minatori che circolano contro la minoranza Igbo, nel nord della Nigeria. L’ultimatum, risalente a giugno di quest’anno e una canzone e un messaggio di incitamento all’odio diffusi su internet e sui mezzi social in lingua Hausa, intimano agli Igbo di abbandonare le proprie case nel nord del Paese entro il primo di ottobre, minacciando la morte o la distruzione delle loro proprietà (fonte UNOG – per l’informazione vedi qui).

 

12 settembre: un gruppo di soldati ha fatto irruzione nel centro stampa dell’Unione dei Giornalisti Nigeriani (NUJ), a Umuahia, capitale dello stato sudorientale di Abia in Nigeria. I militari hanno attaccato i giornalisti e distrutto attrezzature. L’attacco sarebbe avvenuto in seguito alla realizzazione di un servizio da parte dei giornalisti sulla Operazione Python Dance, con cui l’esercito era sceso nelle strade di Umuhaia per un’esercitazione, come dimostrazione di forza nei confronti del gruppo separatista “Indigenous People of Biafra”. Reporters Without Borders (RSF) ha fermamente condannato l’episodio, e ha esortato il governo federale ad inviare un messaggio forte sulla necessità di porre fine alla violenza ed agli abusi contro i giornalisti e rispettare il loro lavoro in tutto il Paese. Alcuni comandanti locali dell’esercito hanno promesso di individuare i soldati che hanno condotto l’operazione non autorizzata e sanzionarli (fonte International Federation of Journalists, Premium Times Nigeria, Reporters Without Borders e The Nation Nigeria – per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

 

14 settembre: più di 100 delle ragazze rapite a Chibok nel 2014 e liberate dalla prigionia di Boko Haram a maggio, sono state ricongiunte con le proprie famiglie, dopo mesi di custodia governativa e di sottoposizione a terapie riabilitative. Il governo nigeriano ha promesso di promuovere la loro futura educazione (fonte BBC – per l’informazione vedi qui).

Situazione umanitaria 

11 gennaio: Kashim Shettima, governatore dello stato di Borno, ha aspramente criticato la maggior parte delle organizzazioni umanitarie presenti nel nord est della Nigeria, colpevoli, secondo lui, di sprecare fondi adibiti all’aiuto delle vittime di Boko Haram. Egli ha dichiarato che solo 8 delle 126 agenzie registrate nello stato di Borno si trovavano sul territorio per aiutare la popolazione. Tra le agenzie accusate da Shettima anche l’UNICEF. Il mese scorso, il Presidente nigeriano Muhammadu Buhari aveva mosso le stesse accuse contro Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie, sostenendo che le stesse avessero inventato un’inesistente crisi alimentare di massa per ottenere più fondi (fonti BBC News e Premium Times – per l’informazione vedi qui e qui).

 

17 gennaio: un jet dell’aviazione militare nigeriana ha erroneamente bombardato un campo di sfollati a Rann, vicino al confine con il Camerun nel nord est del Paese, uccidendo almeno 52 persone, tra cui molti operatori umanitari e ferendone molte altre. Pur essendo la prima volta che il governo nigeriano ammette di aver commesso un simile errore, un portavoce ha fatto sapere che il bombardamento era mirato a colpire alcuni reduci di Boko Haram individuati nei dintorni di Rann e ha dichiarato che in operazioni militari come quella condotta, simili episodi talvolta possono accadere. Numerose organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch, UNHCR e Medici senza frontiere hanno preso ferme posizioni di condanna nei confronti di questo episodio (fonte BBC news, The Washington Post e The New York Times– per l’informazione vedi qui, qui, qui e qui).

 

19 gennaio: alcuni operatori umanitari riferiscono che migliaia di Nigeriani sfollati a causa della rivolta di Boko Haram non vogliono tornare nelle proprie case per paura degli islamisti, soprattutto nelle zone del nord del Paese devastate a causa del conflitto. Adrian Ouvry di Mercy Corps ha riferito che la situazione di stallo è anche dovuta al fatto che molte delle case in cui gli sfollati interni dei campi a Maiduguri dovrebbero tornare sono state distrutte o occupate da sfollati provenienti da altre aree (fonte The Guardian – per l’informazione vedi qui).

 

27 gennaio: Ertharin Cousin, Direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (WFP), in seguito ad una visita al campo sfollati di Pompomari, ha elogiato i progressi compiuti dalla comunità internazionale e dal Governo della Nigeria nella lotta alla fame ed alla malnutrizione nel nord est del Paese. Cousin ha sottolineato come WFP sia riuscito a raggiungere più di un milione di persone che necessitavano aiuti umanitari, comprese quelle in zone ad alto rischio. Nonostante alcune aree rimangano inaccessibili, le organizzazioni stanno collaborando per poter arrivare a 1.8 milioni di persone nel primo quarto del 2017 (fonti World Food Programme e UN News Centre – per l’informazione vedi qui e qui).

 

22 febbraio: Amnesty International (AI) pubblica il report annuale relativo alla Nigeria per l’anno 2016. Le problematiche fondamentali che emergono dal report riguardano: la persistenza del conflitto armato contro Boko Haram, che vede la continua commissione di crimini di guerra nel nord est del Paese, ai danni di 14,8 milioni di persone, con conseguente elevato numero di persone sfollate internamente a causa dello stesso; d’altro lato, la messa in atto di arresti e detenzioni arbitrarie da parte dei membri delle forze di sicurezza e la mancanza di investigazioni imparziali e indipendenti in merito agli stessi. Il report rileva inoltre che in Nigeria è ancora frequente l’applicazione della pena di morte, attuata spesso senza la garanzia del diritto di appello; la polizia e l’esercito commettono sistematicamente torture o altri trattamenti inumani e degradanti, oltre ad esecuzioni stragiudiziali e sparizioni forzate; le strutture militari, dove sono detenuti in centinaia a seguito degli arresti in massa delle persone in fuga da Boko Haram, sono sovraffollate e le condizioni detentive risultano molto dure (fonte Amnesty International – per l’informazione vedi qui).

 

2 marzo: UNHCR, Camerun e Nigeria firmano un accordo tripartito sul rimpatrio volontario dei cittadini nigeriani dal Camerun. Nel preambolo e nei 33 articoli dell’accordo si definiscono i caratteri, i termini e le modalità con cui deve essere realizzato il progetto di rimpatrio. Tra i vari dettagli, si prevede anche la creazione di una Commissione di 6 membri per il rimpatrio volontario, con lo scopo primario di facilitare il rimpatrio volontario e promuovere la reintegrazione dei rifugiati nigeriani che vivono in Camerun (“developing and supervising the execution of measures whose purpose is to facilitate the voluntary repatriation and to further the reintegration of Nigerian refugees living in Cameroon”) (fonte UNHCR – per l’informazione vedi qui).

 

21 marzo: l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) esprime preoccupazione in merito ai continui ritorni forzati di rifugiati nigeriani dal nord del Camerun verso l’area in crisi della Nigeria nord orientale, con un totale di oltre 2.600 rimpatri forzati registrati dall’inizio dell’anno. UNHCR sottolinea che questi ritorni sono continuati nonostante l’accordo tripartito firmato tra i due Paesi e l’Agenzia Onu stessa a Yaoundé il 2 marzo e che in alcuni casi l’esercito camerunense ha fatto ricorso alla violenza, obbligando i rifugiati a fare ritorno contro la propria volontà, mentre in altri casi la situazione di caos ha portato alla separazione delle famiglie. Le aree della Nigeria nord orientale verso cui vengono effettuati i rimpatri continuano ad essere instabili e con un limitato accesso ai servizi di base. Lo stato di crisi della regione del lago Ciad ha causato fino ad ora lo sfollamento di oltre 2,7 milioni di persone, tra cui 200.000 rifugiati nei paesi confinanti (fonte UNHCR e UN News Centre – per l’informazione vedi qui e qui).

 

15 maggio: il Norwegian Refugee Council (NRC) rileva che oltre 1 milione di persone sono tornate nel nord est della Nigeria dall’ottobre del 2015, spesso insediandosi in piccole città prive di infrastrutture e di servizi di base; una situazione che secondo NRC sta aumentando le tensioni tra le comunità e spingendo la crisi alimentare a trasformarsi in una vera carestia. La fonte consultata riporta che l’accordo tripartito per il supporto del ritorno volontario dei rifugiati, siglato lo scorso anno da UNHCR, Cameroon e Nigeria avrebbe provocato un’impennata nel numero dei  rifugiati rientrati nel Paese a fine 2016; la situazione sarebbe peggiorata dai rimpatri forzati imposti dai paesi confinanti (fonte Norwegian Refugee Council – per l’informazione vedi qui).

 

18 maggio: International Crisis Group (ICG) pubblica un report intitolato “Instruments of Pain: the food crisis in North East Nigeria”. Il report denuncia l’aggravarsi della crisi umanitaria nel nord est del Paese, a causa principalmente dei sette anni di protratta insurrezione del gruppo armato Boko Haram. Secondo ICG quasi 5 milioni di persone nella regione (8,5 milioni nella più vasta area del bacino del Lago Ciad) stanno affrontando un’acuta crisi alimentare, aggravata dagli attacchi condotti da Boko Haram contro le comunità locali, dalla massiccia distruzione delle infrastrutture economiche nello stato del Borno e in altre regioni del nord est del Paese, nonché dall’intervento di controffensiva da parte delle forze governative, che ha contribuito a causare lo sfollamento ed ha provocato vittime a sua volta. Il report sottolinea inoltre l’inadeguatezza della risposta governativa ed internazionale a tale stato di crisi in Nigeria, trainata, secondo l’analisi di ICG, dal fatto di aver sottovalutato la situazione, dalle sensibilità locali conservative verso l’afflusso di stranieri e dalla carenza di nuovi fondi per il 2017 (fonte International Crisis Group –per l’informazione vedi qui).

 

13 luglio: Irin news pubblica un approfondimento in cui evidenzia le ricadute psicologiche del conflitto in Nigeria sulle vittime civili. Secondo le dichiarazioni degli specialisti consultati, molte delle vittime del terrorismo sovente soffrono di gravi traumi emotivi che si manifestano con perdita di appetito, aggressività, isolamento sociale, ansia o depressione, tutti sintomi che, se non controllati, secondo la fonte consultata, potrebbero portare le vittime a diventare vulnerabili a punti di vista estremisti. L’autore dell’articolo evidenzia dunque che è forte nel Paese il bisogno di assistenza psicologica, in un contesto in cui l’insurrezione di Boko Haram ha provocato la distruzione della maggioranza delle strutture sanitarie e in cui, secondo i dati del Ministero della salute, in Nigeria sono presenti 150 psichiatri a fronte di una popolazione di 182 milioni di abitanti (fonte Irin news – per l’informazione vedi qui).

 

22 luglio: l’esercito nigeriano ha dichiarato che il bombardamento che il 17 gennaio scorso aveva provocato la morte di 112 civili e il ferimento di altre 100 persone nel campo sfollati di Rann – nord-est del Paese – sarebbe qualificabile come un errore di “marcatura” del territorio, sottolineando che gli sfollati non avrebbero dovuto trovarsi in quella determinata posizione. La commissione di inchiesta dell’esercito, chiamata a fare luce sull’accaduto, doveva presentare il suo rapporto a febbraio (fonte Jeune Afrique – per l’informazione vedi qui).

 

26 luglio: l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) lancia un appello per l’ottenimento di ulteriori 9,5 milioni di dollari per potenziare le proprie attività nel nord-est della Nigeria, in seguito ad un’inaspettata ondata di ritorni di rifugiati nigeriani dal Camerun. Secondo Volker Türk, assistente dell’alto commissariato per la protezione dell’UNHCR, a fronte del rientro in Nigeria tra gennaio e giugno 2017 di circa 135.000 rifugiati, principalmente donne e bambini, la maggioranza dei quali ha lasciato i campi rifugiati di Minawao e Kolofata nelle regioni settentrionali del Camerun, siamo di fronte ad una nuova emergenza. Türk ha aggiunto che molti di questi rifugiati tornati in patria non sono in grado di fare ritorno alle proprie case, a causa dei problemi di sicurezza e tornano ad essere sfollati, in situazioni umanitarie disperate. La situazione risulta particolarmente problematica nella città di Banki, dove molti sono obbligati a vivere all’aperto ed hanno un accesso limitato all’acqua potabile, al cibo e alle medicine (fonte UNHCR – per l’informazione vedi qui).

 

10 agosto: Medici Senza Frontiere (MSF) afferma che l’aumento di aiuti umanitari e la fine del raccolto hanno portato qualche sollievo alla situazione umanitaria nelle aree più accessibili dello Stato di Borno, dove tuttavia l’emergenza non può ritenersi finita. Centinaia di migliaia di persone rimangono quasi interamente dipendenti dagli aiuti umanitari, e molti non hanno sufficiente accesso a cibo, acqua, rifugio e assistenza medica. MSF riporta che a Maiduguri, la capitale dello stato del Borno, un massiccio dispiegamento di aiuti ha tendenzialmente stabilizzato la situazione nutrizionale, ma ci sono ancora zone vulnerabili all’interno della città. La situazione è più precaria a Pulka, Banki, Bama, Dikwa e Rann, piccole città strettamente controllate dall’esercito, dove non c’è libertà di movimento e le persone sono fortemente dipendenti dall’assistenza esterna ed estremamente vulnerabili a qualsiasi interruzione degli aiuti (fonte MSF – per l’informazione vedi qui).

 

21 agosto: il report pubblicato dalla BBC e intitolato “The city that won’t stop growing – How can Lagos cope with its spiralling population?” denuncia la disperata situazione di impoverimento e di sovraffollamento che caratterizza la città nigeriana di Lagos. Tra i vari aspetti sottolineati nel report, BBC sottolinea che a Lagos ogni settimana fanno ingresso migliaia di persone provenienti dalle zone rurali in cerca di opportunità lavorative, e che la città è oggetto di un ambizioso programma di ristrutturazione moderna che è alla base della distruzione dei quartieri costieri, epurati nel corso degli ultimi mesi, senza rispettare le decisioni giudiziarie (fonte BBC news – per l’informazione vedi qui).

 

29 agosto: l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), ed altri partner si stanno adoperando per aiutare le autorità sanitarie nigeriane a contenere un’epidemia di colera nel campo sfollati di Muna Garage, nel nord est della Nigeria, in cui vivono circa 44.000 persone in fuga dal conflitto e dalla carestia. Dall’inizio dell’epidemia si sono contati 69 casi di colera, di cui 5 mortali (fonte WHO Africa– per l’informazione vedi qui).

 

26 settembre: il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) denuncia che a causa dell’alto numero di sfollati e di un sistema sanitario che versa in situazione di emergenza in conseguenza delle persistenti violenze da parte di Boko Haram, sussiste un elevato rischio di contrazione del colera – epidemia scoppiata in agosto – soprattutto per le donne e i nuovi nati. Il pericolo è particolarmente alto per le donne incinte che, a causa del perdurante conflitto, in molti casi sono malnutrite. Secondo UNFPA le donne e le ragazze della regione di Maiduguri, quella più colpita dal conflitto, sono da ritenersi più suscettibili di contrarre la malattia a causa del “ruolo tradizionale” di cura e assistenza che ricoprono all’interno della famiglia (fonte UN News Centre – per l’informazione vedi qui).

 

29 settembre: il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) ha denunciato che circa il 57% delle scuole dello Stato di Borno in Nigeria, il più colpito dall’insurrezione di Boko Haram e dalla successiva crisi umanitaria, sono chiuse, lasciando circa 3 milioni di bambini bisognosi di un supporto educativo di emergenza. Secondo i dati riportati da UNICEF, dal 2009 oltre 2.295 insegnanti sono stati uccisi e 19.000 sono stati sfollati nel nord est del Paese. Quasi 1.400 scuole sono state distrutte con la maggioranza non in grado di riaprire a causa di danni estesi o perché localizzate in aree che restano pericolose. UNICEF aggiunge che l’uso di bambini come bombe umane ha creato un clima di sfiducia tra le comunità nel nord est del Paese, dove, inoltre, l’esplosione di un’epidemia di colera ha colpito più di 3.900 persone, tra cui oltre 2.450 bambini (fonte UNICEF – per l’informazione vedi qui).